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Parashat Zav 5764


Avvertenza: Nel commento alla Parashat di Zav che segue viene citato "l’episodio del Pardes". Coloro che non avessero familiarità con tale brano del Talmud possono trovarlo spiegato cliccando qui

Parashat Zav 5764 – Shabbat Hagadol

"E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Ordina ad Aron ed ai suoi figli dicendo: ‘Questa è la legge dell’Olà: essa è l’Olà [e sarà] sulla sua fiamma sull’altare tutta la notte fino alla mattina ed il fuoco dell’altare verrà fatto bruciare su esso.’’" (Levitico VI, 1-2)

"Questa è la legge dell’Olà: Ecco che questa cosa viene ad insegnare circa la bruciatura dei grassi e delle parti sacrificali che è valida tutta la notte. (Rashì in loco citando TB Meghillà 21a)

 

Una delle caratteristiche fondamentali della Haggadà di Pesach è la sua composizione in forma di domanda e risposta. In una notte nella quale ogni gesto è così ricco di significati, la struttura del nostro testo-guida non è di certo casuale. Il Rambam, e così è codificato nella Halachà, insegna che persino colui il quale si trova a passare Pesach da solo ha l’obbligo di porsi le domande e rispondersi da solo. La necessità di porsi domande sempre, e questa sera in particolare, non è elemento accessorio, è il nocciolo della sera del Seder.

Del resto apriamo il Seder con una raffica di domande con le quali ci chiediamo in cosa questa sera differisca dalle altre: il Ma Nishntanà. Certamente noi tutti associamo quest’importante momento della serata ai bambini che generalmente leggono le domande. Eppure il Seder non è una mera recitazione di un formulario evocativo. Il Seder è l’uscita in questo momento specifico dall’Egitto. Ed allora le domande, e soprattutto le domande intergenerazionali che distinguono questa serata dovrebbero essere dal vivo, non lette. Per questo motivo l’antico commentatore romano Rabbì Zidkià Anav, lo Shibbolè Aleket, insegna nel suo commento alla Haggadà che il Ma Nishtanà è scritto per i grandi, non per i bambini. Se i bambini non hanno ancora fatto le domande arrivati questo punto, allora il padre insegna come si fanno le domande recitando il Ma Nishtanà. È addirittura narrato nel Talmud un seder nel quale un bambino vedendo portar via il piatto del Seder da tavola chiese: "Ma che abbiamo già finito questa sera?" Ed il Maestro presente disse che con ciò erano esenti dal recitare Ma Nishtanà.

Alle quattro domande del Ma Nishtanà, l’autore della Haggadà risponde (apparentemente sommariamente) dicendo:

Schiavi fummo del Faraone in terra d’Egitto, ed il Santo Benedetto Egli Sia ci fece uscire di là con mano forte e con braccio disteso, e se non avesse fatto uscire il Santo Benedetto Egli Sia i nostri padri dall’Egitto, ancora noi ed i nostri figli ed i figli dei nostri figli saremmo schiavi del Faraone in Terra d’Egitto’.

Ma ciò non gli basta e prima ancora che noi si possa specificare le domande del Saggio, del Malvagio, del Semplice e la non domanda di Colui che non sa domandare, ci ammonisce:

Ed anche se fossimo tutti Saggi, tutti sapienti, e conoscessimo tutti la Torà, sarebbe mizvà per noi parlare dell’uscita dall’Egitto, e chiunque aumenta il suo parlare dell’uscita dall’Egitto è degno di lode’.

 

Questa sera c’è evidentemente una necessità impellente di capire l’importanza della domanda. E questo vale per tutti. Per primi i Saggi o coloro che "conoscono la Torà", e dunque presumibilmente conoscono anche le risposte.

Yodeim et HaTorà, conoscessimo la Torà: chi può dire di conoscere intimamente, sessualmente quasi (il verbo ladaat viene utilizzato proprio per i rapporti coniugali), la Torà? Eppure anche se così fosse sarebbe mizvà parlare dell’uscita dall’Egitto. E non si capisce cosa ci sia da stupirsi! Forse in genere il Saggio è esentato dalle mizvot!? Il Saggio non deve mettere i Tefillin o osservare lo Shabbat come il più semplice degli ebrei? Ma non questo è il senso del messaggio dell’autore della Haggadà. Come spiega il Maimonide il senso del precetto della sera di Pesach è che ognuno si sforzi di narrare dell’uscita dall’Egitto secondo il suo livello. Per questo abbiamo quattro figli, per insegnarci che questo è mizvà per noi. Che ognuno si sforzi di essere se stesso, il meglio di se stesso, domandando veramente e rispondendo veramente ai propri quesiti su questa sera. Non sempre è facile. A volte è proprio il Saggio quello che si ritrova a non saper fare le domande. Il rischio è proprio quello di dare per scontata la propria comprensione, pensare che non ci sia null’altro da sapere. C’è sempre da sapere di più e se un Saggio non sa farsi le domande è allora il caso che almeno cominci a darsi le risposte, e da lì gli sorgeranno nuove domande.

Rav Mordechai Elon shlita ricorda in questo contesto una halachà fondamentale: quella di iniziare a studiare le regole relative ad una festa trenta giorni prima di questa. Esattamente trenta giorni prima del Seder è Purim. E qual è la dimensione di Purim? Di Purim noi siamo tenuti a bere fino a che non sappiamo distinguere. Ad delò yadà. Non solo tra Aman e Mordechai anche se questo è il senso immediato dell’invito. Purim, l’apice dell’anno ebraico con il quale concludiamo le Feste secondo il ciclo della Torà, ci riporta esattamene al vero punto di partenza. La consapevolezza che non sappiamo. A Purim dobbiamo sinceramente giungere alla coscienza di non sapere. Noi non sappiamo tutto. Il ‘so di non sapere’ ha una radice tutta ebraica.

Dunque questo è il presupposto delle regole di Pesach. Solo partendo dal riconoscimento del limite della mia comprensione posso giungere alla Sera del Seder nella quale posso essere il più Saggio tra i Saggi d’Israele e nonostante ciò avere l’imperativo legale di chiedermi e soprattutto chiedere al prossimo.

A controprova di ciò l’Autore della Haggadà ci porta in un Seder molto lontano ma così vicino, nell’antica Benè Berak.

"Accadde che Rabbì Eliezer, Rabbì Jeoshua, Rabbì Elazar ben Azarià, Rabbì Akivà e Rabbì Tarfon, erano riuniti [per il Seder] a Benè Berak, e parlarono dell’uscita dall’Egitto per tutta la notte; finché vennero i loro discepoli e gli dissero: "Maestri nostri! E’ giunta l’ora dello Shemà del mattino!"

Rav Elon shlita riflette sulla straordinaria composizione di questo Seder. Sono tutti giganti della tradizione ebraica. Pilastri del mondo. Ma tutti molto diversi. C’è Rabbì Eliezer dalle posizioni molto rigide, stile Bet Shammai. Rabbì Tarfon ampiamente in linea con Bet Shammai. Poi c’è Rabbì Jeoshua il conciliante. Tutti molto vecchi. Il Seder in questione avviene infatti negli anni successivi agli anni della distruzione (e ciò è evidente dal fatto che non si trovano a Gerusalemme), secondo alcuni alla vigilia della rivolta di Bar Kochbà contro i romani. Di certo c’è che questi Maestri erano luminari straordinari che avevano vissuto tanto l’epoca del Tempio quanto la sua rovinosa distruzione. E va immaginato questo Seder, dice Rav Elon shlita, con tutti i sensi di colpa di chi non ha potuto o saputo impedire la catastrofe. Poi ci sono i più ‘giovani’. Rabbì Elazar ben Azarià che secondo il testo nel suo pshat ha circa settanta anni (e secondo il Midrash molti meno). Rabbì Elazar ben Azarià è Nesì Israel. Il Presidente del Sinedrio. E poi Rabbì Akivà. Il ‘giovane’ padrone di casa che ospita al suo Seder il Presidente ed i suoi stessi anziani Maestri.

E la domanda angosciante è come si fa a fare questo Seder senza il Tempio, senza korban. Come si manda avanti questo popolo? Che senso ha parlare della redenzione dall’Egitto quando siamo tornati schiavi? La notte trascorre nell’evocazione nostalgica dei prodigi passati con la consapevolezza della drammatica attualità delle domande che siamo tenuti a porci la sera del Seder. Ed i giovani alla porta pressano. "Maestri nostri! È giunta l’ora dello Shemà del mattino!".

Ed allora, spiega Rav Elon, il Presidente esce dai ragazzi. Il Presidente comunica alle generazioni future la monumentale delibera di quel Seder di duemila anni fa.

"Disse loro Rabbì Elazar Ben Azarià: Sono come un uomo di settant’anni, e non ho mai meritato che venisse detta l’uscita dall’Egitto di notte, finché Ben Zomà non lo spiegò. Come è detto: "perché tu possa ricordarti del giorno in cui uscisti dall’Egitto tutti i giorni della tua vita": i "giorni della tua vita" indicano i giorni; "tutti i giorni della tua vita " è per includere le notti. Ed i Maestri dicono "i giorni della tua vita" sono questo mondo; "tutti i giorni della tua vita "è per giungere all’era del Mashiach.""

Abbiamo sottolineato il "loro", perché questa parola è quasi scomparsa dalle Haggadot mentre compare nel nostro rito italiano e così anche in due riti altrettanto antichi quello yemenita e quello persiano (in quest’ultimo però in molti casi è caduta in disuso). In questa piccola parola che i nostri padri hanno conservato nella loro versione della Haggadà c’è la chiave per legare i due passi qui riportati e capire un grande insegnamento per la nostra generazione.

Rav Elon shlita fa un po’ d’ordine. Rabbì Elazar Ben Azarià inserisce in questo Seder un personaggio molto particolare non presente fisicamente. Ben Zomà. Ben Zomà è uno dei quattro Maestri che accedono al Pardes. È quello che nel confronto tra la spiritualità e la materialità impazzisce. Il Midrash dice che provava a rincorrere il cielo e il cielo si allontanava. Solo Rabbì Akiva entra in pace ed esce in pace.

Ben Zomà è citato solamente tre volte nella Torà Orale. Nella Haggadà, nel racconto del Pardes (in TB Chagghigà) e nel trattato di Avot.

Nel trattato di Avot egli insegna:

"Chi è il Saggio? Colui che impara da ogni uomo" ed ancora "Chi è ricco? Colui che è felice della sua parte." Ed infine "Chi è onorato? Colui che onora le creature."

Ben Zomà è un asceta. E’ uno che vorrebbe vivere in cielo. Diciamoci la verità, dice Rav Elon. Chi è ricco? Chi se la sente di rispondere "Colui che è felice della sua parte"? E così via. È tutto molto bello ma si scontra drammaticamente con la realtà ed i grandi Maesti hanno l’obbligo di relazionarsi con la realtà perché anche dopo un bellissimo Seder si torna alla quotidianità. Questo avviene quando gli studenti ricordano ai Maestri che è arrivato il momento di dire lo Shemà della mattina. E quand’è questo momento per la Halachà? Da quando so distiguere il techelet, l’azzurro dello zizzit dal bianco. Techelet è il colore del cielo. Il bianco è la realtà. Lo Shemà è il momento in cui tu prendi su di te il giogo delle mizot proprio nella consapevolezza della distinzione tra lo spirito, la materia e ciò che c’è tra essi. Ed è dinanzi alla distinzione tra sogno e realtà che Rabbì Elazar Ben Azarià spiega alle generazioni future, nelle persone dei talmidim, come si va avanti da oggi in poi.

Sono come un uomo di settant’anni, e non ho mai meritato che venisse detta l’uscita dall’Egitto di notte, finché Ben Zomà non lo spiegò.

Non ho meritato? Che vuol dire non ho meritato? Ma che è un premio? Ben Zomà pensa che il ricordo dell’uscita dall’Egitto riguardi anche la notte. I Saggi no. Se il Presidente era d’accordo poteva usare la sua autorità per convincere i colleghi ma si può dire meritare o non meritare per una regola che non passa perché è proposta da una minoranza (mistica-folle)!?

Ben Zomà dice, siete voi pensate che io sono pazzo. Dovete capire una cosa. Vi sta crollando il mondo addosso. Perché va peggio di prima. Perché siete caduti in disgrazia. Io penso che si può essere ricchi per sempre, senza cadere, ma bisogna ridefinire il concetto di ricchezza. Colui che è contento di quello che ha è ricco veramente. La ricchezza non è un concetto assoluto, questo lo dicono coloro che ne sono schiavi, il ricco veramente è colui che alla ricchezza può rinunciare. Ci sono schiavi della ricchezza e ci sono schiavi di concezioni di pensiero. E ci sono poi gli schiavi delle relazioni di onore con il prossimo. La sera del Seder noi ci dobbiamo liberare in tutti i sensi.

Ed è difficile vivere come Ben Zomà. È un mistico. Uno che diviene pazzo. E proprio per questo devi essere un po’ pazzo per capire che si può ricordare di sera l’uscita dall’Egitto, che si può resistere a duemila anni di notte. Ed allora, sebbene la halachà non fosse secondo la sua opinione, la conclusione del Seder di Benè Berak è che sostanzialmente Ben Zomà ha ragione. Questo è l’annuncio di Rabbì Elazar Ben Azarià.

Volete sapere come andiamo avanti da oggi? Trasformiamo ogni notte in una notte del Seder. Ogni sera parleremo dell’uscita dall’Egitto e quindi di come noi stessi Maestri siamo stati capaci di rimetterci in discussione ed accettare il misticismo di Ben Zomà.

I Maestri vedono la distruzione, vedono la peggiore delle possibili distruzioni. La notte inizia ed è dura. La notte sarà lunga. Come portiamo avanti il messaggio? Sono tutti vecchi. Molto vecchi. E questa è la sera dei giovani. Ed è dal più giovane che vanno tutti i venerandi Maestri . Vanno tutti da lui per essere rincuorati. Vanno a casa di colui che è riuscito a fare nella sua vita terrena ciò che Ben Zomà non è riuscito a portare fuori dal Pardes. E qui avviene la trasformazione dell’insegnamento.

Ben Zomà dice giorno e notte. I Maestri dicono questo Mondo e leavì lImot hamashiach. Per giungere ai giorni del Messia. Solo accogliendo quanto dice Ben Zomà si può arrivare ai giorni del Messia. Il traghetto per far sopravvivere l’ebraismo è far sì che la notte dell’esilio si riempia del ricordo della redenzione passata. Solo questo legame con il mondo della redenzione può mantenerci in vita nel buio.

L’ultima rivelazione di D. a Jacov, quella nella quale gli viene comunicato che la Presenza Divina scenderà con lui in Egitto e si farà garante della redenzione, avviene in visione notturna, cosa strana per i patriarchi. Il Meshech Chochmà spiega: "Ed ecco che presso Avraham ed Izchak non abbiamo trovato ciò, ma solo in Jacov qui ed in Vajezè, dunque per il motivo che era pronto ad uscire fuori dalla Terra d’Israele a risiedere, per questo venne lui la rivelazione Divina di notte, per mostrare che anche di notte, nel buio dell’esilio, risiede la Presenza Divina in Israele come hanno detto: (TB Meghillà 29a) ‘Sono stati esiliati in Babilonia, la Presenza Divina con loro’. E per questo Avraham stabilì la preghiera di Shachrit, Izchak Minchà e Jacov Arvit e questa è in relazione alle parti delle offerte che vengono bruciate sia di giorno che di notte. (TB Berachot 2a). Ed ecco che hanno detto, sia il loro ricordo di benedizione, che la Presenza Divina risiede fuori dalla Terra d’Israele solo su colui che vedeva in Terra d’Israele così come hanno detto a proposito del profeta Ezechiele alla fine del trattato di Moed Katan (25a). Perciò la fine del Culto, come la bruciatura delle parti delle offerte che già sono state scannate ed il cui sangue è stato asperso di giorno, può essere fatta anche di notte, e questa è cosa saggia... e da ciò esce per noi una morale intellettuale che quando Israele tengono stretta la tradizione corretta e seguono le strade e gli insegnamenti dei loro padri, allora l’Israelita è nazione forte ed antica, dal momento che si rivelò a lui la Divinità quando esisteva il Santuario al suo posto, ed allora si rivela la Presenza Divina anche fuori dalla Terra d’Israele, anche di notte. Ma quando dimenticano il patto dei loro padri e non procedono nelle loro vie, allora essi sono isolati ed ecco che la Presenza Divina non risiede fuori dalla Terra d’Israele..."

Jacov è dunque l’uomo della rivelazione notturna perché ci insegna che se ci si attacca alle radici allora la Presenza Divina essa permane anche nell’esilio, in virtù del nostro attaccamento alla condotta di un epoca di redenzione nella quale c’era il Santuario.

Così come il culto iniziato di giorno può essere completato di notte secondo quanto impariamo nella Parashà della nostra settimana, e così come il profeta Ezechiele la cui rivelazione inizia in Israele e continua in Babilonia, così anche noi possiamo portare la luce del Santuario nel buio dell’esilio. Questa è la luce del narrare di notte l’uscita dall’Egitto. Il non lasciare che il buio della notte ci assalga.

Questo proposito non può e non deve rimanere nella sfera mistica di Ben Zomà, ma va anzi tradotto in pratica secondo l’esempio di Rabbì Akivà. Essere noi stessi al massimo delle nostre capacità. Domandare per davvero, non solo la sera del Seder ma in ogni momento, alla luce ma anche e soprattutto al buio. Solo così possiamo trasformare il discorso di Ben Zomà in ciò che effettivamente ci porterà ai giorni del Messia secondo il pensiero dei Saggi che hanno avuto il coraggio di rimettersi in discussione accettando a posteriori il pensiero di Ben Zomà.

Il Rambam, lo abbiamo visto in passato, conclude la sua opera Halachicha dicendo:

"In quell’epoca non ci sarà né fame né guerra né gelosia o concorrenza giacché il bene sarà largamente diffuso e le leccornie saranno reperibili come la polvere. Ed il mondo non si occuperà d’altro che della conoscenza del Signore solamente. E perciò saranno Israele grandi Saggi e conoscitori delle cose recluse e raggiungeranno la conoscenza del loro Creatore secondo la capacità dell’uomo come è detto (Isaia XI,9) "Poiché la Terra sarà piena di conoscenza del Signore come le acque riempiono il mare".

Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk, l’autore del Meshech Chochmà, sottolinea nel suo commento al Rambam, l’Or Sameach che il Maestro parla di conoscenza del Signore secondo la capacità dell’uomo.

Ossia la straordinarietà dell’epoca Messianica sarà quella di avere la possibilità di occuparsi della Torà al meglio della capacità umana in uno stato d’Israele libero da nemici, governato da un Re giusto, temente del Signore che si preoccuperà di costruire il Santuario, radunare i dispersi e governare Israele nella via della Torà portando così il mondo alla redenzione.

Spiega l’Or Sameach che il senso del verso di Isaia è che così come il mare non invade la Terra, così anche l’uomo saprà stare al posto suo ed occuparsi della Torà entro i limiti del suo intelletto finito. Ed è questo l’errore dei Maestri entrati nel Pardes secondo Rabbi Meir Simchà, quello di voler capire oltre i limiti dell’intelletto umano. Solo Rabbì Akivà ha capito ed ha pregato i suoi compagni, nel vedere le lastre di marmo, di non gridare "acqua, acqua". Di non stravolgere il ruolo dell’acqua e della terra, e di capire che l’acqua ha un limite così come lo ha la mente umana.

Ed è nella casa di Rabbì Akivà che i Saggi d’Israele, senza differenza di schieramenti, in una notte di Pesach di duemila anni fa hanno gettato il seme della speranza nella realizzazione materiale di tutto ciò. Nell’incontro tra il techelet ed il lavan. Tra il sogno e la realtà, la redenzione e la diaspora. Nell’oscillazione tra le diverse realtà della vita umana a patto che noi si sappia fare di ogni momento, notte compresa, un momento di accettazione del giogo Divino, che si fonda sull’uscita dall’Egitto.

Il nostro Seder è dunque legato in maniera indissolubile a quella notte di duemila anni fa nella quale ci è stato spiegato che se vogliamo veramente giungere ai giorni del Messia, dobbiamo essere pronti a dichiarare consapevolmente che ancora non abbiamo capito, ad delo yadà, in che cosa si differenzi veramente questa sera dalle altre sere.

Shabbat Shalom e Moadim LeSimchà,

Jonathan Pacifici


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