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Parashat Ki Tissà 5765
Parashat Ki Tissà
"E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Quando alzerai la testa dei figli d’Israele secondo il loro censimento, e daranno, ognuno, il riscatto della propria anima al Signore, nel censirli; e non ci sarà in loro piaga nel censirli. Questo daranno, tutti coloro che verranno censiti, mezzo siclo, del siclo sacro, venti gherà ogni siclo, mezzo siclo offerta per il Signore " (Esodo XXX, 11-13)
"Questo: gli ha fatto una specie di moneta di fuoco dal peso di mezzo siclo e gli ha detto: ‘Che diano così!’" (Rashì in loco)
Nella Parashà di Terumà la Torà ci ha descritto la tipologia delle offerte necessarie per la costruzione del Santuario e le relative istruzioni per la preparazione degli oggetti e delle strutture che formano lo stesso. Nella successiva Parashà di Tezzavvè l’attenzione si è spostata sui Coanim, i Sacerdoti, i loro abiti consacrati e il cerimoniale della loro iniziazione al culto.
Appare perciò particolarmente inappropriata la successione di brani che aprono la nostra Parashà. La Torà ci parla infatti della donazione del mezzo siclo, della costruzione del lavabo e della preparazione dell’olio consacrato. Non si capisce bene che nesso abbiano tra di loro questi precetti né tanto meno perché la Torà li abbia collocati in questo modo, quasi a margine della discussione: una sorta di appendice.
Proveremo ad approfondire la questione con l’ausilio dei commentatori classici e la guida di Rav Mordechai Elon shlita.
Inizieremo col dire che trattandosi di un’offerta, per lo più un’offerta che verrà utilizzata per la costruzione del Santuario, ci saremmo aspettati che la raccolta dei mezzi sicli venisse menzionata assieme alle altre offerte all’inizio della Parashà di Terumà. Discriminante di questa offerta è senz’altro la sua periodicità. A differenza delle altre offerte volontarie, che non sono regolate quantitativamente né temporalmente, il mezzo siclo è una tassa fissa (non proporzionale) che viene versata annualmente da ogni maschio ebreo sopra i venti anni e che copre le spese di amministrazione corrente del Santuario ed in particolare l’acquisto delle offerte pubbliche. Nella prima donazione fatta nel deserto la raccolta dei mezzi sicli ha finanziato la costruzione delle fondamenta del Santuario. Un offerta basilare, potremmo dire, e per questo anche paritetica per tutti. Tant’è che viene connessa al censimento.
L’aspetto amministrativo-economico è però solo uno dei lati di questa (mezza) moneta. Il mezzo siclo è infatti come strumento del censimento, il metro per la definizione della persona come parte della società a livello morale e spirituale. Una delle chiavi per la comprensione di questo brano è in effetti il termine con il quale Iddio comanda a Moshè il censimento: ‘Quando alzerai la testa’. Il censimento si fa alzando la testa. In primo luogo ciò significa accordare "onore e grandezza ad ognuno di loro" (Ramban su Numeri I, 45). Non un operazione meramente tecnica dunque ma un occasione di valorizzazione dei rapporti tra leader e popolo.
Così anche l’Or HaChajm HaKadosh: "E si chiarificherà il testo secondo le loro parole, sia il loro ricordo in benedizione, relative al fatto che il peccatore provoca con il suo peccato l’abbassarsi della testa, giacché la dimensione del male, la sua essenza guarda a terra perché è misera mentre la dimensione della santità è l’innalzamento della testa e la salita dell’essenza e delle qualità. E troverai che ha detto lo scritto (Genesi XXIII, 17): ‘E si alzò il campo di Efron’ ed hanno spiegato i nostri Maestri (Bereshit Rabbà LVIII) ha avuto un innalzamento. Ed ecco questo precetto viene dopo l’episodio del vitello, così come ha precisato il testo, dicendo ‘e lo darai per il lavoro della Tenda della Radunanza’, ed hanno detto sia il loro ricordo di benedizione (Rashì), da qui che è stato comandato di contarli dopo l’episodio del vitello, e questo è quanto ha detto ‘Quando alzerai’, espressione che indica l’innalzamento della testa, così come ha detto (Genesi XL, 13): ‘Alzerà il Faraone la tua testa’, che è espressione di [elevazione] di livello, che tu alzi la testa dei figli d’Israele la cui testa è bassa per via della mancanza relativa all’episodio del vitello…"
L’Or HaChajm polarizza quindi il bene e il male. Il male tende verso il basso, il bene verso l’alto. Quando utilizzata per scopo di mizvà anche la materia tende verso l’alto, così come il campo di Chevron che contiene la grotta di Machpelà si "alza" nel momento in cui diviene proprietà di Avraham. Lo stesso vale anche per l’uomo. Se il peccato ci spinge verso il basso, ci deprime e ci demoralizza, il primo compito del leader è quello di alzare il morale. La prima cosa che Moshè deve fare è insegnare agli ebrei a tenere la testa alta.
Questo ci introduce alla compressione del midrash che Rashì riporta che apparentemente complica solo la faccenda. Moshè, dice il Midrash, ha delle serie perplessità e fatica a capire il precetto del mezzo siclo. Iddio allora gli mostra il peso richiesto per il mezzo sicolo, ma in maniera del tutto particolare: con una (mezza) moneta di fuoco. Non si capisce bene a che serva questa moneta di fuoco, davvero non aiuta Moshè a trovare il peso corretto del mezzo siclo!
I Saggi così interpretano la perplessità di Moshè:
"Ha detto Rabbì Abbau: ‘Ha detto Moshè dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia: ‘Padrone del Mondo! In che modo si innalza la sorte di Israele? Ha detto lui: Con ‘Quando alzerai’." (TB Bavà Batrà 10b)
E spiega Rav Elon shlita: a questo si riferisce il mezzo siclo di fuoco. Il compito del leader è quello di scaldare il popolo. Accendere i loro cuori, alzare le loro teste. Contarli con onore, aver conto di loro nel vero senso del termine. Così Rabbi Menachem Mendel di Kozk spiega perché proprio il fuoco venga scelto per simboleggiare il mezzo siclo. Tutto ciò che l’uomo dà ad un’altra persona è automaticamente sottratto a se stesso con una eccezione, il fuoco. Se accendo il lume del mio prossimo il mio lume non perde niente. Il fuoco simboleggia la trasmissione nella quale il trasmittente non perde niente. Per accendere la fiamma nel prossimo devo prima essere capace di accendere la mia.
Così troviamo Moshè ad innalzare se stesso per innalzare il popolo in occasione della guerra contro Amalek. In quel caso si verifica esattamente quanto stiamo dicendo. Amalek viene ad interrompere la Cantica del Mare. Viene a karechà, raffreddarti, a demoralizzarti, ad insinuare il dubbio. Contro un Amalek che vuole spingerci con la faccia a terra come a terra striscia il serpente dell’Eden con cui si identifica, Moshè deve trovare una soluzione: alzare le mani.
"E fu che quando alzava Moshè la sua mano Israele aveva il sopravvento, e quando la abbassava, Amalek aveva il sopravvento." (Esodo XVII, 11).
E così spiega Rabbì Levi Izchak di Bradichev nel suo Kedushat Levì:
"Ricorda ciò che ti fece etc. e tu eri stanco e provato e non ebbe timore di D. (Deuteronomio XXV). Ed ecco che appare che non solo la discendenza d’Israele è comandata circa la cancellazione di quell’Amalek che è progenie di Esav, ma anche che ogni uomo d’Israele deve cancellare quella parte di male, chiamata col nome di Amalek, che è sepolta nel suo cuore, giacchè in ogni momento in cui la stirpe di Amalek si trova nel mondo, allora visto che l’uomo è un mondo in miniatura, Amalek ha spazio nella forza del male di ogni uomo, e si risveglia ogni volta a traviare l’uomo…e questo è quanto ha detto ‘E fu che quando alzava Moshè la sua mano’, vuole dire quella sua forza definita "mano", quando l’uomo innalza questa sua forza allora Israele ha il sopravvento, ma quando la lascia, allora, non sia mai, ha il sopravvento etc. [Amalek]."
Tutto quello che Amalek vuole è demoralizzarci. Raffreddarci nell’indifferenza. Ma per Israele ciò significa la morte. Se smettiamo di cantare, di gioire, di scalarci a vicenda nel fuoco della Torà, abbiamo perso. È qui che si manifesta il leader: nella capacità di scaldare i cuori, di motivare il suo khal, di accendere in loro la fiamma della mizvà.
Ciò è valido per i nemici di tutti i tempi, non a caso legati ad Amalek.
"e daranno, ognuno il riscatto della propria anima: ha detto ReshLakish, era chiaro e rivelato dinanzi a Colui che ha parlato ed è stato il mondo che in futuro Aman il malvagio comprerà con dei sicli Israele, perciò ha anticipato il Santo Benedetto Egli sia i loro sicli con i suoi. E questo è quanto hanno insegnato: ‘Il primo di Adar si ricorda [la mizvà] dei sicli’."
Dinanzi ai malvagi che pensano di poter risolvere i loro problemi economici con la distruzione di Israele, Israele contrappone un modello della santificazione della moneta che come strumento di mizvà diviene di fuoco, dell’unico degli elementi che tende sempre verso l’alto.
Possiamo allora capire il nesso con gli altri due brani che seguono: il lavabo e l’olio sacro.
Il lavabo è uno degli utensili del Santuario ed è collocato tra l’Altare ed il Santo. In esso i Coanim lavano mani e piedi prima del culto. Esso rappresenta la purità. La purità è quel processo di preparazione indispensabile per accedere alla santità. Moshè farà il lavabo con gli specchi delle donne, quelle stesse donne ebree che sono le preposte alla sfera della purità coniugale così come più volte abbiamo visto. Il lavabo viene a dire che il culto è invalido se non è accompagnato da una sincera ricerca della purità prima e della santità dopo. Non basta che tutto si svolga regolarmente. Se il Coen non ha lavato le mani è tutto nullo, allo stesso modo non basta dare mezzo siclo, bisogna metterci il fuoco. Mi pare che potremmo aggiungere che è proprio la purificazione che connette e ricongiunge in qualche modo la dicotomia verticale di cui prima parlavamo. Mani e piedi vanno purificati contemporaneamente. Il Coen pone la mano destra sul piede destro, la sinistra sul sinistro e santifica assieme. Mani e piedi, alto e basso si uniscono. Così anche per salire verso il sacro ci si deve immergere nella profondità del mikwe. Il mikwe ed il kijor (lavabo) con esso rappresenta il ricongiungimento tra le acque superiori e quelle inferiori.
Così anche per quanto riguarda l’olio sacro. Quell’olio che consacra gli arredi del Santuario, i Sommi Sacerdoti ed i Re della Casa di David. Il Sefer HaChinuch ci spiega che "la radice della mizvà è che ha voluto Iddio che noi si faccia un operazione nelle nostre anime nel giorno in cui saliremo ad iniziarci nell’onore del suo sacro culto, e si veda su di noi grandezza e lode, e questa è l’unzione con l’olio, dato che l’unzione con l’olio pregiato non la fanno altri che re e grandi principi…"
L’olio serve a darci tono. A farci capire il valore di quanto stiamo facendo, un po’ come la sera del Seder quando, per essere veramente liberi, dobbiamo reclinarci come i patrizi.
Il Talmud (TB Oraiot 11b) deriva dal verso "Olio di untura sacra sarà questo per Me per le vostre generazioni" (Esodo XXX, 31) che l’olio che preparò a tal scopo Moshè non si esaurisce mai. Con esso furono unti gli arredi e tutti i Sommi Sacerdoti della storia fino all’epoca del Primo Tempio, nel quale l’ampolla fu nascosta. In futuro, quando il Tempio sarà ricostruito, presto ed ai nostri giorni, lo stesso olio servirà per consacrare al servizio Divino. La parola "zè", "questo" (valore numerico 12) indica che non importa quanto quest’olio venga usato, ce ne saranno sempre i 12 log (misura di liquidi ) originali.
Rav David Feinstein spiega in maniera straordinaria il massaggio dell’olio che non si consuma.
Il fatto che l’olio non si consumi implica necessariamente che esso non rimane sull’oggetto su cui viene versato. La Kedushà (santità) di ciò o di chi viene unto con tale olio non viene dall’olio. L’olio "accende" la Kedushà che è intrinseca nella persona.
Rav Feinstein paragona l’olio ad un Maestro o ad un genitore: non si deve pretendere di travasare saggezza o cultura nel discepolo, si deve portare la propria presenza ed il proprio esempio ad una distanza tale da poter "accendere" ciò che in potenza è già presente nel figlio/discepolo.
Esattamente come una candela accesa non passa ad una candela spenta altro che la scintilla che serve a farla brillare di luce "propria" (delle proprie capacità realizzate grazie all’intervento esterno).
Questo è la grane eredità che Moshè ci ha lasciato. Questo è il testamento del nostro sommo leader. Solo Moshè è in grado di preparare l’olio perché solo Moshè ha saputo insegnarci fino in fondo con il suo esempio come un leader possa accendere il suo kahal.
Rav Elon shlita ricorda che il primo componente di questo olio è il Mor Deror, mirra vergine, che Onkelos traduce in aramaico Mirra Dachjà. I Saggi nel Talmud (TB Chulin 139b) nel cercare un accenno a Mordechai nella Torà lo trovano proprio in questo termine. "Da dove si impara Mordechai dalla Torà? Da quanto è scritto, Mor Deror, e la sua traduzione aramaica Mirra Dachjà." Il Ramban dice che il senso di dror, libero, vergine, è che sia libero dalle contraffazioni, giacché viene sempre contraffatto. Questa è la grande sfida di Mordechai. Quella di rimanere se stesso, senza piegarsi alle contraffazioni dell’assimilazione. Vale la pena ricordare che l’evento che scatena le persecuzioni di Purim è il banchetto di Assuero al quale gli ebrei si presentano. È quando tutti cercano di ingraziarsi il re annullando il proprio io con una facile assimilazione che Mordechai si contrappone con il suo essere "Ysh Yeudì". Un giudeo.
Mordechai è l’unico che si definisce in quanto esiliato da Jerushalaim. È l’unico che capisce che la corte di Assuero non è la sua casa, e la festa di Assuero non è la sua festa.
Vorrei concludere ricordando che in epoca di Impero romano, gli ebrei romani, continuavano a raccogliere i mezzi sicli da mandare a Jerushalaim, quando ancora esisteva il Santuario. Il machazit ha-shekel è stato per anni il legame più forte tra la nostra nascente comunità e l’yshuv in Erez Israel. Il guaio è quando si pensa che basti il mezzo siclo e non si capisce che nei rapporti tra la diaspora ed Israele serve il fuoco.
Le fondamenta della redenzione, così come quelle del Mishkan si reggono sui mezzi sicli d’argento uniti ai mezzi sicli di fuoco, sulle teste ritte ed i cuori pieni di gioia dei redentori che saliranno presto sul Monte di Sion a giudicare il Monte di Esav.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici