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Parashat Bear Sinai-Bechukotai
5764Questa derashà è dedicata alla memoria dei Santi soldati dell’Esercito di Difesa di Israele, leggittimi eredi della Tribù di Gad che procede all’avanguardia del popolo per la conquista della Terra d’Israle che sono caduti questa settimana a Gaza.
Parashat Bear Sinai-Bechukotai
"E rincorrerete i vostri nemici, e cadranno davanti a voi a fil di spada. E [ne] rincorreranno cinque di voi cento, e cento di voi diecimila [ne] rincorreranno, e cadranno i vostri nemici davanti a voi a fil di spada" (Levitico XXVI, 7-8)
"E [ne] rincorreranno …di voi: tra i deboli tra voi e non tra i forti tra voi" (Rashì in loco citando Torat Coanim)
La seconda delle due Parashot che a D. piacendo leggeremo questo Shabbat si apre con le benedizioni che Iddio riverserà su di noi se adempieremo propriamente alla Sua Torà: prima fra tutte la pace. Pace che non è concetto astratto di opportunismo politico ma condizione esistenziale che deve crescere prima in noi come individui, poi in noi come popolo e solo a quel punto può influenzare il mondo intero. Così scrive appunto l’Ibn Ezrà commentando il verso "e darò pace nella Terra" (Levitico XXVI, 6), "tra di voi".
Nemmeno le benedizioni Divine però ci esimono dal prendere in mano la conservazione di questa pace, e persino nell’idillio delle benedizioni è chiaro che per quanto riguarda i nemici d’Israele il deterrente militare è ciò che ci vuole. In questo senso troviamo il nostro verso-fonte del quale ci occuperemo questa settimana. Un verso apparentemente tecnico o quanto meno "marginale", che come ogni lettera della Torà, di marginale non ha nulla.
Il concetto generale è che noi saremo in grado di rincorrere i nostri nemici. E sarebbe bastato dunque il verso 7: "E rincorrerete i vostri nemici, e cadranno davanti a voi a fil di spada." Evidentemente non basta giacchè la Torà prosegue al verso 8 con un curioso paradigma matematico che descrive questo rincorrere: "E [ne] rincorreranno cinque di voi cento, e cento di voi diecimila [ne] rincorreranno, e cadranno i vostri nemici davanti a voi a fil di spada".
Ciò ha attirato l’attenzione dei nostri Maestri i quali si sono interrogati sul senso e soprattutto sulla "correttezza" di questa strana formula.
Rashì in loco si chiede:
"‘cinque di voi cento, e cento di voi diecimila’: e che è questo il conto? E non avrebbe dovuto dire ‘e cento di voi rincorreranno duemila?...’"
Lasciamo per un attimo in sospeso la risposta di Rashì e soffermiamoci sulla domanda. L’equazione non torna dice Rashì. Se cinque rincorrono cento il rapporto è di uno a venti, come mai il verso cambia il rapporto nella seconda metà? Cento che inseguono diecimila, significa un rapporto di uno a cento. Se la Torà avesse voluto mantenere l’equazione avrebbe detto "e cento di voi rincorreranno duemila".
Rabbenu Bechajè prova ad aggiustare la formula dicendo che va intesa come "E [ne] rincorreranno cinque di voi cento, e cento [cinquine] di voi diecimila [ne] rincorreranno". Lo stesso tentativo lo fa il Maram da Rottenburg. Apprezzabile, ma un po’ forzato.
Ibn Ezrà sostiene che nella Bibbia è comune l’uso di cifre decimali progressivamente maggiori senza che ciò abbia particolare valenza sostanziale, la Torà parla il linguaggio umano nel quale questi numeri vengono ad indicare un numero particolarmente grande senza pretese di correttezza matematica.
Il Chizkuni propone una via diversa e spiega "l’errore" matematico. "Uno rincorre venti, e quando sono un unico manipolo, uno rincorre cento, giacchè è grande il merito dei molti."
Rashì, con la cui domanda abbiamo iniziato, formula lo stesso concetto estrapolandone il messaggio che la Torà ci lancia.
"…ma invece non è simile quando pochi eseguono la Torà a quando molti eseguono la Torà" (Rashì in loco citando Torat Coanim)
Ossia non si può pretendere che sia lo stesso quando combattono cinque ebrei o quando ne combattono cento. Quando si è in molti il nostro merito cresce in maniera sproporzionata, letteralmente a dismisura diremmo. Ed è da notare che qui non si parla solo di contabilità militare (per quanto nulla viene tolto alla sua importanza) quanto di fenomeni "spirituali" laddove ciò che conta è il merito dei molti. Abbiamo usato le virgolette per "spirituali" poiché come in ogni aspetto dell’ebraismo le idee ed i fenomeni spirituali sono nulli senza una traduzione materiale nel quotidiano. Ed infatti Rashì usa un termine particolare "osim et haTorà", che abbiamo tradotto letteralmente come "che eseguono la Torà", a rimarcarne la valenza pratica.
L’idea è che la nostra condizione politico-militare sia la derivata della nostra condizione morale. Del resto la Torà lo dice chiaramente ai versi precedenti: questa situazione di supremazia militare è il risultato del procedere nelle vie della Torà.
L’Or HaChajm HaKadosh, Rabbì Chajm ben Atar, elabora su questa idea e legge il nostro verso come da riferirsi proprio al processo di crescita spirituale di Israele. In questo senso il rincorrere è il rincorrere la Torà cercando di ricomporre le fratture di questo mondo e di svelarne la luce. Luce che è trattenuta da tutto quanto di negativo c’è nel mondo ed in primo luogo dalle nostre trasgressioni che si frappongono tra noi e D.. Nel lessico dei mistici ciò che copre la Luce è la Klipà, la buccia diremmo. Attraverso la Torà, Israele rimuove le Klipòt e rivela la Luce. Questo è ciò che il nostro verso descrive.
"E [ne] rincorreranno cinque di voi cento: il suo senso è che ciò che fuoriuscirà da voi rincorreranno il Signore, ossia i cinque libri della Torà che rincorreranno i cento livelli delle Klipòt…"
I nemici sono allora le trasgressioni e le Klippot che esse rappresentano; attraverso l’adempimento delle mizvot noi possiamo rincorrere e dunque conquistare le nostre trasgressioni, il nostro istinto, e far si che i cinque libri della Torà sconfiggano i cento livelli di interposizione tra noi e D..
Nella stessa chiave va letta la seconda parte dell’equazione dove cento non sono più le Klippot, ormai rimosse, quanto le cento benedizioni che l’ebreo è tenuto a benedire ogni giorno, delle quali più volte ci siamo occupati. La conquista della trasgressione viene qui rappresentata nel suo secondo livello attraverso le benedizioni che sono il nodo con il quale noi stringiamo il mondo al Suo Creatore e restituiamo a Lui l’autorità e la potestà sul creato chiedendogli di aumentare la Sua influenza benevola su di esso. E già abbiamo in passato detto che secondo il Rav Dessler la parola berachà, benedizione, viene dalla radice di brichà, cisterna, piscina.
A questo punto dunque le cento benedizioni come simbolo della nostra azione restauratrice sono ciò che libera la Sanità intrinseca del creato (ciò che i mistici chiamano ‘scintille di Santità’) e la ricongiunge alla sua radice "la totalità d’Israele che le raccolgono".
Ed allora dobbiamo spiegare il linguaggio della seconda parte del verso. La Torà dice che i cento inseguono revavà, che noi traduciamo diecimila sulla base di un verso nel libro dei Giudici (XX,10) come ci insegna il Chizkuni. Ma revavà significa anche moltitudine (come intendeva Ibn Ezrà) termine che viene riferito ad Israele dal Profeta Ezechiele nel suo descriverne la miracolosa sopravvivenza tra le avversità e la conseguente fioritura di Israele dalla schiavitù egiziana.
"Moltitudine come l’erba del campo ti posi, a miriadi ti moltiplicasti, divenisti grande, ti adornasti dei monili più belli, il tuo seno si rassodò, i tuoi capelli crebbero, ma tu eri nuda e scoperta." (Ezechiele XVI, 7)
Questo verso descrive la miracolosa crescita d’Israele e la sua sostanziale mancanza di preparazione, mancanza di mizvot, la nudità appunto, in vista dell’uscita dall’Egitto. Nudità che viene parzialmente coperta, ed in questo gioco di specchi è il buio che viene svelato, dalla mizvà del korban Pesach Mizraim e dalle altre mizvot che precedono l’uscita dall’Egitto.
Un altro termine che dobbiamo capire, per apprezzare pienamente i commenti riportati e fra tutti quello dell’Or HaChajm è un termine che non compare nel nostro verso, quanto nel commento del Chizkuni che abbiamo già citato. "Uno rincorre venti, e quando sono un unico manipolo, uno rincorre cento, giacchè è grande il merito dei molti." Il Chizkuni parla di manipolo, Agudà, come significante la trasformazione da cinque ebrei sciolti a cento ebrei compatti. A dire il vero il termine Agudà, manipolo appunto ma anche e soprattutto unione, viene utilizzato nel Pirkè Avot da Rabbì Chalaftà di Kfar Chananjà (III,7) per dire sulla base di un verso del Profeta Amos (IX,6) che la Shechinà è presene tra cinque persone che si occupano di Torà. È dunque lo studio della Torà che unisce, cementa e fa crescere non solo quantitativamente ma anche e soprattutto qualitativamente i cinque in cento. Il termine Agudà diventa quindi esplicativo di quell’unione di Israele che ci permette di salire di livello.
Proprio all’uscita dall’Egitto Iddio ci comanda di prendere un Agudat Ezov, un manipolo di issopo da utilizzare per aspergere il sangue del Korban Pesach sugli stitpiti e sull’architrave delle porte delle case nelle quali questo verrà mangiato.
Il mondo si ricongiunge alla sua radice di santità quando Israele inizia ad adempiere al proprio ruolo e questo è possibile solo quando Israele si compatta come un manipolo e sa trasformare cinque persone sulle quali risiede la presenza Divina in un popolo di santi.
In questo senso è straordinario il commento di Rashì con il quale abbiamo aperto. "E [ne] rincorreranno …di voi: tra i deboli tra voi e non tra i forti tra voi" (Rashì in loco citando Torat Coanim)
Quando Jacov ed i suoi figli arrivano in Egitto, Josef presenta i propri fratelli al Faraone. Per ottenere la terra di Goshen e separare così Israele dall’Egitto per quanto possibile, Josef sceglie di non presentare tutti i suoi undici fratelli, ma ne porta con sé solo cinque come è scritto "Ed un poco dei suoi fratelli, prese cinque uomini e li presentò dinanzi al Farone" (Genesi XLVII,2)
Rashì in loco commenta che si tratta proprio dei cinque fratelli più deboli, giacché Josef voleva evitare che il Faraone vedesse quelli più forti e ne facesse suoi ministri.
Allora possiamo capire che ciò di cui il nostro verso fonte ci parla è proprio l’evoluzione d’Israele da una dimensione dell’esilio nella quale cinque ebrei sono il massimo che si può mostrare al Faraone (e se sono deboli è anche meglio), ad una dimensione di redenzione nella quale non c’è limite alla crescita attraverso le mizovt.
Se vogliamo, l’Egitto ci tollera ed anche parecchio bene fino a quando siamo i cinque fratelli malconci di Josef, ma quando "e i figli d’Israele crebbero e si moltiplicarono e brulicarono etc.", allora "sorse un nuovo rè sull’Egitto che non aveva conosciuto Josef".
Non c’è modo di realizare la nostra aspirazione nazionale ed il nostro ruolo nel mondo in Egitto né in nessun’altra diaspora del mondo, per quanto sia essa comoda o tollerante. Non c’è modo di fare il salto qualitativo dell’agudà se non proprio nell’uscire dall’Egitto verso la Terra d’Israele.
Qui occorre capire la radice della parola Agudà. Ibn Ezrà (su Esodo XII,22) cita Rabbì Marianus per il quale la alef non è parte della radice che viene invece dal termine di gdud, reggimento.
In passato ci siamo occupati di questa radice verbale nella derashà sulla Parashà di Vaichì del 5760. Pur rimandando il lettore a quella derashà per una lettura completa non possiamo esimerci dal riportarne alcuni importanti concetti.
Jacov nostro padre benedì i suoi figli in punto di morte.
"Nella Tua salvezza ho sperato, oh Signore: Quando è giunto a benedire Gad ha pensato di usare anche per lui un’espressione ritmica, perchè Gad significa ‘buona sorte’ (mazal tov), ed avrebbe potuto dire: ‘Gad, sia buona la sua sorte’ (Gad iiè tov ghidò) oppure ‘Sia di buona sorte’ (Gad iiè otò) e simili; eppure si è subito ritratto dalla sua idea ed ha visto che è opportuno fidare solo nel Signore e non nelle sorti (segni zodiacali) e nell’esercito celeste. Perciò ha detto ‘Nella Tua salvezza ho sperato, oh Signore’ e non nella salvezza della sorte! E subito ha trovato un’espressione rimica senza ricordare la sorte ed ha detto: ‘Gad recluterà un reggimento’ (Gad Gdud jegudennu)…." (Dal commento di ShaDaL in loco basato sull’opinione del padre.)
In questa pittoresca ricostruzione troviamo un Jacov che supera il proprio istinto. Perchè l’augurare una ‘buona sorte’ è automatico e spessissimo lo facciamo senza pensarci. Eppure c’è in quest’augurio una contraddizione con il famoso principio che D. esplica ad Avraham: "En mazal leIsrael". Israele non è sottoposto alla fortuna, alla sorte. Ma perchè Gad si chiama Gad?
Quando Leà si accorse che non riusciva più ad avere figli e che la sorella aveva dato a Jacov la propria serva (Bilà) decise di dare anche lei la propria serva Zilpà a Jacov. Rashì sottolinea che per tutte le mogli di Jacov prima del parto la Torà narra la gravidanza tranne che per Zilpà a causa della giovane età che nasconde la sporgenza del ventre. Lavan avrebbe dato a Leà un ancella molto giovane per ingannarlo e fargli credere che la sposa fosse Rachel (si dava la serva giovane alla figlia giovane e la grande alla grande). Rashì sottolinea che la buona fortuna da cui Gad prende il nome si riferisce al fatto che nacque già circonciso mentre Rav Shimshon Refael Hirash riferice il fatto alla concatenazione degli eventi. Se Rachel non avesse portato una terza donna nel letto di Jacov, Leà non avrebbe osato portare la sua ancella. Questa difficoltà ad accettare la condivisione del marito da parte di Leà la Torà la mostra nello scrivere ‘ba’ gad’ (è venuta la buona sorte) tutto attaccato: ‘bagad’ che significa ‘tradimento’.
Jacov, sembra, non apprezza molto questa lettura del nome di Gad e, nel benedirlo trova una radice non proprio immediata ma anche meno ‘inflazionata’ del classico ‘mazal tov’.
La benedizione di Jacov verte intorno alla radice ‘ghimel, dalet’ che torna ben quattro volte nel giro di cinque parole.
3. Iegudennu, metterà assieme
4. Iagud, tornerà.
Questa radice indica, come si può ben capire, l’unità. Gad è colui che mette assieme. Il senso piano del testo si riferisce al fatto che Gad scegliendo di insediarsi in Transgiordania mette assieme un reggimento che combatte come avanguardia per la conquista di Israele e torna a riunirsi alla propria tribù solo a conquista completata. Gad è dunque la tribù della solidarietà.
Straordinario il fatto che l’esegesi classica dell’alfabeto ebraico connota proprio con questa caratteristica le due lettere che compongono il nome di Gad. Pur rimandando allo splendido ‘Olam HaOtiot’ di Rav Munk sul senso delle lettere ebraiche ricorderemo alcune caratteristiche della ghimel e della dalet, rispettivamente terza e Quarta lettera dell’alef-beth.
Queste, secondo la tradizione talmudica, sono simboliche della zedakà, laddove la ‘ghimel’ rappresenta il ricco colui che gomel chasadim (che applica misericordia ) e la dalet è il dal (misero). Dal punto di vista grafico la ‘ghimel’ tende una zampetta verso la ‘dalet’ che guarda dall’altra parte. Questo ci insegna che si deve fare zedakà allungando la mano fino al proprio prossimo cercando di non guardarlo in faccia per non imbarazzarlo. Se la dalet non vede la ghimel e molto meglio.
Gad quindi racchiude in se il senso della collettività. È quello che mette assieme, che e’ solidale con il prossimo che porta nel nome il senso della zedakà. Forse anche un piccolo rimprovero a Leà che legge in gad la bgidà (tradimento) di Jacov. Un invito alla solidarietà e non all’egoismo.
Interessante è conforntare questa benedizione con quella con la quale Moshè, in fin di vita, benedice Gad. Persino la criticabile decisione di prendere possesso oltre al Giordano viene benedetta Moshè: Gad ha scelto quella terra perchè in essa ‘è nascosta la porzione del legislatore’ ossia la tomba di Moshè. E dell’avanguardia in guerra Moshè dice: ‘è venuto alla testa della nazione, ha fatto la giustizia del Signore e le sue leggi con Israele’.
Quello che Jacov vuole intendere con il verso in questione è il fatto che Gad dimostra la fiducia nel Signore e nelle sue leggi e non nella sorte. Diremmo che se per Leà Gad è fortunato perchè nasce circonciso, per Jacov Gad è uno strumento di giustizia Divina e delle leggi del Signore perchè pur essendo circonciso viene sottoposto al dam-berit (come è la regola e come certamente è stato). Gad è colui che combatte una guerra nella quale non è direttamente coinvolto, colui che viene sottoposto alla milà anche se è circonciso. Che si preoccupa per chi non ha, anche se lui ha.
Questa solidarietà è esemplificata da ShaDaL nel fatto che Gad guida le truppe alla conquista di Erez Israel.
Per concludere una piccola riflessione sulla conclusione della benedizione di Gad. È detto che questi ‘tornerà sul proprio calcagno’ a dire che tutti torneranno sani.. Ma si può leggere anche diversamente . Abbiamo già visto come ‘jagud’ possa derivare dalla radice di mettere assieme. Il calcagno in questione è quel calcagno che ha caratterizzato Jacov tanto da essere la radice del nome del patriarca. Esso ricorda il fatto che Jacov afferrò al momento della nascita il calcagno di Esav. Ma anche deriva da una radice (ain, kuf, bet) che significa ingannare come spesso ricorda il mio Maestro Rav Chajm Della Rocca shlita.
La prima fase della vita di Jacov ha visto un figlio che inganna il padre per poi essere ingannato da Lavan (anche per mezzo di Zilpà madre di Gad).
Ora, prima di lasciare questo mondo, Israel può guardare la propria giovinezza come Jacov (colui che inganna) e affermare che Gad è colui che ricompone l’inganno, che ‘mette assieme il calcagno’.
La solidarietà di Gad e tutto ciò che esso rappresenta, l’unità d’Israele che simboleggia sono il tikun (la riparazione) per quanto fatto di male da Jacov.
L’approccio di Gad, la solidarietà collettiva di Israele è la Agudà, l’unità che deve regnare in noi e che ci deve caratterizzare soprattutto per quanto concerne la Terra d’Israele. Agudà non è necessariamente unità. Ci possono essere molte agudot, perché molteplice è la realtà di Israele. Siamo noi che nella Tefillà di Rosh Hashanà chiediamo di essere fatti "un agudà unica, per adempiere alla Tua Volontà con cuore integro".
Erez Israel e la sua difesa ha bisogno di un popolo che impari da Gad e che in questo modo possa mettere in fuga i nostri nemici che ci separano dalla nostra terra così come le trasgressioni che ci separano da D.
In un momento storico in cui alcuni pensano che ci si possa disinteressare della parte di Erez Israel che è retaggio di un’altra Tribù solo perché loro si sono sistemati nella loro porzione di Erez Israel, Gad ci ricorda che Israele è un agudà unica quando siamo tutti garanti l’uno dell’altro. Così fanno i nostri ragazzi nell’Esercito d’Israele vengano essi da Dan o da Elat mettendo a repentaglio la loro vita ogni giorno per tutti noi.
Forse se i nostri fratelli che sono ancora in esilio vorranno riunirsi all’agudà del Signore, nella Terrà del Signore, potremo essere veramente essere "un agudà unica, per adempiere alla Tua Volontà con cuore integro".
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici