> ## Content Index
> Fetch the complete content index at: https://www.torah.it/llms.txt
> Use this file to discover other available public pages before exploring further.

# I due vertici bilaterali
- URL: https://www.torah.it/i-due-vertici-bilaterali/
- Published: 2012-12-22T13:50:00.000Z
- Updated: 2026-11-03T13:50:53.000Z
- Description: «Io sono Josef, mio padre è ancora vivo?». Dietro questa domanda si nasconde un interrogativo più profondo: che cosa significa essere davvero vivi? Josef dimostra che la vita di Israele non dipende dal potere dell'Egitto, ma dalla fedeltà alla propria identità.
- Author: Jonathan Pacifici
- Tags: Vaigash, #Derasha, Sforno, Tur, Bet HaLevì

> “E disse Josef ai suoi fratelli: ‘Io sono Josef, mio padre è ancora vivo?’” (Genesi XLV, 3).

Nella parashà di questa settimana ci sono due importanti incontri. Sono incontri epocali, quegli incontri le cui implicazioni vanno ben oltre il contingente.

Il primo è l’incontro tra Jeudà e Josef, il secondo è tra Jacov ed il Faraone.

Sono due incontri però apparentemente molto diversi: avvengono i momenti e situazioni diverse ed il loro scopo è ben diverso.

Il primo, che apre la parashà, è notoriamente più che altro uno scontro.

> “E si avvicinò a lui Jeudà e disse, per favore oh signor mio, parli per favore il tuo servo alle orecchie del mio signore e che tu non ti adiri con il tuo servo, giacché tu sei come il Faraone.” (Genesi XLIV, 18).

Rashì commenta ‘e che tu non ti adiri’ con il quale Jeudà si rivolge a Josef: ‘da qui impari che gli parlò duramente.’

Il midrash ci dice che Jeudà, durante il conflitto verbale con Josef, si prepara alla escalation militare. Manda Naftalì a fare una cernita dei mercati egizi (dodici), divide le sue truppe (tre mercati per sé ed uno per ogni fratello) e si prepara a distruggere l’economia egizia. Non si preoccupa nemmeno della protesta di real politics del resto della truppa: ‘questa non è Shechem’, protestano i fratelli. Insomma Josef vuole prendersi Binjamin e Jeudà lo affronta dimostrando tutta la sua leadership: Jeudà è re e secondo alcune versioni del Midrash è proprio l’opposizione presunta di Josef alla sua regalità che scatena il meccanismo della vendita.

Il secondo incontro è di tutt’altra natura: dopo che Jacov discende in Egitto Josef lo porta a conoscere il capo.

> “E portò Josef Jacov suo padre e lo mise in piedi davanti al Faraone, e benedisse Jacov il Faraone. E disse il Faraone a Jacov: ‘Quanti sono i giorni degli anni della tua vita?’ E disse Jacov al Faraone: ‘I giorni degli anni delle mie peregrinazioni sono centotrenta anni, pochi e cattivi furono i giorni degli anni della mia vita e non raggiunsero i giorni degli anni della vita dei miei padri nei giorni delle loro peregrinazioni.’ E benedisse Jacov il Faraone ed uscì da dinanzi al Faraone.” (Genesi XLVII, 7-10).

Secondo il senso immediato, il *pshat*, è una semplice visita di cortesia. Il loro dialogo si riduce ad una domanda del Faraone (quanti anni hai?) ed alla risposta di Jacov: centotrenta, pochi e cattivi rispetto a quelli dei miei padri. Fine. Tanti saluti, arrivederci e grazie.

È possibile stabilire un rapporto tra questi due incontri?

Vorrei provare a proporre alcuni punti di contatto.

In termini moderni potremmo dire che il primo è l’incontro tra i ‘vice’, mentre il secondo è l’incontro tra i leaders veri e propri.

Josef è statutoriamente *mishnè lamelech*, vicerè, e Jeudà questo suo ruolo lo riconosce: “*giacché tu sei come il Faraone*”. D’altro canto Jacov è il Patriarca, il capo della Casa d’Israele e Jeudà, leader tra i fratelli in quanto ad autorità è secondo solo al padre. Jeudà affronta il vicerè d’Egitto a testa alta, dicendogli secondo il midrash, ‘come tu sei riverito qui in Egitto, noi siamo riveriti in Erez Kenaan’. Ossia tu sei il leader dell’Egitto ed io sono il leader di Israele, non ho complessi di inferiorità.

C’è quindi un parallelismo tecnico perfetto: Jeudà sta a Josef come Jacov sta al Faraone.

Quello che però è l’aspetto più significativo a mio modesto avviso, è l’oggetto della discussione, il nocciolo della questione. La frase chiave del primo incontro, la rivelazione di Josef è così descritta: “*E disse Josef ai suoi fratelli: ‘Io sono Josef, mio padre è ancora vivo?*’” (Genesi XLV, 3). La domanda di Josef viene intesa dai Maestri in più modi: Sforno sostiene che Josef si meraviglia del fatto che Jacov sia potuto sopravvivere a tanti anni di dolore. Il Tur pensa che Josef si preoccupava di sapere se il padre fosse ancora vigoroso. Per il Bet Hallevì non è nemmeno una domanda.

> ‘…e anche ciò che ha detto loro: ‘forse mio padre è ancora vivo?’, spiega il Midrash che non era affatto una domanda dato che, come abbiamo spiegato prima, non c’era assolutamente spazio per questa domanda ora. Invece il Midrash ti spiega che questa era un affermazione di stupore e meraviglia, la lettera ‘hei’ \[che aggiunge il senso di ‘forse’ alla parola ‘ancora’\] indica stupore, ed egli gli ha detto con un linguaggio di stupore: ‘Io sono Josef; forse mio padre è ancora vivo?’ con senso di stupore. Dicendo: ‘Io non capisco come mio padre possa essere ancora vivo a causa del troppo dolore del non sapere niente di me fino ad ora’. Ed in queste parole è contenuta, in forma nascosta, una grande domanda a loro ed anche una contraddizione con tutti i ragionamenti di Jeudà nella sua disputa, poiché tutti i ragionamenti di Jeudà \[ruotavano sul\] grande dolore che avrebbe provato Jacov se gli fosse stato preso Beniamino, ma se è così ecco che gli ha obbiettato \[Josef\], come mai non si fossero preoccupati \[in passato\] del dolore del loro padre ed avessero venduto Josef. Ed anche che se era potuto stare senza Josef, così sarebbe potuto stare senza Beniamino, ed ecco che dopo che avevano dimostrato davanti a lui grande misericordia verso loro padre circa il fatto che gli venisse preso Beniamino suo figlio prediletto, \[Josef\] dispiega davanti a loro il loro stesso operato \[nella vendita\] ed essi rimasero sconcertati dal rimprovero…’

In maniera stupefacente questo è anche in fondo l’unico argomento di discussione tra Jacov ed il Faraone. “*Quanti sono i giorni degli anni della tua vita?*”

Tutti i commentatori biblici concordano col dire che l’aspetto di Jacov era estremamente anziano, tanto da meravigliare il Faraone che non aveva mai visto un uomo così. Jacov non fa molto per nascondere la sua vecchiaia: viene messo in piedi, termine passivo che indica che questi non era autosufficiente nei suoi movimenti. Ma c’è allo stesso tempo una grande dignità in questo vecchio padre per il quale, dice il midrash, il basso architrave che costringeva tutti ad inchinarsi nell’entrare al cospetto del Faraone, si alzò.

Josef chiede se il padre è ancora vivo, il Faraone vedendolo vivo davanti a sé, chiede quanti anni abbia, non capacitandosi di come sia possibile che sia vivo.

Entrambi gli incontri vertono sulla possibilità che Jacov sia vivo.

C’è però un altra vita sulla quale pende un punto interrogativo.

Josef, nella recita che inscena ad uso e consumo dei fratelli, giura il falso. Jeudà glielo rinfaccia: ‘*tu sei come il Faraone*’, che per Rashì si riferisce proprio alla sfera verbale: ‘*come il Faraone decreta e non mantiene, promette e non mantiene, anche tu sei così...’*

I giuramenti ai quali Jeudà fa riferimento sono espressi da Josef come ‘hei Farò’, sulla vita del Faraone. Rashì in loco spiega che quando Josef giurava il falso giurava sulla vita del Faraone. Per Josef, il vero Josef che si cela sotto la maschera di vicerè, la vitalità del Faraone è anch’essa una maschera. Il ‘tu sei come il Faraone’ di Jeudà è quindi un accusa molto profonda: sei vivo per davvero? O sei come il Faraone?

Qui tutti si interrogano sulla possibilità che Jacov sia vivo, ma la domanda da porre è Josef, il vero Josef, è ancora vivo? Perché se è veramente come il Faraone, allora la vita del Faraone è talmente relativa da essere come un giuramento falso.

E qui c’è il senso profondo di quanto dicono i saggi: la vita di Josef e la vita di Jacov sono connesse. Jeudà in qualche modo risponde alla domanda di Josef all’inizio del suo discorso, quando parlando di Beniamin dice ‘e la sua anima è legata alla sua anima’: l’anima di Jacov è collegata a quella di Beniamin, ma lo stesso vale per te. Papà è vivo? Papà è vivo se tu sei vivo. Ma tu sei vivo?

> “…e vide i carri che aveva mandato Josef per portarlo e riprese vita lo spirito di Jacov loro padre.” (Genesi XLV, 27)

Questo verso viene notoriamente interpretato come un’allusione a alla regola della giovenca accoppata, la eglà arufà. Secondo i Saggi è il passo della Torà (che esiste prima delle Creazione) che Jacov e Josef stavano studiando quando si separarono per l’ultima volta. Quando Jacov capisce che Josef è ancora legato alla sua tradizione, allora torna a vivere. Fino a quel momento era rimasto interdetto dalla rivelazione Divina. Era ‘spiritualmente morto’ perché la tristezza allontana la Shechinà.

Jacov capsice che Josef è veramente vivo ed allora torna ad essere vivo.

Qui c’è il paradosso: che Jacov è vivo a questo punto lo capiscono tutti...tranne il Faraone. Il Faraone ancora si stupisce.

La verità è che la nostra equazione non regge. Josef non è come il Faraone. Josef fa finta di essere come il Faraone. Il Faraone non capisce fino in fondo la vitalità di Josef, la intuisce sì, ma non caspice l’ebraicità di Josef. Per il Faraone l’equazione regge, Josef è come il Faraone, e Jacov è vivo? Il Faraone resta perplesso: Jacov è malconcio, sarà vivo per davvero? Spiritualmente sarà vivo o come Josef è come il Faraone, Israel sarà come l’Egitto?

Nella Parashà di Shemot leggeremo “*e sorse un nuovo re sull’Egitto che non aveva conosciuto Josef*”. Rav e Shmuel discutono in TB Sotà 11a, uno dice che era proprio un re nuovo, l’altro che era lo stesso re ma che ha rinnovato i suoi decreti facendo come se non avesse conosciuto Josef.

Entrambe le letture presentano delle difficoltà. Può essere che un re, pur nuovo, non avesse sentito parlare di Josef? Non parliamo poi se era lo stesso Faraone!

Eppure è proprio qui il discorso. Quando il Faraone capisce che Jacov è ancora vivo, che Israel e l’Egitto sono due cose distinte, allora capisce di non conoscere a fondo Josef ‘*asher lo jadà*’ “che non aveva conosciuto Josef”, mammash, proprio. Non l’aveva mai veramente conosciuto e capito a fondo.

Capiamo allora anche perché i fratelli non rispondono alla domanda di Josef. La Torà ci dice che rimasero attoniti ‘dinanzi a lui’, *mippanav*. Ma dentro questo ‘dinanzi a lui’ si nasconde una grande verità. L’unico che può rispondere alla domanda è Josef stesso. È lui che deve dimostrare di essere vivo e rendere vivo Jacov.

Ed è infatti lui che risponde.

> “E disse: ‘Io sono Josef vostro fratello, che mi avete venduto in Egitto. Ed ora non vi intristite e non dispiaccia ai vostri occhi di avermi venduto qui, perché come sostentamento mi ha inviato Iddio dinanzi a voi... ed ora non voi mi avete mandato qui, ma Iddio, che mi ha posto come padre per il Faraone e come signore per tutta la sua casa e come governante su tutta la terra d’Egitto.” (ivi, 4-9).

*Lemichià*, come sostentamento, dalla radice di chaj, vita. La michià è l’alimento in quanto ti fa vivere, ti fa tornare a vivere. Mechajè, è il Signore in quanto fa rivivere i morti. Josef dice loro: io sono vivo. Il rapporto che ho con il Faraone è invertito: sono io il padre. È lui che guarda a me per definirsi non viceversa.

Non è un discorso scontato in un paese del quale diremo poi ‘ma non c’erano abbastanza tombe in Egitto?’.

Nel paese nel quale tutti pensano alla morte è veramente difficile capire il senso della vita. Ed è questa la lezione che Israel dovrà insegnare in terra d’Egitto.