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Parashat Acharè Mot – Kedoshim
5764Parashat Acharè Mot – Kedoshim
"E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Parla a tutta la Comunità dei figli d’Israele e dirai loro: ‘Sarete santi poiché Santo Sono Io, il Signore vostro D.’" (Levitico XIX, 1-2)
"…Sarete Santi, al futuro, significa che non c’è interruzione in questo precetto giacché ogni livello di santità nel quale [l’uomo] entri, esso è ancora propedeutico per un altro livello superiore ad esso; poiché non c’è misura per i livelli di santità preparati per chiunque voglia venire e prendere il Nome. Ed esci ed impara dai livelli dei profeti ognuno ad un livello superiore dell’altro e Moshè nostro Maestro, il più alto di tutti, ed è possibile che ci sia un livello superiore a Moshè ed esso è il livello del nostro Re e nostro Messia, che è coronato dalle corone delle corone, come si comprende dal verso (Isaia XI) ‘E si poserà su di lui lo Spirito del Signore etc.’ E secondo le parole dei nostri Saggi, sia il loro ricordo di benedizione (Bemidbar Rabbà 19, Devarim Rabbà II) che il Moshè che è stato egli è il redentore futuro e come ci siamo dilungati sulla questione in loco. Se è così non c’è misura né limite per i livelli di Santità. Per questo ha detto sarete perché questo precetto non ha interruzione ed è perennemente c’è da essere santi in conformità a questo precetto. E ha dato senso alle sue parole dicendo ‘poiché Santo Sono Io, il Signore vostro D.’ giacché non c’è misura alla Sua Santità, Benedetto Sia, ed ha desiderato il Signore che i suoi cari figli somigliassero al loro Creatore nella enormità della loro santità. Ed ora giudica con la tua mente, i livelli ai quali puoi arrivare." (Or HaChaim HaKadosh in loco)
Uno dei problemi del nostro mondo moderno è l’inflazione della parola. Secondo quanto dicono i nostri Saggi, non solo Israele è in esilio e D. stesso è in esilio con noi, ma anche la dimensione verbale è in esilio. Questo è vero sempre e nella nostra generazione in particolare. Dobbiamo tornare alla parola. La doppia Parashà di questa settimana è permeata dalla parola kadosh, santo. Ma che vuol dire santo? Che vuol dire essere santi? E soprattutto che vuol dire ‘Sarete santi poiché Santo Sono Io, il Signore vostro D.’?
Proveremo a rispondere a queste domande attraverso il commento al nostro verso fonte di Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk, il Meshech Chochmà.
Il Midrash in Torat Coanim (Kedoshim I,1) così interpreta il nostro verso "Se voi santificate voi stessi, io vi considero come se aveste santificato Me." Il Chafez Chajm, a nome del Korban Aharon dice che il midrash ci indica come leggere il verso. Avremmo potuto intendere che la nostra santità dipende dalla Sua, ossia che noi si sia simili a Lui per Santità, cosa palesemente impossibile. Allora bisogna rovesciare. ‘Sarete santi poiché per mezzo di ciò Santo Sono Io, il Signore vostro D.’. Quasi che, Benedetto Sia, abbia fatto dipendere la Sua Santità dalla nostra.
Il Meshech Chochmà spiega che Iddio ha creato il mondo su due livelli fondamentali: il mondo superiore ed il mondo inferiore. Nel mondo superiore, il mondo dello spirito e delle forze naturali l’esistenza ed il riconoscimento dell’autorità Divina coincidono. Il sole e gli altri corpi celesti non possono fare altro che quanto Iddio ha stabilito per loro. Non hanno scelta. Essi esistono in quanto adempiono alla volontà Divina. Così anche gli angeli come spiega il Rambam (Hilchot Yessodè HaTorà III,9).
Essi non hanno libero arbitrio. In tal senso sono univoci. Questo è quanto dicono i Saggi, che un Angelo non può adempiere più di un ruolo per volta, ruolo che coincide con il nome che porta. Al contrario l’uomo è per eccellenza pieno di contraddizioni, in esso vi sono tutti gli elementi del creato per quanto possano essere contrapposti: bene e male, vizio e virtù, intelligenza e stoltezza e via dicendo. L’uomo è quindi un microcosmo del mondo ma non tanto per la sua variegata composizione biologica, quanto per la sua varietà spirituale. Questo comporta tra l’altro che l’uomo non sia legato ad una sola sua componente. L’uomo è dinamico e per questo è stato dotato di libero arbitrio. Può innalzarsi ai vertici dello spirito e può cadere negli abissi della materia rozza. Non solo, lo stesso individuo può vivere dei momenti di innalzamento e, D. non voglia, dei momenti di discesa. Per questo spiega l’Or HaChajm HaKadosh l’invito ad essere santi è dato al futuro, perché l’uomo non è statico e la sua condizione attuale non implica necessariamente che egli persista nel suo livello o cresca adeguatamente. In ogni momento egli è libero di scegliere il bene o il male. Le enormi potenzialità dell’uomo possono essere utilizzate in entrambe le direzioni ed il Meshech Chochmà porta ad esempio due famosi re di Jeudà: Chizkià e Menashè, padre e figlio, il primo ha raggiunto i vertici del positivo ed il secondo è caduto fino al fondo del negativo. E potremmo aggiungere che tale dicotomia è riscontrabile addirittura nello stesso individuo come nel caso di Elishà ben Abujà che dai vertici della Torà cade sino a diventare Acher e come Elazar ben Dordià che dopo una vita dissoluta passa alla storia come Rabbì Elazar ben Dordià che ci insegna la via della Teshuvà.
Rabbì Meir Simchà HaCoen, suggerisce che il primo che abbia indirizzato nella giusta direzione le proprie potenzialità spingendole alla vetta del bene fu Avraham nostro padre il quale secondo il Maestro di Dvinsk, percepì il Signore al livello dei corpi celesti e degli esseri superiori che non hanno scelta. E con lui poi Izchak e Jacov ognuno al suo livello. Il perseguire la Volontà Divina in maniera volontaria senza compromessi di sorta ha reso i nostri padri "il carro della Presenza Divina". Ciò viene imparato da un insegnamento di Resh Lakish che compare in Bereshit Rabbà (XLVII,6). È scritto infatti "E salì Iddio da Avraham" (Genesi XVII,22) ed è scritto a proposito di Izchak "E salì da lui Iddio" (ivi, XXXV,13). E circa Jacov è detto "Ed ecco che il Signore stava su di lui" (XXVIII,13). Spiega il Maharzu, Rabbi Zev Wolf Einhorn di Vilna (LXXXII,6) che così come Iddio "siede" in Cielo sul suo Trono di Gloria sorretto dai Serafini e dagli altri Angeli come risulta dalla visione di Iechezkel, così Egli "siede" sui Suoi fedeli in terra. E sono dunque i giusti che rendono la terra un luogo che possa accogliere la Sua Gloria.
Eppure Iddio non ha desiderato risiedere solamente in singole personalità straordinarie alle quali viene delegata la prerogativa di una vita santa. Tutt’altro. I nostri padri erano in primo luogo degli educatori, come abbiamo più volte visto. Avraham non è diventato carro per la Presenza Divina attraverso la meditazione o l’ascesi ma proprio attraverso la sua preoccupazione per le necessità del prossimo siano esse materiali o spirituali. In questo senso è straordinaria l’immagine dell’incontro con i tre angeli. È infatti proprio da quell’episodio che impariamo l’univocità degli angeli giacché ognuno di essi era preposto ad una missione e nessuno poteva adempiere a due compiti. Ed Avraham dolorante per la milà (il verso "E salì Iddio da Avraham" è scritto proprio al termine del precetto della milà pochi versi prima) va incontro a questi angeli pensandoli viandanti e si preoccupa della loro accoglienza. È l’incontro tra due mondi diversi che si toccano solo quando l’uomo è per propria intima scelta servo di D. quanto se questa scelta non l’avesse.
E se i nostri padri sono divenuti "Carri della Presenza Divina" in quanto diffusori della Parola del Signore, e non come singoli eremiti, così anche Iddio non ha desiderato che il "fenomeno Avraham" restasse un una tantum, ma anzi ha innalzato la sua discendenza per farne una nazione consacrata. ‘Parla a tutta la Comunità dei figli d’Israele e dirai loro: ‘Sarete santi poiché Santo Sono Io, il Signore vostro D.’’
L’ebraismo non ha santi, perché è un popolo di santi e la santità è alla portata di tutti e giammai prerogativa di una casta sacerdotale. In questo contesto vale la pena ricordare che questo era il paradigma dal quale Korach ha costruito la sua rivoluzione contro il Sacerdozio di Aron. "poiché tutta la Comunità sono Santi" (Numeri XVI,3). Ebbene, se le conclusioni di Korach sono errate non è errato il suo paradigma iniziale. "poiché tutta la Comunità sono Santi". È vero. Ciò non significa che in una comunità non ci siano dei ruoli e che ci sia bisogno di un Sommo Sacerdote, ma è altrettanto vero che ogni ebreo può raggiungere le vette dello spirito senza essere Sommo Sacerdote. Tant’è che il Talmud (TB Sanedrhin 109b-110a) fa utilizzare il paradigma di Korach "poiché tutta la Comunità sono Santi", alla moglie di On ben Pelet, nel suo ragionamento che salva il marito dal prendere parte alla rivolta stessa come abbiamo approfondito nella Derashà di Korach del 5762.
Or dunque come si fa a creare un popolo di santi? E che vuol dire un popolo di santi?
Questo è dunque il motivo per il quale Iddio ha dato la Torà, la riproduzione materiale della Saggezza Superiore, ad Israele. È proprio attraverso all’adempimento della Torà in Erez Israel, che Israele può raggiungere il livello di nazione consacrata.
"E se Israele nella Terra fanno la volontà del loro Padrone, santificano tutto al Signore, Benedetto Sia. E questo è il significato principale della radice santificare, consegnare-dedicare ad un autorità superiore. Ossia dedicare tutto al Signore Bendetto Sia: il suo corpo a servirlo e temerlo, il suo cuore ed il suo intelletto ad amarlo, i suoi servi ed i figli della sua casa ed i suoi conoscenti ad avvicinarli al Servizio del Signore, Benedetto Sia, nel momento in cui germoglia la terra e fioriscono i suoi fiori, la voce della Torà si ascolta ed il giubilo del Padrone del tutto riempie la Terra, portino le primizie del canto dolce, e la decima e la Terumà della loro abbondanza che le separino e le diano a coloro che fanno udire il canto nel Santuario de Signore [i.e. i Leviti]; li deve venire a vedere ed a farsi vedere [in pellegrinaggio] e nel settimo anno venga lasciata riposare la Terra e tutti sono come uomini liberi, e solamente a Colui che fa trovare da mangiare per le loro case, si affidi il loro cuore. Ed il tempo che è la cosa materiale più sottile ed impalpabile di tutto il mondo esistente, esso che lo santifichino attraverso le offerte legate al tempo ed attraverso lo Shabbat ed i giorni di Festa e quanto ne concerne." (Meshech Chochmà in loco) .
Ma tutto ciò non è in una sola direzione. Ed infatti continua il Mesech Chochmà:
"…ed allora il Creatore Benedetto Sia rivela il Suo Splendore e l’aspetto della Sua Gloria come lo videro alcune volte all’epoca del Primo Santuario, e riversa abbondantemente un influenza di Santità e Benedizione dalla Fonte delle Benedizioni …poiché dalla Santità che viene aggiunta nella Terra dai giusti che fanno la Sua Volontà così è l’ influenza senza misura dall’alto da Colui che non ha termine, e non c’è una misura che sale dal basso che non scenda doppiamente dall’alto raddoppiata."
Dunque la Santità è alla portata di ognuno di noi in funzione di quanto ci adoperiamo per la realizzazione del progetto Divino per Israele. Infatti il Mesech Chochmà prosegue dicendo che questo è il senso che Israele santificano le feste e che quando gli angeli chiedono a D. quando sono le feste egli li manda a vedere che cosa hanno deciso Israele, quando questi hanno santificato il mese. Giacché dice Rabbì Meir Simchà HaCoen, Iddio non ha dato ad altri la forza di Santificare all’infuori di Israele.
In tal senso dobbiamo capire il termine "Erez HaKodesh", la Terra del Santo e non la Terra Santa. Infatti è solo in Erez Israel che il popolo d’Israel può adempiere propriamente alla Torat Israel ed essere nazione del Santo. E più volte abbiamo ricordato che secondo il Rambam persino la Santificazione attuale del Rosh Cohdesh è legata al Bet Din di Erez Israel, senza il quale non esiste il concetto di consacrazione del Tempo. In questo contesto mi pare sia particolarmente apprezzabile l’operazione compiuta dal Rabbinato Israeliano circa il posticipo del Yom Hazmaut di quest’anno. E questo soprattutto perché è stata un’operazione che ha soddisfatto tutti e che in Erez Israel non ha sollevato, caso unico credo a memoria d’uomo, la minima polemica. È stata una decisione che ha unito e cementato "laici" e "religiosi", "destra" e "sinistra" ed ha eliminato, una volta tanto, tutte queste antipatiche etichette. Inoltre l’approfondita argomentazione scritta da Rav Jona Mezgher shlita verte proprio sull’autorità dei Saggi d’Israele in Erez Israel di prendere decisioni, soprattutto decisioni inerenti al tempo. Critiche si sono sentite invece proprio nella diaspora che vive con Yom Hazmaut un rapporto di normale amore conflittuale. Personalmente ho avuto l’impressione che sia stata data molta pubblicità alla cosa e certo questo non guasta mai. Devo però dire che il fatto che qualche comunità particolarmente lontana (ho sentito parlare della Nuova Zelanda) non sia venuta a conoscenza della decisione dice molto di più della comunità in questione che non dei Maestri di Erez Israel. Forse qualcuno comincerà a chiedersi se è veramente in Nuova Zelanda che si santifica il tempo, e che ci facciano degli ebrei agli antipodi di Erez Israel (in tutti i sensi).
Mi pare che ciò sia non solo apprezzabile ma anzi sia auspicabile altrettanto coraggio ed intraprendenza nel rispetto della Halachà per altre delicate questioni che necessariamente si creano quando Israel risiede nella sua Terra e vive una vita nazionalmente prospera.
In questa prospettiva possiamo capire anche un altro verso della nostra Parashà, verso che per Rabbì Akivà rappresenta la summa della Torà intera: "ed amerai per il tuo prossimo come per te stesso, io Sono il Signore" (ivi, XIX, 18). Spiega infatti il Meshech Cochmà che la conclusione del verso è la chiave per capirne il suo senso. Si può amare per il proprio prossimo come per se stessi solo se si compara la cosa all’amore che si deve avere per D. e che D. ha per noi. Così come Iddio non è visibile ed è l’unico caso di amore scollegato alla vista (laddove generalmente questa è necessaria per l’amore), così anche noi siamo comandati di amare il nostro fratello ebreo anche se non l’abbiamo mai visto! D’altra parte proprio l’essere uguali, allo stesso livello, come per te stesso, che rende possibile l’amore verso il prossimo. Solo quando si è sullo stesso piano non c’è secondo fine di sorta nell’amore reciproco.
Ebbene questo verso sancisce la comunione universale del popolo d’Israele ed il nostro essere uniti in quanto pariteticamente tenuti a santificare il Nome di D.. Questo è quanto Rav Solovetchik indica come modello di società ebraica: io, il mio prossimo ed il Signore.
Il grande chidush del nostro verso fonte, come spiegano tutti i Rishonim è il suo essere pronunciato in assemblea plenaria. Ossia diversamente da tutti gli altri precetti che venivano insegnati su uno schema di quattro ripetizioni rispettivamente da parte di Moshè, Aron, i figli di Aron e gli Anziani (come abbiamo approfondito nella derashà di Shabbat Mishpatim 5760), l’imperativo "sarete santi" viene insegnato a tutti da Moshè per quattro volte come spiega l’Or HaChajm. Questo perché generalmente Moshè, Aron, i figli di Aron e gli Anziani insegnavano ai soli uomini adulti. Qui invece viene insegnato a tutto il popolo comprese donne e bambini.
Un richiamo ancora più pressante al fatto che l’obbiettivo "sarete santi" sebbene ricada su ognuno di noi è realizzabile solo in una società consacrata. E questo, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è possibile solo in Erez Israel che è appunto la Terra del Santo.
In queste settimane che precedono la festa di Shavuot, dobbiamo allora lavorare in maniera particolare sull’amore verso il prossimo e la santificazione della collettività ed il suo legame indissolubile con Erez Israel. A Yom Hazmaut abbiamo iniziato a studiare le regole del Matan Torà secondo quanto ha insegnato Rabbì Shneuer Zalman di Lyadi, l’Admor HaZaken per il quale ci si inizia ad occupare di Shavuot dal 5 di Yiar. Perché Torà ed Erez Israel sono una cosa sola, non solo nei libri di Torà della diaspora, ma nella Torà di Vita, nella Torà che si vive propriamente solo in Erez Israel perché essa è nelle mani dei suoi Saggi.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici