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# Differenti strategie
- URL: https://www.torah.it/differenti-strategie/
- Published: 2015-09-14T12:50:00.000Z
- Updated: 2026-07-17T12:53:02.000Z
- Description: Nel suo intervento per il primo giorno di Rosh HaShanà 5776, Rav Ariel Di Porto riflette, a partire dalla forma e dai suoni dello shofar, sui diversi atteggiamenti con cui l'uomo affronta il giudizio divino e le sfide della storia contemporanea.
- Author: Rav Ariel Di Porto
- Tags: Rosh Hashanà, #Derasha

Nel trattato di *Rosh HaShanà* (3:3-5) troviamo un’interessante discussione fra i Chakhamim e Rabbì Yehudàh sulla forma dello shofar di Rosh HaShanà. La domanda è se utilizzare corna di animali femmine o maschi e, quindi, se usare corni dritti o curvi.

La Ghemarà (26b) spiega la natura della disputa: per i Chakhamim «più una persona si raddrizza interiormente, meglio è»; per Rabbì Yehudàh «più una persona si contorce interiormente, meglio è».

Il Talmud Yerushalmì (*Rosh HaShanà* 3:3-4) collega il raddrizzamento alla *teshuvà* e la curvatura alla *tefillà*. Nel processo della *teshuvà* è molto importante essere franchi con se stessi e avere una percezione non distorta della realtà. Se abbiamo peccato non è utile andare in cerca di giustificazioni, dando una versione tutta nostra dei fatti. Nella *tefillà*, invece, è fondamentale la sottomissione.

Nel trattato di *Yevamot* (105b) troviamo una discussione simile: chi prega deve volgere lo sguardo e il cuore verso l’alto o in basso?

La Ghemarà conclude che gli occhi devono essere rivolti in basso e il cuore verso l’alto. Fra l’altro, i versi che sostengono le opinioni nel trattato di *Yevamot* e quelli che riporta Rashì nella discussione in *Rosh HaShanà* sono i medesimi; quindi possiamo affermare che esiste un rapporto stretto fra il suono dello shofar e la *tefillà*.

Proprio per via di questo legame Rav Soloveitchik spiegava un fatto apparentemente strano: non ci capita mai di interrompere la *‘Amidà* per compiere altre mitzvot; non interrompiamo la ripetizione della *‘Amidà* per mettere i *tefillin* o agitare il *lulav*. Chi facesse una cosa del genere al *Bet HaKnesset* sarebbe certamente ripreso!

Perché allora interrompiamo la ripetizione della *‘Amidà* di Rosh HaShanà per suonare lo shofar?

Non si tratta di un’interruzione, perché in realtà continuiamo a pregare!

Il suono dello shofar è parte integrante della *tefillà*.

Come sovente avviene, da particolari derivanti dalla sfera rituale e apparentemente non sostanziali possiamo individuare delle affermazioni di carattere teologico e filosofico.

Lo shofar, con la sua forma, rappresenta l’animo umano nel momento del giudizio.

Entrambi i punti di vista della Ghemarà in *Rosh HaShanà* sono rappresentati anche nei suoni dello shofar.

La *teqi'à* è un suono piano, che lo Zohar paragona ai «giusti completi», che nel momento del giudizio sono tranquilli perché non hanno di che temere; mentre la *teru'à* è un suono frammentato, l’uomo che si arrovella per via del suo comportamento, si curva e tende verso il basso.

La domanda fondamentale è: come dobbiamo comportarci nel momento del giudizio?

Un possibile approccio è quello di riconoscere la nostra colpevolezza affidandoci completamente alla misericordia divina, ammettere che non abbiamo alcun merito chiedendo candidamente di annullare il processo e ottenere la grazia.

L’alternativa è quella di affrontare il processo, senza aspettarci la grazia, convinti di avere delle ragioni, in particolare a livello collettivo nei confronti degli altri popoli.

Sarà banale, ma nel mondo attuale, in Diaspora e non, è difficile essere ebrei.

Non chiediamo perdono per via dei meriti acquisiti con la legatura di Yitzchaq, ma ci identifichiamo del tutto con Yitzchaq.

La nostra esperienza storica, con i suoi innumerevoli travagli, non va vista come una punizione, ma come la manifestazione della volontà divina di metterci alla prova, o piuttosto come sofferenze che arrivano da un padre amorevole.

Pertanto possiamo dire che non è detto che i sentimenti di colpevolezza siano l’elemento fondamentale degli *Yamim Noraim*, e questo è vero sia a livello personale sia collettivo.

Negli ultimi mesi ci sono state nel mondo ebraico vivaci discussioni circa vari esecrabili episodi che sono avvenuti in Terra d’Israele e l’opinione pubblica ha maturato varie idee che sarà difficile sradicare quando sarà opportuno.

Il risultato di questo esercizio dell’arte di farsi male da soli è che ci siamo costituiti di fronte al mondo intero riconoscendoci come un popolo di peccatori; e nessuno credo pensi che siamo dei santi, ma ciò che è emerso è che questa sarebbe la Torà di Israele.

Tanto per capirci, e scusate per l’immagine molto terra-terra, in tante altre parti del mondo, anziché un processo e il perseguimento della giustizia, di fronte ad analoghi episodi si sarebbe tutt’al più fatta una festa!

Tante volte nella storia, e ci sarebbero numerosi esempi di questo fenomeno, gli ebrei si sono tramutati nei nemici principali del popolo ebraico.

Il Satan, o l’istinto malvagio, ha molteplici e differenti strategie per ottenere quello che vuole.

Una di queste è particolarmente subdola: non riuscendo o non volendo farci peccare nel modo «tradizionale», ci fa un lavaggio del cervello, facendoci credere di avere sistematicamente torto, anche quando ciò è tutt’altro che ovvio.

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*Derashà pronunciata da Rav Ariel Di Porto a Torino nel primo giorno di Rosh HaShanà 5776.*

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