TORAH.IT
Parashat Tezzavè 5764
Parashat Tezzavè
"E farai sui suoi bordi dei melograni di celeste, porpora e scarlatto sui suoi bordi attorno; e delle campanelle d’oro in mezzo a loro attorno. Un campanello d’oro ed un melograno, un campanello d’oro ed un melograno, sui bordi della mantella attorno. E sarà su di Aron per servire, e si udirà la sua voce nel suo venire nel Santo dinanzi al Signore e nel suo uscire, e non morrà." (Esodo XXVIII, 33-35)
"e si udirà la sua voce nel suo venire nel Santo…e non morrà: È secondo me una spiegazione per il precetto delle campanelle, dal momento che non c’è necessità di indossarle e non è neppure uso dei dignitari di farsene, per questo ha detto che ne ha comandato l’uso al fine che si oda la sua voce nel venire nel Santo, quasi che entri dinanzi al suo Signore chiedendo permesso, giacché colui che entra all’improvviso nel palazzo del re, è reo di morte secondo le norme dei reami, come nel caso di Achasverosh…" (Ramban in loco)
Tra gli otto abiti sacerdotali riservati al Coen Gadol, di particolare interesse è il meil. Il meil è una mantella fatta interamente di lana di color techelet, l’azzurro del cielo e del Trono Divino ma anche degli zizziot. Una delle particolarità di quest’indumento è quella di essere associato ad un esplicito divieto della Torà, quello di strappare la scollatura del meil. Di ciò ci siamo occupati nella derashà del 5760.
L’altro particolare fondamentale del meil è la sua decorazione. Sulla base della mantella vengono infatti appesi settantadue melograni di tessuto intrecciato e settantadue piccole campanelline d’oro. Queste settantadue coppie sono alternate. "Un campanello d’oro ed un melograno, un campanello d’oro ed un melograno, sui bordi della mantella attorno".
Una possibile spiegazione del numero settantadue la offre il Baal HaTurim. Il compito del meil è espiare per la maldicenza del popolo ed il numero 72 corrisponde ai possibili sintomi di zaraat, la malattia che colpisce coloro che fanno maldicenza.
Il Ramban cerca però di capire il senso profondo di questa "decorazione", che poi decorazione non è. Infatti il Ramban sottolinea come non ci sia nessuna necessità immediata di vestirsi in questo modo, né è uso presso le persone importanti di vestirsi così. Il motivo, ci dice, è strumentale. Che si sentano i passi del Coen Gadol: quasi che entri dinanzi al suo Signore chiedendo permesso. Dunque, che il Coen si faccia sentire. Si tratta evidentemente di un paradosso. Iddio sa perfettamente che egli sta entrando nell’edificio del Santuario. È il Coen che deve farsi sentire. Ad indicare rispetto. Il Ramban va oltre e ricorda come nello Jerushalmi (Jomà I,5) sia detto che nel giorno di Kippur nessun angelo ha il premesso di accedere al Santo mentre il Coen Gadol esegue il rituale di espiazione. Dunque sono gli angeli a dover sentire il tintinnio dei passi del Sommo Sacerdote ed a liberare il campo. Il Ramban paragona ciò alla rivelazione di Josef ai fratelli. Josef dice "fate uscire ogni uomo da dinanzi a me" (Genesi XLV,1). C’è, dice il Nachmanide, una necessità di intimità. Così come la riappacificazione tra Josef ed i fratelli va fatta in intimità, così anche quella tra Israele attraverso il Coen Gadol ed il Santo Benedetto Egli Sia. Così spiega anche il Rashbam. Si potrebbe obbiettare che nel giorno di Kippur, per accedere al Santissimo, il Coen Gadol indossa gli abiti bianchi che non comprendono il meil. Cionondimeno dice il Ramban, il meil viene usato nel precedente ingresso nel Santo.
Ibn Ezra sostiene che è la voce della preghiera del Coen che viene ascoltata quando indossa il meil. Ciò è ampiamente complementare a quanto detto fin qui. Il Coen, indossando l’abito che espia per la maldicenza, l’uso improprio della facoltà verbale, fa sì che la sua preghiera venga accolta. D’altra parte potremmo dire che è proprio la caratteristica sonora del meil, quella di esprimere il rispetto reverenziale che il Sacerdote ha per il Signore al cospetto del quale sta entrando, che ne rende gradita la preghiera.
Il Chizkuni ha un approccio più sociale. Il suono serve ad avvisare il pubblico presente dell’arrivo del Sommo Sacerdote e del tempo preciso del servizio, in modo che possano concentrare il loro cuore. In altre parole il suono serve ad ovviare allo scarso rapporto visuale. Parte del servizio avviene infatti all’interno del Santo, laddove il popolo non può accedere. Il popolo segue allora sonoramente le azioni del Sommo Sacerdote e sa quando concentrarsi. Se il Santuario è la riproduzione quotidiana della rivelazione sinaitica potremmo forse dire che esiste un notevole parallelo tra quanto detto poc’anzi ed il fatto che sul Sinai "e tutto il popolo vedono le voci". Il Sinai è il luogo dove abbiamo visto ciò che generalmente si sente, allo stesso modo nel Santuario dobbiamo ripercorrere quotidianamente questa esperienza. Quella di ascoltare.
Tutte queste letture vertono su un principio fondamentale: il derech erez, quel comportamento corretto che secondo i Saggi precede la Torà. Ossia c’è un educazione, una condotta di gentilezza e giovialità nei confronti del prossimo che viene prima della stessa Torà. Prima di accedere al Sacro il Sommo Sacerdote e noi con lui, dobbiamo imparare a bussare. A chiedere permesso prima di entrare. Il Midrash citato da Rashbm su Pesachim sostiene che da qui si impara che l’uomo deve bussare persino prima di entrare in casa propria.
Sembra quasi un eresia, dire che ci sia qualcosa di esterno e/o precedente alla Torà. Eppure i Saggi lo dicono espressamente nel Midrash (Vajkrà Rabbà IX,3): il Derech Erez ha preceduto la Torà di ben ventisei generazioni, come è detto a proposito dei Cherubini che serravano la strada per l’Albero della Vita dopo la cacciata dall’Eden. "‘…per sorvegliare la strada dell’Albero della Vita…’ (Genesi III,24) La strada – è il derech erez, l’Albero della Vita è la Torà ". Dunque se la Torà è stata data ventisei generazioni dopo la Creazione, è dalla Creazione stessa, o almeno dalla cacciata dall’Eden, che l’uomo viene comandato circa il Derech Erez.
Il Rav Dessler in Michtav MeEliau (IV,245) approfondisce il concetto.
È scritto nel trattato di Avot (III,17) che se non c’è Derech Erez non c’è Torà. Spiega ciò Rabbenu Yonà dicendo che in primo luogo "l’uomo deve migliorare le sue qualità, e per mezzo di ciò la Torà risiederà in lui, giacché non risiede mai in un corpo che non ha buone qualità" . Dunque per giungere alla Torà dobbiamo prima migliorare le nostre qualità.
Rav Dessler ricorda come la più grande prova per Avraham nostro padre sia stata la morte di Sarà, durante l’Akedat Izchak. (Rashì su Genesi XXIII, 2). Dinanzi al dolore per la scomparsa dell’amata compagna e grande Profetessa (vedi Rashì su Genesi XXI,12, la profezia di Sarà era superiore a quella di Avraham), Avraham se la deve vedere con la popolazione locale per dare degna sepoltura a Sarà. Avraham era già stato investito dal Santo Benedetto Egli Sia dell’autorità su Erez Israel e questo era noto ai Chittei. (Ramban su Genesi XXIII,4). Nonostante ciò questi deve vedersela con essi i quali cercano in ogni modo di ostacolarlo e dietro una parvenza di cortesia, si manifesta la loro volontà di impedire il suo possesso sulla Terra (Malbim in loco). Avraham non si scompone. Avraham è in lutto, è addolorato. Avraham viene mortificato eppure rimane educato e composto. Il Rav Dessler dice che ciò dipende da una grande regola nel Derech Erez: il fatto che io sia addolorato non implica che gli altri ne debbano soffrire. Nonostante conoscesse le loro intenzioni egli parlò con essi in maniera educata, secondo tutti i crismi del buon comportamento ed anzi si prostrò loro due volte. E che nessuno pensi, dice il Michtav MeEliau, che fece ciò in maniera artificiale per ottenere il suo scopo. Lungi dal nostro padre Avraham, l’essere un ruffiano. Avraham si comportò così perché sapeva che era quello e solo quello il modo di comportarsi con il prossimo.
Tale obbligo deriva dall’onore che l’uomo deve al proprio prossimo in quanto tale. "È caro l’uomo che è stato creato ad immagine di D." dicono i Saggi nel trattato di Avot. (III,14) Così è stabilito anche nel Talmud (TB Ghittin 61a) ed è codificato dal Rambam (Hilchot Avodà Zarà X,5) "Si chiede la pace [degli idolatri] per via della condotta pacifica". Chiedere la pace significa salutare. Gli ebrei si salutano invocando la pace, Shalom, che è uno dei Nomi di D., sul proprio prossimo. Ebbene, dicono i Saggi, lo si fa anche per gli idolatri quantunque si pronunci il Nome di D..
Così è raccontato di Rabban Jochannan ben Zakai nel Talmud (TB Berachot 17a) "nessuno lo ha mai anticipato nel salutare, neppure il gentile al mercato". E si sta parlando di Rabban Jochannan ben Zakai del quale è detto in TB Succà 28a che non c’era una Mishnà, Ghemarà, Halachot, Hagadot, particolari della Torà e particolari dell’insegnamento dei Saggi che non avesse studiato. E questo assieme alla conoscenza della matematica e della cosmografia e certamente della parte celata della Torà. Rabban Jochannan ben Zakai, Nesì Israel, principe d’Israele. Presidente del Sinedrio nel momento della distruzione del Tempio. L’uomo sulle cui spalle cade il peso di traghettare l’ebraismo nell’epoca dell’esilio salvando il salvabile. Traducendo la Torà Orale in Torà Orale messa per iscritto. Eppure non è mai successo, mai, che abbia trascurato di salutare chicchessia al mercato. Non per perché cercasse voti al mercato. Non per rinsaldare la sua autorità. Perché ogni uomo ha diritto al nostro sorriso. È Shammai, non Hillel, ricorda Rav Dessler che dice "accogli ogni uomo con volto gioioso". È Shammai il critico, senz’altro più rigido del gioviale Hillel, che ci ricorda che non è un optional il sorriso verso il prossimo.
E così è la regola (TB Berachot 6b) "Chiunque sappia che il proprio compagno è solito salutarlo, lo anticipi salutandolo, come è detto, ‘ricerca la pace ed inseguila’."
Perché la pace, di cui tanta gente a sproposito si riempie la bocca, è il Nome di D.. La pace è il sorriso che si rivolge al proprio prossimo. La pace non è nei trattati che rimangono carta straccia né nei cortei nei quali si invoca l’immunità dei malvagi.
La pace è ciò che si chiede a me uomo, prima ancora che a me ebreo, dall’istante in cui ho lasciato l’Eden. Comportarmi secondo Derech Erez. Senza ciò non c’è nemmeno la possibilità di arrivare alla ricezione della Torà.
Rav Chajm Shmulevitch in Sichot Mussar sulla nostra Parashà porta alcuni interessanti esempi.
Nel Midrash Tanchumà (Noach 10) è detto che Channanià Mishael ed Azarià, si rifiutarono di uscire dalla fornace nella quali li aveva gettati Nevucadnezar fino a quando il re non diede loro il permesso. Ossia sebbene l’angelo li avesse protetti dalle fiamme, questi non acconsentirono ad uscire fino a quando il re stesso non ne ebbe abbastanza. Non furono dunque disposti a trasgredire il decreto del re.
Lo stesso Noach non esce dall’Arca altro che dietro ordine Divino per quanto la Terra fosse ormai asciutta. Ed è scritto nel Midrash in loco:
"Ha detto Rabbì Yudan: ‘Se fossi stato là l’avrei spaccata e me ne sarei uscito, mentre Noach ha detto: ‘Così come non sono entrato altro che con permesso, così non ne esco altro che con permesso’.’" (Yalkut in loco)
Lo sfogo di Rabbì Yudan mette in luce la difficoltà di lunghi mesi chiuso nell’Arca ad occuparsi di tutti gli animali. Eppure Noach non è disposto a venir meno a quell’educazione che non è neppure Torà, quanto buon comportamento. Non me ne vado senza permesso.
Mi pare che ciò sia ampiamente connesso al comportamento dello stesso Moshè con il Faraone. Iddio istruisce Moshè di comportasi con rispetto con il Faraone. Ossia per quanto questi sia un criminale e tiranno è pur sempre un re, e si merita il suo rispetto. In questa chiave dobbiamo anche leggere il fatto che non siamo usciti dall’Egitto fino a quando non abbiamo ricevuto il permesso del Faraone.
Così anche, lo abbiamo visto all’inizio nel commento del Ramban, era la norma alla corte di Achashverosh. Non si entra senza permesso nel palazzo del re. Chi lo fa è reo di morte. L’ingresso del Sommo Sacerdote nel Santissimo nel giorno di Kippur è spesso paragonato dai Saggi all’ingresso di Ester al cospetto del re a Purim. Ester si veste di regalità, dice il testo, ed il Talmud in Meghillà traduce come si vestì di spirito di sacralità. Ester fa un gran lavoro d’introspezione e di miglioramento delle sue middot, anche e soprattutto attraverso il digiuno, come a Kippur. E più volte abbiamo parlato della speciale relazione tra Kippur e Purim.
Un aspetto incredibile della storia di Purim è la disposizione di Mordechai, ma soprattutto di Ester, a comportarsi secondo le regole del palazzo. Ester si comporta in maniera educata e composta in tutto il racconto della Meghillà. Anche qui, non per convenienza quanto per principio.
"E perciò verrò dal re senza permesso e se morrò, morrò." (Ester IV, 16)
È nel momento del bisogno, quando non c’è alternativa, che Ester è disposta ad infrangere queste regole di palazzo pur consapevole di assumersene tutta la responsabilità.
Questa espressione, il venire dinanzi al re senza permesso, è traslata nell’immaginario del giorno di Kippur, alle Selichot. Le preghiere di espiazione ma soprattutto di preparazione al giorno di Kippur. Noi paragoniamo una preghiera non richiesta (nessun ci ha comandato di fare le Selichot) all’ingresso di Ester senza permesso. Ossia ci sono dei momenti nei quali dobbiamo rischiare. Dobbiamo rischiare di essere "maleducati". Ciò indica quanto nel resto dell’anno, nella normalità delle condizioni, siamo tenuti a comportarci in maniera composta.
E bisogna capire a fondo questo punto. L’unica eccezione che Ester fa alla sua condotta ineccepibile è l’ingresso, o meglio la preparazione all’ingresso, al cospetto del re. Così anche noi "veniamo dinanzi al re senza permesso" durante le Selichot in preparazione a Kippur. Così anche Moshè ritarda il Matan Torà di un giorno, "senza permesso" per migliorare la preparazione del popolo. E così anche le altre cose che Moshè fa di sua iniziativa, "senza permesso" vertono sul concetto di preparazione.
Capiamo allora che il Derech Erez, per quanto fondamentale come visto fin qui, è sempre e solo preparazione alla ricezione della Torà. Non si può essere un buon ebreo senza essere una buona persona ma d’altra parte un ebreo non ha l’opzione di rimanere al livello della buona persona. "Se non c’è Derech Erez non c’è Torà, ma se non c’è Torà non c’è Derech Erez " dicono i Saggi.
Per questo, forse, la Torà sceglie di insegnarci quest’importante lezione di Derech Erez proprio nell’accesso del Sommo Sacerdote al cospetto della Torà. Perché Derech Erez e Torà devono andare assieme.
Mi pare strepitoso in questa chiave un uso da secoli ormai in vigore in tutto Israele. Quello di adornare i Sifrè Torà, i rotoli della Torà con i Rimmonim. I Rimmonim, i melograni, con i loro campanelli che sormontano gli azè achajm, gli alberi della vita attorno ai quali la Torà si arrotola.
‘…per sorvegliare la strada dell’Albero della Vita…’ (Genesi III,24) La strada – è il derech erez, l’Albero della Vita è la Torà ". (Vajkrà Rabbà IX,3)
Ebbene nell’appropinquarsi alla lettura della Torà, per aprire la Torà ed entrare in essa, si deve passare prima per la rimozione degli abbellimenti che sormontano la Torà, primi tra tutti i rimmonim.
È un modo per ricordare come i campanelli ed i melograni del Derech Erez precedono sempre l’Albero della Vita, la Torà.
Mi piace in questo senso concludere con un antico uso della comunità di Roma, così come ho avuto modo di apprenderlo da bambino. Se c’è necessità di aprire l’Aron HaKodesh non durante la preghiera, ad esempio per controllare il Sefer Torà, si usa bussare, prima di aprire.
Un richiamo fortissimo, a quel Derech Erez che è troppo facile e troppo ingiusto dimenticare quando ci si occupa di Torà.
Shabbat Shalom e Purim Sameach,
Jonathan Pacifici
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