TORAH.IT
Parashat Vajezè 5765
Parashat Vajezè
"Ed ecco il Signore si trovava su di lui e disse: ‘Io Sono il Signore, D. di tuo padre Avraham e D. di Izchak, la Terra sulla quale sei disteso la darà a te ed alla tua discendenza. E sarà la tua discendenza come la polvere della terra, e diromperai ad occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e verranno benedette in te tutte le famiglie della terra e nella tua discendenza. Ed ecco, Io Sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti farò tornare in questa terra, giacché non ti lascerò finanche avrò fatto ciò di cui ti ho parlato. " (Genesi, XXVIII, 13-15)
"e diromperai: come e ti moltiplicherai, e così "e si moltiplicò l’uomo" (ivi, XXX,43)" (Ibn Ezrà in loco)
Alla fine della Parashà della scorsa settimana Rivkà preoccupata per il rancore che Esav prova nei confronti di Jacov decide di allontanare quest’ultimo mandandolo a Charan presso suo fratello Lavan. Rivkà, pur essendo il motore degli eventi della Parashà di Toledot, agisce come si addice alla donna ebrea in maniera "nascosta", "interiore", sulla scia di Sarà nostra madre della quale è detto "Ecco è nella tenda". È Izchak, proprio su indicazione di Rivkà che convoca Jacov e gli ordina di andare a Charan. A ben vedere Rivkà non rende Izchak partecipe delle sue preoccupazioni circa l’incolumità fisica di Jacov, ma anzi motiva la sua missione a Charan con la necessità di trovare una moglie adatta, che possa essere degna socia della missione Divina della Casa di Avraham. Rivkà ne ha abbastanza delle Canaanee che ha sposato Esav. Izchak ordina infatti a Jacov di non prendere in moglie una Canaanea (lo taasè) e di prendere in moglie una figlia di Lavan (asè). Izchak lega questo doppio obbligo ad una speciale benedizione:
"Ed Iddio Onnipotente ti benedirà, ti farà prolificare e ti aumenterà e sarai una congrega di popoli. E darà a te la benedizione di Avraham, a te ed alla tua discendenza con te, perché tu erediti la terra delle tue residenze che Iddio ha dato ad Avraham." (Genesi XXVIII,3-4)
Rabbì Ovadià Sforno ritiene che il primo verso si riferisca alla benedizione economica (ti benedirà), la benedizione dei figli (ti farà prolificare) e la benedizione del livello spirituale (ti aumenterà). Quando queste tre cose coesistono, allora Israele merita Erez Israel. "Giacché quando anche la discendenza è indice di giustizia sarà degno di ereditare e vi sarà una santificazione del Nome di D. e non viceversa".
Da questi versi impariamo, lo abbiamo visto in passato e lo sottolinea Rav Elon shlita, che la benedizione che Jacov riceve al posto di Esav non è la benedizione di Avraham, ossia l’eredità della missione Abramitica e dunque l’eredità su Erez Israel, quanto la benedizione della materialità, con tutto ciò che ne concerne. Erez Israel era comunque destinata a Jacov.
Dopo aver legato l’imperativo di fondare una famiglia ebraica con il diritto in virtù di ciò su Erez Israel, Izchak manda Jacov. "Vajshlach Izchak et Jacov", "E mandò Izchak, Jacov".
Rav Mordechai Elon shlita sostiene che in questa occasione fa il suo ingresso nella Torà un importantissimo concetto: la shlichut, la missione. In ebraico ci sono due termini molto simili ma paradossalmente antitetici: lishloach, mandare, e lesshalleach, inviare. Entrambi i termini descrivono un movimento che proietta l’oggetto verso l’esterno. La differenza è come. L’Halachà codifica che "shluchò shel adam kemotò", ossia "il messo di un uomo è come l’uomo stesso". Ciò ha delle ripercussioni importantissime e permette di adempiere a moltissimi precetti a distanza. È persino contemplabile che un uomo sposi una donna per mezzo di un messo, per lo stesso principio. Perché questo avvenga il messo deve essere "bar daat", cosciente. Un minore non può essere un messo. Ma c’è di più. Il messo deve sì essere cosciente, ma deve "rinunciare" alla sua "autocoscienza" per adempiere alla volontà del mandante. Deve, nel corso della sua missione, rinunciare ad essere se stesso e rappresentare solo la volontà del mandante. Lo shaliach è dunque una proiezione del mandante e ad esso rimane attaccato fino al compimento del mandato stesso. Al contrario l’invio, lesshalleach, indica la separazione, l’allontanamento tra colui che invia e l’oggetto dell’invio. "Parla ai figli d’Israele e che allontanino (vajshallechù) dall’accampamento ogni Mezorà ed ogni Zav". E così moltissimi altri esempi nel Testo Biblico.
La missione che riceve Jacov è solo apparentemente simile a quella di Eliezer, servo di Avraham, che a Charan và proprio per trovare moglie ad Izchak. Eliezer è servo di Avraham, non ha volontà propria ed infatti sono i Saggi a dirci che si tratta di Eliezer giacché la Torà parla sempre e solo del servo di Avrahm, o tutt’al più dell’uomo. Mai per nome. La missione di Eliezer ha di certo dei connotati simili a quella di Jacov, ma ha anche una colossale differenza. La mancanza di indipendenza. E questo è esattamente ciò che Izchak vuole insegnare a Jacov che alla sua missione potrebbe obiettare che non si capisce bene come mai Izchak se ne sia rimasto a casa mandando Eliezer (i Saggi ci dicono che era un offerta integra presentata all’altare, e quindi non poteva uscire da Erez Israel) mentre lui deve andare di persona. La risposta di Izchak è appunto che arriva un momento nel quale se si vuole andare avanti si deve saper essere shaliach, continuatori della missione e degni rappresentanti del mandante, ma indipendenti nella propria azione. Proiezione di Avraham, ma allo stesso tempo, Jacov.
Un altro elemento della shlichut è la consapevolezza della difficoltà e della sostanziale dimensione di solitudine nell’indipendenza. Lo shaliach viene distinto dallo zibbur, dal pubblico dal quale trae il proprio mandato proprio in virtù del mandato stesso. In questo contesto potremmo dire che c’è una sorta di "esilio" intrinseco nell’idea di shaliach. Ed è appunto nell’appropinquarsi dell’esilio che Jacov riceve il suo mandato assieme alla rassicurazione circa la sua redenzione.
Jacov stesso utilizzerà lo strumento della shlichut , in due punti delicatissimi del processo di discesa nell’esilio Egiziano. Il primo caso è con Josef.
"E gli disse: ‘Vai a vedere, per favore, come stanno i tuoi fratelli e come sta il gregge e torna a riferirmi la cosa’. E lo mandò dalla valle di Hevron e giunse a Shechem." (Genesi XXXVII, 14)
"dalla valle di Hevron: ma Hevron non è su un monte, come è detto ‘…e salirono per il Neghev e giunse fino a Hevron…’? (Numeri XIII, 22). Allora [devi intendere] ‘[in base] al profondo disegno [che è stato rivelato] a quel giusto che è sepolto a Hevron’, per mantenere quanto è stato detto ad Avraham [in occasione del patto] tra le parti [degli animali che aveva diviso in due] ‘…poiché schiava sarà la tua discendenza…’ (Genesi XV, 13) (Rashì in loco basato su Bereshit Rabbà e TB Sotà 11a)
Josef diviene dunque lo shaliach in Egitto della Casa di Avraham. È il continuatore di Avraham e quanto è forte Rashì: la fonte della missione di Josef è la rivelazione di D. ad Avraham.
Anche Jeudà riceve un mandato.
"E Jeudà lo mandò davanti a se verso Josef per disporre (insegnare) dinanzi lui in Goshen, e giunsero nella terra di Goshen" (Genesi XLVI,26-28)
"dinanzi a lui": prima che giunga lì. Ed il Midrash Aggadà, "per disporre (insegnare) dinanzi a lui", per stabilire per lui un Bet Talmud (casa di studio) dalla quale esca l’insegnamento." (Rashì in loco)
Josef e Jeudà sono le due anime della Casa d’Israele e sono i progenitori dei due Messia, del Messia figlio di Josef, possa egli vivere, che precederà la venuta del Messia figlio di David, della Tribù di Jeudà. Notevole che le loro missioni si intreccino sempre, Josef viene mandato verso i fratelli e Jeudà viene mandato verso Josef. La perpetuazione della tradizione Abramitica si basa proprio sulla coesione delle diverse anime d’Israele, sulla ricchezza della molteplicità quando questa è al servizio della Torà. Ed in effetti questo è il nocciolo della missione di Jacov che va a Charan per creare le condizione per la generazione delle dodici tribù del Signore che assieme formano la Casa di Jacov, il popolo d’Israel.
Non è difficile notare come tanto nella missione di Josef, quanto in quella di Jeudà lo studio della Torà e la sua trasmissione siano fondamentali. Nel caso di Jeudà è addirittura contestuale. Nel caso di Josef ricorderemo che secondo il Midrash la missione viene comunicata nel corso dello studio congiunto di Jacov e Josef sulle regole della mizvà della Eglà Arufà, la giovenca accoppata di cui in passato ci siamo occupati.
Ciò ci conduce al successivo livello di shlichut, quella di Moshè nostro Maestro: "Ed ora, vai e ti manderò dal Faraone e farà uscire il mio popolo i figli d’Israele dall’Egitto." (Esodo III,10) Si tratta della shlichut che verte sulla ricezione e la trasmissione della Torà. Potremmo sintetizzarla con la prima Mishnà del Trattato di Avot:
"Moshè ha ricevuto la Torà sul Sinai e l’ha consegnata a Jeoshua, e Jeoshua agli Anziani, e gli Anziani ai Profeti, e i Profeti l’hanno consegnata agli uomini della Grande Assemblea. Questi hanno detto tre cose: ‘Siate moderati nel giudizio e create molti discepoli e fate una siepe attorno alla Torà."
Rabbì Chajm di Volzin nel suo Nefesh HaChajm sul trattato di Avot commenta il fatto che nella rivelazione del roveto nella quale Moshè viene investito della sua missione, egli viene chiamato due volte: Moshè Moshè. La Massorà, la tradizione in base alla quale leggiamo la Torà, non interpone tra i due nomi il segno usuale di separazione che invece compare ogni qual volta un nome viene ripetuto. Rabbì Chajm di Volozin spiega che la ripetizione del nome è di per se un privilegio a cui giungono solo i giusti, per i quali il nome celeste, la radice profonda dell’anima del primo nome è la stessa della rappresentazione materiale dell’individuo. C’è identità diremmo, per i giusti, tra la loro missione così come è stata voluta in Cielo e la loro realizzazione in questo mondo. Ma pur sempre esiste una separazione tra le due realtà. Non così Moshè nostro Maestro che si era santificato al punto da abbattere questa barriera ed essere contemporaneamente Moshè Moshè, senza separazione. Così intende il Nefesh HaChajm l’ordine di levarsi le scarpe e di ciò abbiamo in passato parlato. Il corpo è la scarpa dell’anima, e per Moshè la materialità non era più un impedimento, le scarpe potevano essere rimosse.
Per questo spiega Rabbì Chajm di Volozin, Moshè "riceve la Torà dal Sinai" poiché egli la ricevette direttamente dalla Mano di D., kabalà indica appunto ricezione da mano a mano. Jeoshua e gli Anziani così come i Profeti erano ad un livello inferiore, il livello della consegna, che non implica necessariamente l’adiacenza. E così anche abbiamo imparato nell’investitura di Jeoshua:
"E darai dalla tua maestà su di lui: Questo è lo splendore della pelle del volto. Dalla tua maestà: ma non tutta la maestà, perciò impariamo che il volto di Moshè è come il sole ed il volto di Jeoshua è come la luna." (Rashì in loco citando TB Bavà Batrà 75a)
Ma questa differenza di livello non ci deve intimidire. Jeoshua è il degno shaliach di Moshè pur non essendo al livello del Maestro. Ogni generazione ha i propri leaders ed ogni ebreo ha il proprio ruolo.
È monumentale in questo senso l’insegnamento dell’Admor di Lubavitch, (Likutè Sichot XXV, 362)
"Dalla shlichut di Jacov a Charan noi impariamo l’essenza ed il significato della shlichut. Questa shlichut esprime la shlichut ed il servizio generale di ogni ebreo. L’ebreo non deve rimanere nella terra dove ha abitato suo padre, nel luogo dove è cresciuto e si è formato, anche se questo luogo è un luogo di santità, ma è invece posta su di lui la shlichut di lasciare il suo luogo di nascita, nella dimensione di "lascerà l’uomo suo padre e sua madre" e di uscire nel mondo nel quale si trova il Charon Af (l’ira) del Luogo (del Signore). E tutto ciò "per prendere per lui da lì una moglie", edificare una casa in Israel, e migliorare il mondo, "riempite la Terra e conquistatela". Ed in maniera più generale questa è la shlichut di ogni ebreo come shaliach del Santo Bendetto Egli Sia, Shlichut che si esprime nella discesa dell’anima, da un alto livello, ad un pozzo profondo, in questo mondo basso, che non c’è più basso di esso, e fare una residenza per il Santo Benedetto Egli Sia proprio qui in basso. Questa shlichut generale è sottolineata nello Scritto che descrive l’uscita di Jacov verso Charan. "Ed uscì Jacov da Beer Sheva e andò a Charan". Questo Scritto sottolinea il luogo dal quale è uscito Jacov, "Beer Sheva" ed anche il luogo verso il quale è volto, Charan. L’essenza della shlichut è composta dunque da due elementi. Da una parte, la conoscenza e la consapevolezza dello Shaliach che egli è il messo del mandante ed è nullo rispetto a lui. Lo shaliach riconosce con ciò che egli mantiene la sua shlichut in virtù del fatto che il mandante lo ha nominato shaliach, e lo shaliach di una persona è come la persona stessa; d’altra parte lo Shaliach deve essere ‘bar daat’, cosciente, di per sé, realtà distinta dal mandante (ed essendo una realtà distinta ed indipendente egli si annulla volontariamente al mandante), e solo con questa consapevolezza è in suo potere compiere la sua shlichut.
Questi due punti della shlichut, la loro fonte è nella shlichut iniziale di ogni ebreo, la discesa dell’anima nel corpo, e ci sono in questa shlichut due poli, da un estremo all’altro. L’anima dell’ebreo discende da un luogo eccelso e non solo da un luogo eccelso, da un luogo molto eccelso, e dal luogo più alto che c’è scende l’anima in basso, e non in un luogo piatto, ma in un pozzo profondo, un luogo basso, un luogo nel quale non solo "ed il pozzo è vuoto, non c’è acqua", ma nel quale "ci sono serpenti e scorpioni".
Inizialmente l’uomo deve sapere il luogo dal quale viene, la sorgente e la radice dell’anima – Beer Sheva. Il Significato interiore di Beer Sheva è la misura della Binà, il discernimento, che è fonte e pozzo delle sette – sheva – misure, nelle quali è suddivisa ogni anima d’Israele; e la shlichut dell’ebreo si manifesta nel fatto che l’anima scende in basso in basso con una discesa sproporzionata, "e andò a Charan". L’anima scende nel mondo della dispersione, questo mondo basso, che non c’è più basso di esso, nel nascondersi della luce della santità, in un pozzo nel quale non c’è acqua e ci sono serpenti e scorpioni, questo mondo pieno di interposizioni e pieno dell’Altro Lato, che essi sono proprio contro il Signore. Ed è proprio in questo luogo che l’anima può adempiere alla sua shlichut in maniera completa, fare una residenza qui in basso, così come essi sono in basso."
Il compito dell’ebreo è dunque quello di muoversi. Di non rimanere in eterno nella casa che gli ha dato i natali, ma di crescere, moltiplicarsi prendere su di sé la propria shlichut e creare le condizioni perché i suoi figli dopo di lui possano a loro volta ricevere la loro missione.
Questo è anche il senso della benedizione che Iddio impartisce a Jacov all’inizio della nostra Parashà: Ed ecco il Signore si trovava su di lui e disse: ‘Io Sono il Signore , D. di tuo padre Avraham e D. di Izchak, la Terra sulla quale sei disteso la darà a te ed alla tua discendenza. E sarà la tua discendenza come la polvere della terra, e diromperai ad occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e verranno benedette in te tutte le famiglie della terra e nella tua discendenza. Ed ecco, Io Sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti farò tornare in questa terra, giacché non ti lascerò finche avrò fatto ciò di cui ti ho parlato. " (Genesi, XXVIII, 13-15)
L’assunto è che l’obbiettivo è l’eredità di Erez Israel . C’è un percorso da fare ed in quel percorso, con tutte le difficoltà dell’esilio tu ti moltiplicherai: ufaraztà, e diromperai. E proprio dopo quest’esplosione di missioni che "ti farò tornare in questa terra".
Non dobbiamo però mai perdere di vista il fatto che questa missione ha un obbiettivo.
"E sarà la tua discendenza come la polvere della terra, e diromperai: dopo che la tua discendenza sarà come la polvere della terra, come "ed hai presentato il tuo corpo come fosse terra e come una strada per i passanti" (Isaia LI,23). E ciò quando saranno al massimo della miseria, allora diromperai in tutti i confini della terra sulla quale sei disteso da ogni lato ad occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, così come ha testimoniato dicendo "e farà crollare tutti i figli di Shet" (Numeri XXIV,17). Poiché comunque la salvezza futura del D. sarà dopo la grande miseria d’Israele che si trova oggi nel suo esilio, che non c’è mai stato come esso. Così come hanno detto i Saggi (TB Sanedrhin 98a) "se hai visto una generazione nella quale le disgrazie si riversano su di essa come un fiume, aspettalo (il Messia), come è detto: "poiché verrà come un fiume il nemico", e subito dice "E giungerà a Sion il redentore". (Isaia LIX, 19-20) (Sforno)
Se la collocazione temporale del ufaraztà è nell’esilio, allora parliamo di una dirompenza centripeta e non centrifuga. È dai quattro angoli del mondo che Israele diromperà verso Erez Israel e non viceversa. Ed infatti Sforno chiama in causa un verso della Profezia di Bilam che si riferisce nel "senso immediato al Re Messia" secondo il Rashbam.
E forse allora vale la pena soffermarsi sulla shlichut che abbiamo in questa nostra generazione che ha avuto il privilegio di assistere all’inizio del germoglio della nostra redenzione. La shlichut di lasciare le nostre case di origine non solo in senso figurato, di materializzare l’ufaraztà verso Erez Israel, che un maestro italiano di nome Sforno ci insegna da centinaia di anni. Questo mandato, dato in una notte di quattro millenni fa nel luogo del centenario a Jacov nostro padre, nel luogo del Santuario.
Solo così sarà veramente realizzata la promessa del dono di Erez Israel ad Avraham. Solo così una persona non più tra noi da quattromila anni potrà prendere possesso di ciò che Iddio gli ha destinato: attraverso di noi, suoi discendenti, discepoli, ma soprattutto shlichim.
"Ushluchò shel adam kemotò", ed il messo di una persona è come la persona stessa.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
Questa derashà si basa su una lezione di Rav Mordechai Elon shlita.