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Parashat Vajakel 5765


Questa derashà è dedicata a tutti coloro che risiedono in golà, che possano presto avrere il merito di compiere la loro aliyà.

Parashat Vajakel

"E fece Bezzalel l’Arca di legno d’acacia, due ammot e mezzo la sua lunghezza, un’ammà e mezzo la sua larghezza, ed un ammà e mezzo la sua altezza." (Esodo XXXVII,17)

"E l’Arca che era il più particolare tra tutti gli oggetti è stato fatto da Bezzalel, che era il più grande di tutti, come hanno detto (TB Berachot 55A): ‘Bezzalel sapeva comporre le lettere con le quali furono creati il Cielo e la Terra’". (Rabbì Ovadià Sforno in loco)

 

La nostra Parashà ci proietta nella materializzazione del grande processo della costruzione del Santuario che ci accompagna ormai da alcune settimane. Essa inizia appunto con la convocazione generale nella quale Moshè, all’indomani del primo Kippur dall’uscita dall’Egitto, espone al popolo l’importante precetto. Ad una lettura superficiale la nostra Parashà sembrerebbe ripetere, a volte quasi con gli stessi versi, gli ordini impartiti nelle precedenti Parashot. In realtà nulla è pleonastico nella Torà ed ogni lettera rivela un mondo di insegnamenti che richiedono la nostra attenzione.

Ci soffermeremo questa settimana proprio su una discrepanza tra le due versioni del testo Biblico, che analizzeremo sulla scia di una lezione di Rav Mordechai Elon shlita.

La discrepanza in questione riguarda la costruzione dell’Arca, o meglio il soggetto adibito alla costruzione dell’Arca.

Nella Parashà di Terumà abbiamo letto espressamente:

"E faranno un Arca di legno d’acacia, due ammot e mezzo la sua lunghezza, un’ammà e mezzo la sua larghezza, ed un ammà e mezzo la sua altezza." (Esodo XXV,10)

La forma plurale "e faranno", incuriosisce immediatamente i Saggi, giacché per tutti gli altri arredi viene detto "e farai". Il Midrash (Shemot Rabbà XXXIV, 4) ragiona: "Come mai per tutti questi oggetti è detto ‘e farai’ e per l’Arca è detto ‘e faranno un Arca’? Ha detto Rabbì Jeudà figlio di Rabbì Shalom: ‘Ha detto loro il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Che vengano tutti e si occupino dell’Arca, in modo che tutti possano meritare di ottenere la Torà’’". L’Arca che conterrà le Tavole e (secondo alcuni) la copia originale del Pentateuco, è il simbolo della Torà. Iddio vuole allora che tutti si occupino della sua costruzione in maniera che tutti si leghino al suo contenuto.

Bel Midrash, bellissimo anzi, ma realizzarlo è assai arduo. Pretendere che un paio di milioni di persone costruiscano assieme un arca di un metro e mezzo è fuori da ogni logica. Ed infatti non avvenne. E nella nostra Parashà troviamo :

"E fece Bezzalel l’Arca di legno d’acacia, due ammot e mezzo la sua lunghezza, un’ammà e mezzo la sua larghezza, ed un ammà e mezzo la sua altezza." (Esodo XXXVII,17)

Dove sono finiti tutti quanti? Dov’è finito il "e faranno"?

Il Ramban su Esodo XXV,10 propone: "E così hanno detto nel Midrash Rabbà, ‘come mai per tutti gli oggetti è detto ‘e farai’ e per l’Arca è detto ‘e faranno un Arca’? Ha detto Rabbì Jeudà figli di Rabbì Shalom: ‘Ha detto loro il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Che vengano tutti e si occupino dell’Arca, in modo che possano meritare di ottenere la Torà’. E la questione è che ognuno offra un oggetto d’oro per l’Arca, o che aiuti Bezzalel con un piccolo aiuto, o che si concentrino sulla cosa."

Il Ramban prova a tradurre il misticismo del Midrash con tre proposte concrete, di cui le prime due non sono concrete affatto, e la terza è invece di notevole interesse. Rav Elon shlita sostiene che proprio per questo il Ramban non si limita a darci una sola possibilità, quasi per guidarci a ciò che siamo costretti a dire. Infatti non è possibile concentrare nelle ridotte dimensioni dell’arca l’oro offerto da milioni di persone, né tantomeno è plausibile che gli stessi aiutino "con un piccolo aiuto", Bezzalel, il quale certamente fu più che contento di rinunciare ad ascoltare il parere di ogni singolo ebreo su come fare l’Arca!

La kavvanà, la concentrazione è tutt’altra questione. Ma come si fa ad adempiere ad un precetto con la sola concentrazione? In effetti la costruzione del Arca è uno dei particolari del più ampio precetto di costruire il Santuario, precetto che è della collettività d’Israele come si evince dal Sefer Hamizvot del Maimonide, precetto positivo numero venti. Ora è evidente che come tutti i precetti collettivi è possibile adempiervi attraverso una rappresentanza del popolo, la domanda è se lo stesso si può dire per un elemento (l’Arca) per la quale sembrerebbe che Iddio abbia richiesto espressamente una partecipazione collettiva.

Rrisponde il Clì Chemdà su Pekudè: "È spiegato dalle parole del nostro Maestro il Ramban, sia il suo ricordo di benedizione, che persino con il pensiero, colui il quale desiderava aiutare Bezzalel, adempieva al precetto di fare l’Arca, e per questo è scritto ‘e faranno un Arca’, in modo che ognuno d’Israel abbia una parte in esso, dato che l’operazione dell’Arca è persino con il pensiero."

Dunque non solo un bel Midrash, ma un’evidente clausola halachica: si esce d’obbligo con il pensiero. Ma perché allora tutta questa confusione? Perché questa differenza tra plurale e singolare?

L’Admor di Ussiatin in Oalè Jacov (Terumà 167) ci illumina:

"…qui si parla del Santuario nella sua dimensione personale, ma il Santuario nella sua dimensione collettiva, che essa stessa è l’integrità della nazione israelita, è legata ad Erez Israel. E per questo motivo non furono resi Israel garanti l’uno dell’altro fintanto che non passarono il Giordano, [perché] soltanto Erez Israel ha completato il legame che unisce Israele in un corpo unico, in un integrità. (Cfr. Eruvin 43, Shevuot 39 e Rashì su Nizavim XXIX, 28. ) Ed ecco che il legame di Israele in un’integrità, ed al Santuario spirituale in Erez Israel per mezzo della Santa Torà è l’obbiettivo della Creazione. E così è nello Zohar nella Parashà di Shelach…"

L’Oalè Jacov ci introduce nella duplice dimensione del Santuario. Esiste un Santuario personale ed esiste un Santuario collettivo. Così anche esiste una Torà personale, dell’individuo diremmo, ed una collettiva, della nazione.

Ebbene la Torà della nazione, della collettività d’Israele è possibile solo in Erez Israel. Solo in Erez Israel l’intenzione e la partecipazione spirituale del singolo si fonde nel precetto del pubblico giacché in realtà non esiste pubblico, nel senso di collettività d’Israele, fuori da Erez Israel. Esistono singoli ebrei, non esiste la collettività. E non parliamo qui di acrobazie midrashiche sul valore della residenza in Erez Israel. Parliamo di Halachà.

Rav Morechai Elon shlita, spiega ciò in maniera straordinaria attraverso un monumentale insegnamento del Rambam.

"E perciò è un grande fondamento nei fondamenti della nostra fede, che non è risaputo e sul quale non riflette altro che colui che ha una conoscenza profonda, ed è il fatto che nel momento in cui noi fuori dalla Terra, contiamo l’operazione dell’Ibbur [ Si tratta del compunto del calendario nel quale viene a volte inserito un mese aggiuntivo, un secondo Adar, che rende l’anno Meubbar, lett. "incinto"] secondo quanto è nelle nostre mani, e diciamo che questo giorno è capomese, e quest’altro è festivo, non lo facciamo nella maniera più categorica perché con il nostro conto abbiamo stabilito questi giorni come festivi, ma piuttosto perché il Grande Tribunale che è in Terra d’Israele ha già stabilito questo giorno come capomese o festivo, e per la loro decisione che questo giorno è capomese o festivo, questo giorno è capomese o festivo…e sulle loro decisioni noi ci affideremo, non al nostro conto, mentre il nostro conte è semplicemente per rendere risaputa la cosa, e capisci bene ciò. Ed io ti aggiungerò una spiegazione: supponiamo per esempio che i figli di Erez Israel venissero a mancare da Erez Israel, e non sia mai che Iddio faccia una cosa del genere perché Lui ci ha assicurato che non verrà cancellato completamente il segno della nazione, e che non ci dovesse essere lì un Tribunale né fuori dalla Terra un Tribunale che è stato ordinato nella Terra d’Israele, ecco che i nostri conti non servirebbero a nulla in nessun caso…così come abbiamo spiegato ‘Poiché da Sion uscirà la Torà e la parola del Signore da Geruslemme’". (Sefer Hamizvot 153)

Nel suo esplicare le parole del Rambam dice il Chatam Sofer [Responsa del Chatam Sofer 10, Siman 234 e cfr. Orach Chajm siman 203 e cfr. anche Yosef Omez del Chidà siman 19e Sdè Chemed, Maarechet Erez Israel 4] "Se, non sia mai, non ci fosse alcun ebreo in Erez Israel, persino se rimanessero ebrei fuori da Erez Israel, ciò andrebbe chiamato ‘distruzione della nazione’, non sia mai."

Ed ancora il Rambam : "…e già abbiamo spiegato all’inizio di Sanedrhin che non è chiamato Tribunale in maniera assoluta altro che se investito in Erez Israel…giacché i figli di Erez Israel, essi sono chiamati "Kahal – Comunità" ed il Santo Bendetto Egli Sia li ha chiamati "Tutta la Comunità", persino se fossero dieci persone, e non si prende in considerazione all’infuori di loro fuori dalla Terra…(Commento della Mishnà del Rambam, Bechorot IV,3).

Ciò è riassunto in maniera straordinaria dal Zvi Glatt, possa il Signore vendicare il suo sangue, in Meafar Kumi.

"I nostri Maestri ci hanno insegnato che il popolo d’Israele è stato scelto come nazione, come nazione e non come singoli. [Cfr. Nezach Israel del Marahal di Praga cap. 11] E la Torà è stata data alla nazione, alla nazione e non ai singoli. [Cfr. Tiferet Israel del Marahal di Praga cap 17, e cfr. nei discorsi di Rabbì Zvi Yehuda Kuk sulla Parashà di Devarim, prima serie, sulla questione "Che non benedicevano sulla Torà prima di studiare".] E persino l’anima del singolo si mantiene solo in virtù dell’anima nazionale. Ed un altro insegnamento ci hanno dato i nostri Maestri, che questa dimensione, della "collettività d’Israele" non esiste fuori dai confini della Terra del Santo [Cfr. Orot Israel cap. 2,3]. La nazione muore nel momento in cui giunge in terra straniera: "E disse a me: ‘Figlio di uomo! Queste ossa sono tutta la Casa d’Israele, ecco che essi dicono: ‘le nostre ossa si sono seccate, ed è persa la nostra speranza, siamo stati condannati.’" [Ezechiele XXXVII,11] "…e l’uscita fuori da Erez Israel è il sepolcro, ed i vermi ci circondano, e non siamo in grado di salvarci dagli idolatri che mangiano la nostra carne…e noi speriamo ora nella resurrezione dei morti…’Scuotiti, risorgi dalla polvere’…"[Gaon di Vilna alla fine del suo commento al Sefer DeZniuta. E nel Midrash Tehilim LXVIII,3 è scritto "Israele in diaspora assomigliano a vedove ed orfani etc." (Cfr. Rashì su Echà I,1)] E così sono le parole del sacro Zohar: "‘E chi è come il tuo popolo d’Israele, nazione unica sulla Terra.’ – ma non sono cosa unica altro che nella Terra d’Israele…(Vajkrà 93b)"

Tutti conosciamo lo Shemà, ed il secondo brano nel quale viene presentato l’esilio come punizione per le nostre colpe. Subito dopo si parla dei Tefillin. Rashì commenta: ‘Anche dopo che sarete in esilio siate eccellenti nelle mizvot. Mettete i Tefillin, fatevi delle Mezuzot, in modo che non siano per voi come nuove quando tornerete e così dice (Geremia XXXI,20): ‘Pianta per te dei segnali’. (Deuteronomio XI,18) Come a dire che le mizvot hanno un senso in Erez Israel. Fuori da Erez Israel, vedete di conservarne la memoria.

Ciò non significa affatto che ci si possa sentire autorizzati a deviare o a tralasciare il più piccolo dei particolari della più piccola mizvà fuori da Erez Israel. Serve piuttosto a ricordare che fuori da Erez Israel l’ebreo è un singolo. Solo in Erez Israel è parte integrante del Nezach Israel.

Un interessante episodio narrato nel Talmud può farci capire quanto seria sia la questione:

"Quando scese Channinà figlio del fratello di Rabbì Jeoshua in golà faceva l’ibbur degli anni e stabiliva i mesi fuori dalla Terra d’Israele. Mandarono appresso a lui [i Saggi di Erez Israel] due sapienti, Rabbì Jossè ben Kepar e ed il nipote di Zecharià ben Kevutal [per protestare]. Quando li vide disse loro: ‘Perché siete venuti?’ Dissero lui: ‘Per studiare Torà [con te] siamo venuti.’ Annunciò la loro [venuta] dicendo: ‘Questi uomini sono i grandi della generazione, ed i loro padri prestarono culto nel Bet Hamikdash! Come abbiamo imparato nella Mishnà: Zecharià ben Kevutal dice: ‘Molte volte ho letto dinanzi a lui [al Sommo Sacerdote nella notte di Kippur] dal libro di Daniel [affinchè non si addormentasse] (Yomà 18b). [Passato del tempo] avvenne che lui dichiarava una cosa impura e loro la dichiaravano pura, lui dichiarava una cosa proibita, loro la permettevano. Annunciò su di loro: ‘Questi uomini, sono da niente, sono della confusione!’ Dissero lui: ‘Già hai costruito, non puoi distruggere; già hai definito, non puoi riaprire!’ [Come a dire, non puoi mettere in discussione la nostra saggezza ora che non ti fa comodo, dopo aver decantato le nostre lodi!]. Disse loro: ‘Perché io dichiaro impuro e voi puro, io proibisco e voi permettete?’ Dissero lui: ‘Perché tu fai l’ibbur agli anni e stabilisci i mesi fuori da Erez Israel.’ Disse loro: ‘Ed Akivà figlio di Josef non faceva forse l’Ibbur agli anni e stabiliva i mesi fuori da Erez Israel?’ (TB Yevamot 122a ) Dissero lui: ‘Lascia stare Rabbì Akivà che non aveva lasciato in Erez Israel nessuno del suo livello!’ Disse loro: ‘Anche io non ho lasciato nessuno del mio livello in Erez Israel!. Dissero lui: ‘Gli agnelli che hai lasciato sono cresciuti ed hanno messo corna, e ci hanno inviato presso di te e così ci hanno detto: ‘Andate e dite lui a nostro nome, se ascolta bene, altrimenti che sia scomunicato! E dite ciò ai nostri fratelli che sono in golà: se ascoltano bene, altrimenti salgano su un monte, Achià [il capo della Golà] costruisca un altare Channanià figlio del fratello di Rabbì Jeoshua [il levita] suoni l’arpa, e che tutti rinneghino e dicano che non hanno parte nel D. d’Israele!’’ Subito tutto il popolo iniziò a piangere e dissero: ‘Non sia mai! Abbiamo parte nel D. d’Israele!. ‘E tutto ciò perché? Perché è detto: ‘Poiché da Sion uscirà la Torà e la parola del Signore da Geruslaemme’ (Isaia II,3)" (TB Berachot 63 a-b)

Il messaggio dei Saggi di Erez Israel è fortissimo. Se non si pensa che possa esistere una Torà autonoma in esilio non si va da nessuna parte. Se ci si dimentica del fatto che in esilio la nazione ebraica muore, e che solo in Erez Israel abbiamo il diritto-dovere di gestire il tempo e con esso le mizvot, tanto vale che ci dichiariamo idolatri.

È idolatria pensare di poter sostituire Erez Israel con la diaspora, per quanto ricca di Saggi, di Torà e di fiorenti comunità. Se vengono meno tre ebrei da Erez Israel, fossero anche pastori ignoranti che non sanno leggere e scrivere, verrebbe meno il popolo d’Israele.

C’è una Torà del singolo, la Torà del galut. E c’è una Torà della collettività di Israele, la Torà di Erez Israel. E quando si è nella modalità di Erez Israel sì può adempiere al precetto del "e faranno" anche con il pensiero, perché in Erez Israel e solo in Erez Israel, siamo un Kahal, una comunità, una collettività. Solo in Erez Israel possiamo adempiere al nostro compito nazionale adempiendo alla Torà. In golà, nella migliore delle ipotesi, preserviamo a futura memoria ciò che faremo quando torneremo. Ad allora torniamo!

Quando il Ramban giunse in Erez Israel, fu pervaso da un incredibile spirito di gioia e di allegria. Dalle sue parole sembra quasi che la redenzione fosse alle porte. Ed è con incredibile soddisfazione che annuncia a suo figlio in una lettera che il prossimo Shabbat verranno due imbianchini da Chevron ed allora avremo minian a Gerusalemme!

Quanta strada abbiamo fatto da allora. Quanti minianim ci sono a Gerusalemme!

Poche generazioni come la nostra hanno facilità di salire in Erez Israel !

Erez Israel ci attende, il nostro popolo ci attende, il nostro compito nazionale ci attende.

Il nostro vero io, parte integrante di quel Kahal che esiste solo in Erez Israel, ci attende.

Scuotiti, risorgi dalla polvere!

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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