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Parashat Acharè Mot 5765
Parashat Acharè Mot
"E dalla congrega dei figli d’Israele prenderà due capri per chattat ed un montone per olà." (Levitico XVI, 5)
"Due capri: il primo per le colpe nel Santuario, e quello che viene mandato [ via] per il resto delle colpe del pubblico che per la sua grande impurità non è degno di essere offerto e rende impuro colui che lo porta." (Rabbì Ovadià Sforno in loco).
La sera del Seder ogni ebreo ha il precetto di mangiare la mazzà. Per adempiere a tale precetto vengono preparate delle mazzot sottoposte ad un particolare controllo, chimate Mazzà shemurà o, nella parlata degli ebrei romani, shimurim. Tre di queste azzime vengono poste nel piatto del Seder. [Shulchan Aruch, O.H. 473] Due come lechem mishnè, il doppio pane del Sabato e delle Feste, ed una, la seconda, che servirà per la recitazione della benezione relativa alla mazzà e per l’afiqomen. [Mishnà Berurà in loco] All’inizio del Seder, molto prima che si passi all’adempimento del precetto di mangiare la mazzà, la seconda delle tre azzime viene divisa (Yachaz) infatti in due parti, una metà viene rimessa all’interno delle due azzime intere e l’altra metà viene nascosta sotto la tovaglia, servirà come afiqomen, verrà cioè mangiata al termine del pasto in ricordo del korban Pesach , che si mangiava quando si era sazi.
Come mai questa seconda azzima si spezza?
La risposta che dà Benjamin da Roma, autore dell'antico annuncio di Pesach in uso nelle nostre Sinagoghe è che non c'è pane intero nel piatto del povero. Il povero in qualche modo è così preoccupato per il domani che spezza quanto ha oggi per lasciarne per il futuro. La mazzà è infatti il lechem oni, il pane povero. E la seconda mazzà è quella sulla quale recitiamo la benedizione sul precetto di mangiare la mazzà, potemmo in qualche modo dire è tra le tre mazzot la mazzà "istituzionale", laddove la prima è l’azzima sulla quale facciamo l’Hamozì, la benedizione del pane.
Nella pratica l’amozì viene recitato su tutte e tre le azzime (due intere e una mezza) mentre per la benedizione della mazzà, viene esclusa la terza azzima. Questa è l’opinione dello Shulchan Aruch nella lettura che ne da la Mishnà Berurà [Orach Hajm 475,1], seppure bisogna sottolineare che esistono numerosissime varianti di usi. A ben vedere questo è un punto di disputa anche nella conta dei simanim, le segnalazioni della scuola di Rashì che suddividono il Seder: c’è chi ne conta quattordici con mozzì-mazzà come unico siman e chi spezza i due e conta quindici simanim.
I Rishonim imparano la separazione della seconda azzima, lo Yachaz, da una nota di Rav Pappà a margine di una discussione nel Talmud (TB Berachot 39b) relativa al caso in cui venga messo sulla tavola del pane intero e delle fette di pane.
"Hanno portato dinanzi a loro fette di pane e pani interi. Ha detto Rav Unnà: ‘[Volendo] benedice sulle fette ed esenta le pagnotte. Rabbì Jochannan dice: ‘[La pagnotta] intera è un precetto di prima scelta.’"
La Ghemarà analizza le due posizione e poi conclude:
"Ha detto Rav Nachman bar Izchak: e colui che è temente del Cielo esce d’obbligo [secondo] entrambi. E chi è? Mar berè deRavinà. Il quale Mar berè deRavinà pone la fetta sotto la pagnotta [lett. dentro] e spezza.’ Ed è stato insegnato in una Baraità che il Tannà che era solito insegnare le baraitot presso [la Yeshivà] di Rav Nachman bar Izchak mette la fetta sotto la pagnotta e spezza e benedice. Disse lui [Rav Nachman bar Izchak]: ‘Come ti chiami?’ Disse lui: ‘Shalman’. Disse lui: Tu sei pace (Shalom) ed il tuo insegnamento è integro (Shallem) che hai messo pace tra gli alunni".
Su ciò commenta Rav Pappà:
"Tutti sono d’accordo che a Pesach pone [l’azzima] spezzata sotto quella intera e spezza. E qual è il senso? E’ scritto: "Pane povero" (Deuteronomio XVI,3)."
In qualche modo, vorrebbe dire Rav Pappà, la sera del seder l’approccio sintetico e pacifista di Shalman è universalmente accettato. Ma cosa c’è dietro quest’azzima spezzata?
Il Chidà [Simchat HaReghel III] propone un interessante simbologia basata sul noto schema per il quale le tre azzime rappresentano i tre patriarchi. In questo senso la seconda azzima divisa rappresenterebbe Izchak. Nel libro Imrè Noam, Parashat Vaerà, è infatti scritto che siamo usciti dall’Egitto per il merito di Izchak. (Ciò si basa sull’esegesi del Salmo 105, che poi nel rito Italiano è il Salmo di Pesach). Uscita dall’Egitto che si è verificata anch’essa alla metà del tempo stabilito di quattrocento anni giacchè gli egiziani ci schiavizzarono tanto di giorno quanto di notte. (Pirkè deRabbì Eliezer). Inoltre in virtù della capacità di dividere di Izchak, verremo redenti in futuro. Ciò si impara da una nota Ghemarà:
Ha detto Rabbì Shemuel bar Nachmani a nome di Rabbì Jonathan: ‘Che significa quanto è scritto: ‘Poiché Tu sei il nostro Padre, giacché Avraham non lo conosciamo ed Israel non lo riconosciamo, Tu oh Signore Sei il nostro Padre, Nostro Redentore, da sempre è il Tuo Nome.’? In futuro il Santo Bendetto Egli Sia dirà ad Avraham: ‘I tuoi figli hanno peccato contro di Me. Disse [Avraham]: vengano cancellati [i loro peccati] in virtù della Santità del Tuo Nome. Dirà [il Signore]: ‘Lo dirò a Jacov che ha avuto le difficoltà del crescere i figli, forse invocherà misericordia per loro. Disse lui: ‘I tuoi figli hanno peccato’. Disse dinanzi a lui: ‘ vengano cancellati [i loro peccati] in virtù della Santità del Tuo Nome.’ Disse: ‘Non c’è comprensione in Avraham né consiglio in Jacov’. Disse ad Izchak: ‘I tuoi figli hanno peccato contro di Me. Disse dinanzi a lui: ‘Padrone del Mondo! I miei figli e non i Tuoi figli? Nell’ora in cui hanno anticipato ‘Faremo’ ad ‘Ascolteremo’ li hai chiamati ‘Il Mio figlio, il Mio primogenito è Israele’ ora sono figli miei e non figli Tuoi? Ed ancora, quanto hanno [mai] peccato? Quanti sono gli anni di un uomo? Settanta anni. Leva i [primi] venti sui quali non si viene puniti e ne rimangono cinquanta. Levane venticinque che sono le notti e ne rimangono venticinque. Levane la metà che sono la preghiera, il mangiare e le necessità corporali e ne rimangono dodici e mezzo. Se li puoi sopportare tutti, bene. Altrimenti facciamo metà su di me e metà su di Te. E se dirai tutti su di me [Izchak], ecco che ho già offerto me stesso davanti a te [con la legatura]. Hanno iniziato a dire [Israele ad Izchak]: ‘Perchè tu sei nostro Padre!’ Disse loro Izchak: ‘Fintanto che voi lodate me, lodate piuttosto il Santo Benedetto Egli Sia’, e mostra Izchak il Santo Benedetto Egli Sia ai loro occhi. Subito hanno alzato gli occhi all’Eccelso ed hanno detto: ‘Tu oh Signore sei il nostro Padre, nostro redentore, da sempre è il Tuo Nome’" (TB Shabbat 89b).
La risposta del Chidà in effetti spiega perfettamente come mai proprio il precetto chiave della sera del Seder viene fatto su una mezza mazzà. Perché tutto è diviso in Pesach: gli anni di schiavitù come il mare, l’Allel come la notte. E tutto ciò è riassunto nel nostro patriarca Izchak, che nasce proprio a Pesach (Rashì su Esodo XII,49) e che simboleggia la capacità di spezzare. La capacità di farsi povero, di farsi nulla, dinanzi al Signore: . E se dirai tutti su di me [Izchak], ecco che ho già offerto me stesso davanti a te [con la legatura]. Dedizione totale.
Se ciò ci spiega la posizione di Rav Pappà, nulla ci dice della disputa generale sulle fette di pane e sulle pagnotte.
Rav Avraham Izchak HaCoen Kuk zz’l, spiega il senso del Yachaz dicendo che esistono due forme di alimentazione: l’alimentazione di sostentamento e l’alimentazione di mizvà. L’alimentazione di sostentamento è quanto l’uomo ingerisce per soddisfare le sue esigenze materiali, mentre è solo l’alimentazione di mizvà che può essere chiamata "intera", shelemà. Potremmo in qualche modo proporre che la pagnotta intera rappresenti l’alimentazione di mizvà ed infatti Rabbì Abba nel seguito della discussione in Berachot di cui ci siamo prima occupati asserisce che per il pasto dello Shabbat ci siano due pagnotte intere. Il pane spezzato è invece il pane del sostentamento. Il pane del povero appunto. Questa è a mio modesto avviso la disputa tra Rav Unnà e Rabbì Jochannan. L’alimentazione delle fette di pane può oscurare le pagnotte intere? In altri termini la contingenza di un umanità che si deve sostentare può mettere in secondo piano l’idea che c’è una modalità di alimentazione che è tutta mizvà? Che è shlemà, integra?
La sera del Seder tutti concordano che le due cose devono andare assieme e Shalman propone che ciò è auspicabile tutto l’anno. Notevolissimo che proprio la sera del Seder noi rovesciamo le parti ed è proprio quel pane spezzato ad essere il pane di mizvà, laddove il pane integro della festa è comunque un pane di sostentamento. La sera del Seder noi facciamo un operazione nella quale artificialmente trasformiamo attraverso lo Yachaz il nosto pane in lechem oni, in pane povero. Perché è nella sera del Seder che noi dobbiamo dimostrare di aver capito che pane di mizvà e pane di sostentamento debbono andare assieme a tal punto che è il mezzo pane del povero, il pane di sostentamento per eccellenza, che diventa l’unico pane di tutto l’anno sul quale diciamo che ci hai santificato con i tuoi precetti e ci hai comandato di mangiare! E quanto è comprensibile allora l’opinione in Berachot 2b che lega il momento in cui si può recitare lo Shemà alla sera con il momento in cui il povero mangia il suo pane con il sale! Il processo che dobbiamo compiere durante il Seder è quello di tornare poveri, spezzando il nostro pane intero e trasformandolo in strumento di Mizvà. Dobbiamo altresì sapere mettere assieme le due anime dell’alimentazione. La prima con la seconda mezza mazzà. Solo allora possiamo passare alla terza azzima con la quale estendiamo il concetto di "mettere assime", Korech, anche al Maror e presto ed ai nostri giorni al Korban Pesach. Perché tutti gli elementi fondanti di questa incredibile serata divengano un unico sandwich secondo l’uso di Hillel il Vecchio. Ma non finisce lì. Ci rimane una mezza mazzà con la quale sottolineiamo una particolarità del Korban Pesasch. L’Afikomen. Non se ne lascia nulla.
Si tratta della riproposizione della sfida della Manna. Avere fiducia. Avere fiducia che domani Iddio sopperirà alle nostre necessità. Non serve mettere da parte. Ciò non significa che sia sempre sbagliato pensare al domani. Ma ci sono dei momenti, come la sera del Seder, nei quali dobbiamo testimoniare la nostra fiducia, si deve saper finire l'Afikomen, la seconda azzima e non lasciare nulla. En Maftirim achar HaPesach. Questo è il senso profondo del Korban che stiamo qui ricordando e del quale non si lasciava nulla. Domani il Signore sarà con noi come oggi. Non lasceremo la Manna a fare i vermi, stasera mangiamo tutto, domani la Manna scenderà nuovamente. Stasera noi trasformiamo il lechem oni - il pane del povero, nel pane dei figli del Re. Perché un povero che ha D. come padre sa di essere figlio del Re. È il pane della fiducia.
Questo processo è riscontrabile anche nella vita dei patriarchi. Avraham è colui che alimenta il prossimo, il viandante. Egli introduce la birkat hamazon, la benedizione del pasto, sacralizzando l’alimentazione del sostentamento e dicendo ai forestieri che rifocillava, " benedite Colui che abbiamo mangiato del Suo".
E’ con Izchak invece che l’alimentazione diviene achilat mizvà. Avraham fa una seudat mizvà per lo svezzamento di Izchak. Non solo. Come noto Izchak chide ad Esav di cacciare degli animali e preparargli un pasto. Rivkà prepara al suo posto il pasto da far presentare a Jacov. Dice infatti Rivkà a Jacov:
"Vai per favore al gregge e prendi per me di là due capretti buoni" (Genesi XXVII, 9)
Rashì si chiede:
"E che Izchak si mangia due capretti?[E allora era Pesach], uno lo offrì come Pesach e del secondo fece prelibatezze, secondo il Pirkè deRabbì Eliezer."
Dunque non solo Izchak è colui che introduce la hachilat mizvà, l’alimentazione di mizvà, ma nel culmine della sua missione, nel decidere il futuro della casa di Avraham, trova l’ispirazione nel korban Pesach e nel Seder.
Jacov è colui che mette tutto assime. Jacov è colui che prende il Pesach del padre con l’ebra amara del pasto di Avelut che prepara alla morte di Avraham e che vende ad Esav e con il pane del povero che invoca a Bet El, quando Elifaz lo deruba di tutto rendendolo povero. Korech, come Hillel il Vecchio.
I nostri tre patriarchi sono allora il modello sul quale strutturiamo l’alimentazione della mazzà. Ma non dobbiamo dimenticarci che nella stessa casa di Izchak, c’è il figlio Tam, integro Jaocv, ma c’è anche il figlio malvagio, Esav.
E che all’interno di ognuno di noi convivono le diverse anime dei quattro figli come più volte abbiamo detto. Ecco allora il Midrash proiettare i due capretti del Pesach di Izchak nei più noti due capri del giorno di Kippur.
"Vai per favore al gregge e prendi per me di là due capretti buoni" (Genesi XXVII, 9)
"Buoni per te e buoni per i tuoi figli. Buoni per te perché per mezzo loro ti prendi le benedizioni, e buoni per i tuoi figli perché per mezzo loro espiano nel giorno di Kippur, uno per il Signore ed uno ad 'Azazel'." (Midrash Rabbà)
La sera del Seder, nel mangiare l’azzima di Avraham Izchak e Jacov non dobbiamo mai dimenticarci che il figlio malvagio è a tavola con noi. E da qui al giorno di Kippur, a D. piacendo avrà mandato ad Azazel la parte di Esav che è in lui rimanendo integro come Jacov nostro padre.
Questa sera è soprattutto per lui una straordinaria occasione di redenzione, poiché anche lui è figlio di Izchak che ha dimezzato (Yachaz) il nostro esilio in Egitto ed il cui merito è riposto (Zafun) per i giorni del Messia, possa egli giungere presto!
Shabbat Shalom e Chag Kasher veSameach!
Jonathan Pacifici
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