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# Eretz Israel non è il punto d’arrivo
- URL: https://www.torah.it/eretz-israel-non-e-il-punto-darrivo/
- Published: 2026-08-26T06:02:56.000Z
- Updated: 2026-08-26T06:02:56.000Z
- Description: Perché la Torah nomina il Bet HaMikdash prima della conquista di Eretz Israel, se storicamente fu costruito molto dopo? Il Sifrè rovescia la prospettiva: non siamo entrati nella terra e poi abbiamo costruito il Bet HaMikdash. Abbiamo ricevuto la terra perché ci fosse un luogo verso cui orientarla.
- Author: Jonathan Pacifici
- Tags: Ki Tavò, Biccurim, Malbim, Bet HaLevì, Rav Jonathan Sacks, Amek Davar, #social

La Parashà di Ki Tavò si apre con la mitzvà dei Biccurim. Il contadino porta al Bet HaMikdash le primizie della propria terra e pronuncia una breve dichiarazione che ripercorre la storia del popolo ebraico: la discesa in Egitto, la schiavitù, il grido rivolto a Dio e infine la redenzione.

Il racconto arriva al suo punto culminante con un versetto apparentemente semplice:

> **וַיְבִאֵנוּ אֶל־הַמָּקוֹם הַזֶּה וַיִּתֶּן־לָנוּ אֶת־הָאָרֶץ הַזֹּאת אֶרֶץ זָבַת חָלָב וּדְבָשׁ**  
>  
> «Ci portò in questo luogo e ci diede questa terra, una terra dove scorrono latte e miele» (Devarim 26,9).

Ma l’ordine delle parole pone immediatamente un problema.

Che cos’è **הַמָּקוֹם הַזֶּה**, «questo luogo»?

Il Sifrè, seguito da Rashì, risponde:

> **אֶל הַמָּקוֹם הַזֶּה — זֶה בֵּית הַמִּקְדָּשׁ**  
>  
> «“In questo luogo”: questo è il Bet HaMikdash».

Non può trattarsi semplicemente di Eretz Israel, perché la terra viene nominata subito dopo: **וַיִּתֶּן לָנוּ אֶת הָאָרֶץ הַזֹּאת**, «*ci diede questa terra*». Rashì infatti aggiunge: **כמשמעו**, qui “la terra” significa esattamente ciò che sembra significare: Eretz Israel.

A questo punto però la difficoltà diventa ancora maggiore.

L’ordine storico è esattamente il contrario. Prima il popolo entra in Eretz Israel, conquista e divide la terra; soltanto molto tempo dopo viene costruito il Bet HaMikdash. Il versetto avrebbe quindi dovuto dire prima **ויתן לנו את הארץ הזאת**, «*ci diede questa terra*», e solo dopo parlare del luogo del Bet HaMikdash.

Il Sifrè risponde con una frase sorprendente:

> **בִּשְׂכַר בִּיאָתֵנוּ אֶל הַמָּקוֹם הַזֶּה נָתַן לָנוּ אֶת הָאָרֶץ הַזֹּאת**  
>  
> «In merito al nostro giungere in questo luogo, ci diede questa terra».

Il Malbim rende il punto ancora più esplicito:

> **בשביל שיבנו את בית המקדש נתן ה׳ להם את הארץ**  
>  
> Dio diede loro la terra affinché vi costruissero il Bet HaMikdash.

La Torah non sta sbagliando la cronologia. Sta parlando di qualcos’altro.

Cronologicamente il Bet HaMikdash viene dopo la conquista della terra. Ma nello scopo viene prima.

Non siamo entrati in Eretz Israel e, una volta sistemati, abbiamo deciso di costruire il Bet HaMikdash. Nella lettura del Sifrè, **siamo entrati in Eretz Israel perché ci fosse un Bet HaMikdash**.

È un rovesciamento che ricorda molto una famosa osservazione del Bet HaLevì sulla Haggadà di Pèsach.

Noi siamo abituati a pensare che mangiamo mazà e maror perché siamo usciti dall’Egitto. Prima accade l’evento storico, poi nasce la mitzvà che lo ricorda. Ma il versetto dice:

> **בַּעֲבוּר זֶה עָשָׂה ה׳ לִי בְּצֵאתִי מִמִּצְרָיִם**  
>  
> «Per questo il Signore fece per me quando uscii dall’Egitto» (Shemot 13,8).

Il Bet HaLevì legge **בעבור זה** in senso quasi letterale: non soltanto facciamo Pèsach, mazà e maror perché siamo usciti dall’Egitto. Al contrario, siamo usciti dall’Egitto **perché potesse esistere tutto questo**. La libertà non è il fine ultimo. È ciò che rende possibile la Torah, le mitzvot, l’Avodà.

Il Sifrè sembra compiere lo stesso movimento con Eretz Israel.

Non prima la terra e poi, eventualmente, il Bet HaMikdash.

Prima viene lo scopo. Poi ciò che permette di realizzarlo.

È interessante che proprio questo versetto sia anche, in un certo senso, il grande assente della Haggadà di Pèsach.

Rav Jonathan Sacks ha fatto notare che la Haggadà è costruita attorno a una serie di “quattro”: quattro domande, quattro figli, quattro coppe e quattro espressioni di redenzione. Ma sotto questa struttura se ne nasconde un’altra.

Le espressioni di redenzione in Shemot non sono in realtà quattro. Dopo **והוצאתי**, **והצלתי**, **וגאלתי** e **ולקחתי**, Dio aggiunge:

> **וְהֵבֵאתִי אֶתְכֶם אֶל־הָאָרֶץ**  
>  
> «Vi porterò nella terra» (Shemot 6,8).

C’è dunque una quinta espressione: **והבאתי**.

Ed esiste anche una discussione sulla quinta coppa.

Ma soprattutto c’è un quinto versetto nel testo che costituisce il cuore del Magghid. La Haggadà commenta il Miqrà Biccurim da **ארמי אבד אבי**, ma si ferma dopo l’uscita dall’Egitto. Non arriva al nostro versetto:

> **וַיְבִאֵנוּ אֶל־הַמָּקוֹם הַזֶּה וַיִּתֶּן־לָנוּ אֶת־הָאָרֶץ הַזֹּאת**

Rav Sacks chiama questi elementi i **“quinti mancanti”**. Tutti indicano la stessa incompletezza: uscire dall’Egitto non basta. Una redenzione che termina con l’uscita dalla schiavitù, senza **והבאתי**, senza arrivare in Eretz Israel, non ha ancora raggiunto la propria destinazione.

È un’osservazione potentissima.

Ma il nostro versetto permette forse di fare ancora un passo.

Perché anche quando finalmente compare **והבאתי**, quando finalmente arriviamo nella terra, la Torah non dice semplicemente:

**ויתן לנו את הארץ הזאת** — Dio ci diede questa terra.

Prima dice:

**ויביאנו אל המקום הזה** — ci portò in questo luogo.

E quel luogo, secondo il Sifrè, è il Bet HaMikdash.

La destinazione non è dunque soltanto geografica.

Anche Eretz Israel ha uno scopo.

L’**Amek Davar** legge proprio in questo modo l’ordine insolito del versetto. **המקום הזה**, il Bet HaMikdash, è il luogo destinato alla **גילוי שכינה וגדולת הנפש**, alla manifestazione della Shechinà e all’elevazione dell’anima. La terra, invece, offre **הרחבת הדעת בצרכי הגוף**, l’ampiezza e il benessere nelle necessità materiali della vita.

Per questo il versetto mette il Bet HaMikdash prima della terra:

> **להקדים תודה על הרחבת הנפש להרחבת הגוף**  
>  
> «Per anteporre il ringraziamento per l’elevazione dell’anima al ringraziamento per l’ampiezza della vita materiale».

È importante che queste parole vengano pronunciate proprio da un agricoltore che porta i Biccurim.

La Torah non gli sta chiedendo di disprezzare il benessere materiale. Al contrario: egli arriva con un cesto pieno dei frutti di una **אֶרֶץ זָבַת חָלָב וּדְבָשׁ**, una terra fertile, abbondante, capace di nutrire e di produrre ricchezza.

Il latte e il miele sono una berachà.

Ma la Torah gli chiede di ricordare l’ordine.

Prima **המקום הזה**.

Poi **הארץ הזאת**.

Prima sapere per che cosa viviamo. Poi godere di ciò che abbiamo ricevuto per poterlo fare.

E forse per questo la cerimonia dei Biccurim è la conclusione perfetta di tutto il ragionamento. Il contadino prende la prima parte del prodotto della propria terra e la porta al Bet HaMikdash. Quello che è cresciuto nella **הארץ הזאת** ritorna verso **המקום הזה**.

Il frutto stesso rimette le cose nel loro ordine.

Pochi versetti prima il contadino raccontava una storia collettiva:

> **וַיִּתֶּן לָנוּ אֶת־הָאָרֶץ הַזֹּאת**  
>  
> «Ci diede questa terra».

Ora, con il cesto davanti all’altare, passa improvvisamente al singolare:

> **וְעַתָּה הִנֵּה הֵבֵאתִי אֶת־רֵאשִׁית פְּרִי הָאֲדָמָה אֲשֶׁר־נָתַתָּה לִּי ה׳**  
>  
> «Ed ora, ecco, ho portato le primizie del frutto della terra che Tu hai dato a me, Signore» (Devarim 26,10).

**נתן לנו** diventa **נתתה לי**.

La grande storia dell’Esodo, della conquista e di Eretz Israel arriva fino al mio campo, al mio albero, al mio frutto. Ma proprio quando la terra diventa davvero **mia**, la Torah mi chiede di prendere il primo prodotto che ne ricavo e portarlo nel luogo che viene prima.

Forse è questo il significato più profondo dell’ordine apparentemente sbagliato del versetto.

Non usciamo dall’Egitto semplicemente per essere liberi.

Non entriamo in Eretz Israel semplicemente per possedere una terra.

E non riceviamo una terra dove scorrono latte e miele semplicemente perché latte e miele sono piacevoli.

La libertà, la terra e persino l’abbondanza hanno una destinazione.

Per questo il versetto mette prima ciò che storicamente viene dopo:

> **וַיְבִאֵנוּ אֶל־הַמָּקוֹם הַזֶּה**  

  
e soltanto allora:  

>  
> **וַיִּתֶּן־לָנוּ אֶת־הָאָרֶץ הַזֹּאת**.

Perché a volte, per capire davvero da dove veniamo, bisogna cominciare dalla domanda più importante: **per che cosa siamo arrivati fin qui?**

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