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# I monili di Rivkà
- URL: https://www.torah.it/i-monili-di-rivka/
- Published: 2011-11-18T22:00:00.000Z
- Updated: 2026-08-14T13:09:00.000Z
- Description: Un pendente e due bracciali racchiudono un intero «progetto Israele». Lo Shem MiShmuel legge nei monili donati a Rivkà le qualità del popolo ebraico, i Patriarchi, i pilastri del mondo e persino la struttura della settimana intorno allo Shabbat.
- Author: Jonathan Pacifici
- Tags: Haiiè Sarà, #Derasha, Shem MiShmuel, Eliezer, Shabbat

> “Ed avvenne, quando i cammelli finirono di bere; e prese l’uomo un pendente d’oro dal peso di mezzo siclo e due bracciali sulle braccia di lei, dal peso di dieci sicli d’oro.” (Genesi XXIV, 22)

Buona parte della nostra Parashà è dedicata alla delicata missione del servo di Avraham, figura associata dalla tradizione ad Eliezer, che va in Mesopotamia a cercar moglie per Itzchak. I nostri Maestri hanno approfonditamente discusso la sproporzionata lunghezza di questo passaggio, a tratti apparentemente ripetitivo. Ciò è strano, soprattutto se si considera che la Torà è spesso invece molto parsimoniosa nelle sue descrizioni, anche quando si tratta di argomenti halachici importantissimi.

Tant’è che già Rabbì Achà in una sua famosissima espressione nel Midrash ci dice (Bereshit Rabbà 60, 1): 

> “È più bella \[gradita\] la conversazione dei servi dei Patriarchi rispetto alla Torà dei (loro) figli.”

Rabbì Shemuel Bornsztain, lo Shem MiShmuel commenta il fatto dicendo che dobbiamo tenere presente la complessità spirituale dell’operazione in corso. Jacov nostro padre, che secondo i Saggi era ad un livello spirituale superiore a quello degli altri patriarchi, impiega ben quattordici anni di duro lavoro per sottrarre alla klipà (buccia) di Lavan, le sue mogli Rachel e Leà. Tanta è l’impurità della casa di Lavan che per estrarre queste due gemme preziose dall’involucro impuro che le circondava, Jacov impiega quattordici anni di puro servizio Divino. Eliezer, con tutto il rispetto, è ben distante dal livello di Avraham, che pure non era al livello di Jacov. Inoltre, la forza dell’impurità della casa di Lavan era ben maggiore perché Betuel, padre di Lavan e Rivkà, era ancora in vita. Eppure, la sua missione viene portata a termine con successo in poche ore.

La lunghezza del passo biblico viene allora quasi ad ovviare alla brevità degli eventi. Quasi che tanto successo spirituale in così poco tempo debba essere ‘digerito’ attraverso un accurato dettaglio del Testo.

Vorrei soffermarmi su un particolare di questa parashà del servo.

Il Testo ci dice, lo abbiamo visto nel nostro verso-fonte, che il servo sancisce il successo della missione donando a Rivkà dei monili. Un nezem, cioè un pendente per il naso, e due tzemidim, bracciali.

Rashì, citando il Midrash, spiega la simbologia. Il nezem allude al mezzo siclo che Israele offrirà in futuro: il nezem pesa, infatti, secondo il testo un beka, esattamente come il mezzo siclo, che corrisponde a una beka offerto da ogni persona (e così traduce Shadal). Gli tzemidim, letteralmente accoppiati, invece alludono alle due Tavole della Legge che sono metzumadod, accoppiate. Anche il loro peso, dieci sicli d’oro, allude alle aseret haDiberot, le dieci parlate contenute nelle Tavole.

Il Rabbi di Sochatchov ragiona su questa simbologia proponendo una fitta ma interessantissima matrice-schema (vedi tabella al termine di questa derashà).

Nel Talmud Jerushalmi (Sanedrhin VI, 7) è detto che Iddio ha dato ad Israele tre buoni doni: baishanim, rachmanim e gomlè chasadim. Le tre qualità fondanti d’Israele che Iddio ci ha dato in dono sono l’essere baishanim, vergognosi, rachmanim, misericordiosi, e gomlè chasadim, facenti opere di bene.

Per lo Shem MiShmuel queste tre qualità sono parallele delle tre parti della persona: sechel, intelletto, nefesh, anima, e guf, corpo.

La vergogna è legata all’intelletto, ed infatti il bambino che ancora non ha intelletto non si vergogna. Così anche la vergogna che si ha dinanzi al Signore è funzione dell’intelletto che si possiede. La misericordia è legata all’anima che si riempie di questa qualità mentre le opere di bene si fanno con il corpo, nella materialità.

I tre monili vengono allora associati dal Maestro di Sochatchov secondo lo stesso criterio. Il pendente è parallelo all’intelletto ed infatti esso è a sé stante rispetto ai bracciali, così come l’intelletto è separato da corpo e anima. Questo è anche il monile che si applica sulla testa, residenza dell’intelletto. I bracciali sono invece strettamente legati, sono una coppia, così come la misericordia e le opere di bene sono due lati della stessa medaglia. La misericordia è una qualità che entra nell’anima, una qualità che si acquisisce, le opere di bene sono azioni che escono dal corpo, qualcosa che si rende al prossimo. La misericordia è nella dimensione del ricevere, le opere di bene nella misura del dare.

Sono i due bracciali sulle due mani. In una simbologia cara ai Maestri, la destra è la mano che accoglie mentre la sinistra respinge. Con la destra si dà, con la sinistra si allontana, si resta da soli e in qualche modo si prende. Dunque, il bracciale destro è nella dimensione della ghemilut chasadim, delle opere di bene, la misura del corpo. Mentre il bracciale sinistro è parallelo alla misericordia, all’anima.

E veniamo allora, con ciò in mente, a quanto dice Rashì: Il fondamento del concetto del mezzo siclo, a cui il beka di peso allude, è nella intrinseca incompletezza del singolo. L’ebreo è incompleto per definizione. Solo nella collettività d’Israele si trova la completezza. Ed infatti, sottolinea lo Shem MiShmuel, l’offerta pubblica che con i sicli si acquista, è qualitativamente ed halachicamente differente da un’offerta in società. Due ebrei possono portare un sacrificio in società. Si chiama korban shutafim. Il korban tzibur però, l’offerta del pubblico, è un’altra cosa. Non è la somma dei singoli, è un’entità a parte. Il processo del mezzo siclo è ciò che trasforma gli individui in collettività. Questa è la radice della bushà, della vergogna, la comprensione della propria incompletezza esistenziale, simbolizzata dal pendente, dal peso del mezzo siclo.

Nello stesso senso si debbono interpretare i bracciali come allusione alle Tavole. Lo Shem MiShmuel spiega a nome del padre, l’Avnè Nezer, che la costruzione grammaticale (la semchutt) ‘aseret hadiberot’, le dieci parlate, non è casuale. Il Testo avrebbe potuto dire asarà dibberot, così come dice asarà maamarot, i dieci detti della Creazione. Spiega l’Avnè Nezer sulla scia di quanto dice Rashì in un altro contesto (circa i giorni della settimana) che aseret indica l’aderenza, l’essere assieme. I detti della Creazione sono asarà perché l’universo è in espansione e tanto più Iddio crea, tanto più le espressioni della Creazione si allontanano una dall’altra. Al contrario le parlate sinaitiche sono aseret, perché convergono nell’unità intrinseca della Torà.

Ciò nondimeno, pur nella totale unità, le tavole sono due per ricordare anche qui la sostanziale incompletezza dell’ebreo se non si misura con il prossimo e con il concetto di collettività. Le due Tavole, paragonate dal Midrash a cielo e terra, sposo e sposa, diventano l’archetipo del rapporto duale ricevere-dare, sinistra-destra, misericordia, opere di bene.

Secondo lo stesso schema possiamo ritrovare, spiega lo Shem MiShmuel, la stessa simbologia nei tre pilastri sui quali il mondo si posa secondo le Massime dei Padri: Torà, Avodà e Ghemilut Chasadim.

La Torà è la completezza dell’intelletto, la avodà, il culto, è nell’anima, mentre come visto la ghemilut chasadim è nel corpo. E queste tre misure sono come noto simbolizzate dai tre patriarchi. Avraham è l’uomo delle opere di bene, Itzchak è l’uomo dell’avodà, del culto, (è nello status di offerta sacra) mentre Jacov è colui che siede nelle tende della Torà.

Tutto quanto detto fin qui, spiega la straordinarietà dell’operazione che compie Eliezer. Eliezer vede la ghemilut chasadim di Rivkà. Anzi è proprio questa misura che egli prende come metro della propria scelta. Eliezer allora starebbe dicendo a Rivkà che sì, per merito delle opere di bene lei entra nella casa di Avraham, ma che proprio in questa casa lei, e la sua discendenza dopo di lei, troverà la completezza delle tre misure.

Rivkà con i suoi monili diventa quasi l’immagine grafica delle qualità d’Israele, e non dimentichiamo che Rivkà genera Israele uomo, e con lui Israele popolo. È come se Eliezer caricasse su Rivkà il ‘progetto Israele’ sin dall’inizio, perché questo matrimonio va ben oltre la semplice unione di due parenti, ma racchiude in sé il piano stesso della nascita d’Israele.

Tutto questo affascinante schema si ripropone quotidianamente nella nostra vita, attraverso lo Shabbat. È un meccanismo che già abbiamo visto lo scorso anno studiando lo Sfat Emet, tipico del mondo chassidico, il ricondurre tutto allo Shabbat come simbolo del sacro che è nella nostra vita.

Shabbat è l’anagramma di bushà. Con lo Shabbat noi possiamo percepire la dicotomia tra il sacro e le nostre vite e abbiamo di ciò vergogna. Noi dobbiamo vergognarci di non essere adeguati ad accogliere lo Shabbat e questo, spiega lo Shem MiShmuel, è il pendente, l’intelletto, giacché la santificazione, il kiddush, che è un atto di chochmà, saggezza, provoca incrementalmente vergogna come detto poc’anzi. E lo Shabbat è distinto dagli altri giorni così come il nezem è un monile a sé, rispetto ai due bracciali.

Ma lo Shabbat ha un rapporto con gli altri giorni. È noto nel pensiero rabbinico che la settimana si scompone nei tre giorni che precedono lo Shabbat e lo preparano, e tre giorni che seguono lo Shabbat e ne perpetuano il messaggio. Così i tre giorni precedenti sono nella dimensione di ‘chi ha preparato alla vigilia del Sabato, mangerà di Sabato’. Sono tre giorni che danno allo Shabbat e lo Shabbat riceve. Al contrario i tre giorni successivi sono i tre giorni nei quali chi lo ha dimenticato può ancora fare la avdalà. Sono giorni che ricevono dallo Shabbat, giorni ai quali lo Shabbat dà.

Questi due set di tre giorni sono allora paralleli ai due bracciali, alle due tavole ed in definitiva alle qualità di rachmanim e gomlè chasadim di cui abbiamo parlato.

Sono questi allora tre monili che racchiudono un mondo, vero ‘dna’ del popolo ebraico.

È certo curioso che degli oggetti così materiali vengano elevati a codice dell’essere ebraico e forse questo ci dovrebbe insegnare quanto la materia stessa potrebbe essere raffinata, se solo ne avessimo la volontà.

Guardando quanto siamo distanti dall’intendere un gioiello così come vorrebbe la Torà, mi sembra allora chiaro perché il pendente di Rivkà ci renda baishanim.

Perché ci dovremmo vergognare.