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# Essere se stessi fuori casa
- URL: https://www.torah.it/essere-se-stessi-fuori-casa/
- Published: 2026-08-18T06:17:50.000Z
- Updated: 2026-08-18T06:17:50.000Z
- Description: A Sura, Rami bar Tamrei sembra avere una risposta per ogni obiezione di Rav Chisda, eppure sostiene di non mostrare tutta la propria acutezza. Il Chidà spiega perché essere lontani dal proprio ambiente può indurci a nascondere una parte di ciò che siamo.
- Author: Rav Johnny Solomon
- Tags: Su un solo piede

Nel Daf di oggi (Chullin 110a-110b) è riportato un affascinante confronto tra un grande Maestro la cui autorità viene messa alla prova e uno studioso brillante che sembra avere una risposta per tutto.

Rami bar Tamrei, chiamato anche Rami bar Dikulei, arrivò a Sura da Pumbedita alla vigilia di Kippur e mangiò delle mammelle per il pasto precedente al digiuno, nonostante l’uso di Sura fosse di non mangiarle.

Rami bar Tamrei fu portato davanti a Rav Chisda, che gli chiese di spiegare il proprio comportamento. Rami bar Tamrei rispose:

«Io provengo dalla città di Rav Jeudà, che permette di mangiare le mammelle».

Rav Chisda allora lo rimproverò, dicendogli che, trovandosi come ospite a Sura, avrebbe dovuto rispettare gli usi del luogo.

Rami bar Tamrei rispose:

«Ho mangiato le mammelle fuori dai confini di Sura».

Rav Chisda gli domandò allora:

«Con che cosa hai arrostito le mammelle?».

Rami bar Tamrei rispose:

«Con dei vinaccioli che ho trovato».

«Ma come hai potuto arrostire le mammelle con dei vinaccioli?», chiese Rav Chisda. «Forse provenivano da vino utilizzato per una libagione idolatrica, dal quale è proibito trarre beneficio!».

Ancora una volta Rami bar Tamrei aveva una risposta:

«Erano vinaccioli vecchi di oltre dodici mesi, e noi stabiliamo che quelli vecchi non sono proibiti».

«Ma forse», continuò Rav Chisda, «quei vinaccioli appartenevano a qualcun altro e quindi ti era proibito utilizzarli?».

Anche in questo caso Rami bar Tamrei aveva una risposta:

«Anche se fosse stato così, i proprietari avevano ormai rinunciato alla speranza di recuperarli».

A questo punto Rav Chisda notò che Rami bar Tamrei non aveva indossato i tefillin e gli domandò:

«Per quale motivo non hai indossato i tefillin?».

Rami bar Tamrei spiegò:

«Soffro di una malattia intestinale e per questo sono esente dalla mizvà dei tefillin, che richiedono un corpo pulito».

Rav Chisda notò poi che Rami bar Tamrei non aveva gli zizit sul proprio abito e gli chiese:

«Per quale motivo non hai gli zizit sul tuo abito?».

Rami bar Tamrei rispose:

«Questo è un abito che ho preso in prestito e pertanto sono esente dall’apporvi gli zizit».

Mentre si svolgeva questo confronto, gli assistenti condussero davanti al tribunale di Rav Chisda un uomo che aveva mancato di rispetto al padre e alla madre, con l’intenzione di punirlo.

Rami bar Tamrei disse loro:

«Lasciatelo stare! È stato insegnato: per ogni mizvà positiva la cui ricompensa è espressamente indicata dalla Torà — come nel caso dell’onore dovuto ai genitori — il tribunale terreno non ha il potere di costringere le persone ad adempierla».

Rav Chisda disse allora a Rami bar Tamrei:

«Vedo che sei molto acuto!».

Rami bar Tamrei rispose:

«Se fossi nella città di Rav Jeudà, potrei mostrarti la mia acutezza molto più di quanto possa fare qui».

Come appare chiaramente, il confronto tra Rami bar Tamrei e Rav Chisda era inizialmente teso. Ma quando Rav Chisda ascolta l’intervento di Rami bar Tamrei sulla legge dell’onore dovuto ai genitori, ne riconosce il valore e lo elogia.

A quel punto Rami bar Tamrei avrebbe potuto semplicemente rispondere «grazie». Invece dice a Rav Chisda di essersi trattenuto dal mostrare fino in fondo le proprie capacità e che, se fosse stato a casa propria, a Pumbedita, nella città di Rav Jeudà, non avrebbe avuto la stessa necessità di contenersi.

Ma che rapporto c’è tra il luogo in cui ci troviamo e la nostra capacità di mostrare ciò che siamo?

Il Chidà spiega nel *Petach Enayim* che una persona eccezionalmente dotata può essere colpita dall’*Ayin HaRa*, proprio perché le sue capacità possono suscitare la gelosia degli altri, come emerge anche dal commento di Rashì a Berachot 31b.

A Sura Rami bar Tamrei era un personaggio eccezionale per le sue capacità e pertanto si tratteneva dal mostrare tutta la propria grandezza nella Torà, per timore dell’*Ayin HaRa*. A Pumbedita, invece, non viveva soltanto Rav Jeudà, ma anche i suoi numerosi allievi, anch’essi educati all’acutezza e particolarmente dotati nello studio della Torà. In un ambiente del genere Rami bar Tamrei non rappresentava un’eccezione e avrebbe quindi potuto mostrare a Rav Chisda le proprie capacità con maggiore libertà, senza temere l’*Ayin HaRa*.

Ci sono molti modi per interpretare questa Ghemarà e molti modi per leggere l’insegnamento del Chidà. Ma, al livello più semplice, possiamo imparare qualcosa di molto umano: quando siamo ospiti nelle case o nelle comunità degli altri, spesso ci tratteniamo per paura di essere giudicati male. E proprio questo tentativo di contenerci, questa sensazione di non poter essere completamente noi stessi, può a sua volta generare incomprensioni e situazioni imbarazzanti.