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# Il mese di Cheshvan e la normalità
- URL: https://www.torah.it/il-mese-di-cheshvan-e-la-normalita/
- Published: 2026-10-19T15:00:31.000Z
- Updated: 2026-10-19T15:00:31.000Z
- Description: Che cosa rimane delle feste quando tornano i giorni ordinari? Nel mese di Cheshvan, dopo l'intensità di Tishrì, la vera prova è saper trasformare l'entusiasmo in studio, lavoro e cambiamento interiore. Una riflessione sul valore spirituale della routine.
- Author: Steinsaltz Center
- Tags: Marcheshvan, Rabbì Menachem Mendel di Kozck, Rav Adin Even-Israel Steinsaltz, Baal Shem Tov, Rabbì di Kobrin, Rambam, #social

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La domanda che alla fine ci verrà posta è questa: l'uomo che ha danzato a Simchà Torà fino a non reggersi più in piedi, il giorno successivo si siederà con un libro e comincerà a studiare?

Si può danzare a Simchà Torà quanto si vuole, ma poi si ripone il libro nell'armadio, si ripone nell'armadio anche la vita e si può dimenticare tutto.

Il Rabbì di Kotzk diceva, a proposito dell'espressione che recitiamo nella preghiera, *«haBocher beShirè Zimrà»*, «Colui che sceglie i canti di lode», che la parola *shirè*, «canti», richiama *shirayim*, «ciò che rimane». Al Santo Benedetto Egli Sia non interessa la tua preghiera in sé: la domanda è che cosa rimane della tua preghiera, quali sono i suoi residui.

Può accadere che qualcuno si commuova, si entusiasmi, batta le mani, sbatta la testa contro il muro, e poi termini la preghiera senza che di tutto questo rimanga assolutamente nulla.

È un concetto che compare anche in libri che non appartengono affatto alla tradizione di Kotzk: che cosa definisce una preghiera? Ciò che ne deriva. Se non ne deriva nulla, si è trattato di un entusiasmo vano.

Allo stesso modo, ci sono persone che fanno un gran rumore durante le ricorrenze e le feste, ma quando arriva il momento della vita concreta non rimane niente.

Il mese di Marcheshvan è una sorta di *«bezot tibachenu»*, «da questo sarete messi alla prova». La domanda importante non è che cosa una persona faccia durante il mese di Tishrì, ma che cosa faccia durante Marcheshvan.

Marcheshvan è un tempo di creazione, di lavoro, oppure tutto ciò che c'era è svanito e morto, e dei resti non vale nemmeno la pena parlare?

Durante il mese di Marcheshvan mi domando: ho saltato e danzato a Simchà Torà. Sono capace di fare la stessa cosa adesso, senza saltare? Senza danzare? Senza bere? Sono capace, adesso, di sedermi e lavorare?

Questa, in fondo, è la prova della vita.

*Da una conversazione alla Yeshivà di Tekoa, 5776.*

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# I giorni ordinari

*Articolo del 5769*

Viviamo continuamente tra date particolari e all'interno di esse. Si potrebbe dire che la nostra vita trascorra da un avvenimento straordinario all'altro. E tuttavia, nel corso dell'anno ci sono anche molti giorni e periodi feriali, giorni che non hanno nulla di speciale, né in senso positivo né in senso negativo.

Nel trattato di Ketubot (110b) viene riportata una citazione dal libro di Ben Sira: «*Tutti i giorni del povero sono cattivi*». La Ghemarà domanda: «*Ma non ci sono forse gli Shabbatot e i giorni di festa?*». E risponde: «*Un cambiamento delle abitudini è l'inizio di un disturbo intestinale*».

Il significato è questo: il povero vive costantemente nella miseria. Durante i giorni feriali mangia e beve pochissimo; quando arriva Shabbat o un giorno di festa, probabilmente dispone di un pasto migliore, ma proprio allora si ammala perché ha modificato le proprie abitudini.

È noto che «*non esiste povertà se non quella della conoscenza*» (Nedarim 41a). Anche chi è povero di conoscenza ha esattamente lo stesso problema: ci sono giorni semplici, giorni nei quali non si verifica alcuna elevazione dello spirito. Quando arrivano gli Shabbatot e i giorni festivi, nei quali si sperimenta una certa elevazione interiore, sembrerebbe naturale aspettarsi un cambiamento. E invece anche qui vale il principio secondo cui «*un cambiamento delle abitudini è l'inizio di un disturbo intestinale*»: spesso ciò che rimane alla persona è soltanto un dolore nel cuore, perché i giorni festivi non fanno altro che mettere maggiormente in evidenza gli altri giorni, quelli ordinari.

## Un'altra prospettiva

A quanto pare, una persona può sopportare sofferenze, malattie, dolori, depressioni e altre difficoltà simili, a condizione che siano più o meno costanti. È molto più difficile sopportare gli sconvolgimenti, l'uscita dal percorso abituale.

Il corpo umano possiede strumenti che gli consentono di passare da un ritmo all'altro, mentre l'anima dispone di molti meno strumenti di questo genere.

Per questo molte persone riescono a vivere con la tensione del mese di Tishrì, perché quella è la «routine» di quel mese: si corre da una mizvà all'altra, dalle Selichot a Rosh Hashanà, e così via fino a dopo Simchà Torà.

D'altra parte, è noto che quanto meno numerosi sono i giorni di vacanza, tanto meglio procede lo studio, perché prima e dopo ogni giorno di vacanza ci sono giorni nei quali non si combina nulla. In teoria, una persona che abbia riposato per qualche giorno dovrebbe sentirsi piena di energia; generalmente, però, è più stanca di quanto non fosse prima della vacanza, perché il cambiamento di ritmo porta con sé un allentamento.

In questo senso, i giorni che non hanno alcuna particolarità sono, apparentemente, giorni migliori. In giorni simili una persona può costruire un sistema di vita nel quale esiste un progresso graduale, passo dopo passo.

Il loro limite, tuttavia, è che la persona non ha modo di sottoporre a esame le proprie abitudini. La ripetizione monotona di un giorno dopo l'altro non le permette di comprendere che cosa apporti lo Shabbat alla settimana e che cosa apporti la festa all'anno.

In altre parole, la festa e lo Shabbat non sono soltanto momenti di elevazione: rispondono anche alla necessità di interrompere il corso del tempo, per comprendere e sentire ciò che, in realtà, ci manca.

È scritto (Yomà 86b): «Chi commette una trasgressione e la ripete, questa gli diventa permessa». «Gli diventa permessa»? È mai possibile? Bisogna piuttosto dire: «Gli appare come se fosse permessa».

Ma, allo stesso modo, può accadere che una persona compia una mizvà e la ripeta, e che anche questa diventi per lei non soltanto qualcosa di permesso, ma addirittura qualcosa di ordinario, un fatto che semplicemente si compie.

Forse è in questo senso che si può interpretare il versetto: «*E i figli d'Israele camminarono sulla terra asciutta in mezzo al mare*» (Shemot 15,19).

Certamente il fatto che i figli d'Israele abbiano camminato in mezzo al mare è un evento straordinario. Ma perché sottolineare che camminarono «sulla terra asciutta in mezzo al mare»?

Quando una persona cammina ogni giorno sulla terra asciutta, smette di percepire quanto sia straordinario questo fatto. Quando può tornare a vedere il prodigio e il miracolo che esso contiene? Quando cammina «sulla terra asciutta in mezzo al mare».

Nel momento in cui una persona acquisisce una nuova prospettiva sulle cose, anche ciò che è vecchio assume un aspetto nuovo e smette di apparire banale.

È per questo che abbiamo gli Shabbatot e i giorni festivi: per distinguere altri aspetti di tutte quelle cose familiari e conosciute, affinché la persona non sprofondi nel circolo chiuso di una vita priva di qualsiasi particolarità.

## L'abitudine

E tuttavia una persona può finire per racchiudere in uno schema anche ciò che è straordinario. Lo Shabbat può trasformarsi ai suoi occhi in un giorno come tutti gli altri, con la sola differenza che è Shabbat. Anche le feste possono essere percepite allo stesso modo: come un avvenimento che si ripete ogni anno.

Così accadde, per esempio, con la manna nel deserto. Il primo giorno i figli d'Israele furono certamente sbalorditi e, il terzo giorno, probabilmente si meravigliavano ancora un poco. Ma dopo alcuni giorni sapevano già che la manna sarebbe scesa e che sarebbe arrivata esattamente nella quantità stabilita, un omer a persona.

Era un po' come accadeva un tempo con le tessere annonarie, sulle quali era indicato il numero dei componenti di una famiglia: si andava al negozio e si ricevevano le razioni corrispondenti, senza alcuna novità o emozione. Lo stesso accadde con la manna che scendeva dal cielo.

Un miracolo che si ripete continuamente smette di essere percepito come un miracolo.

Questo vale anche per il corpo umano: il nostro organismo avverte soltanto i cambiamenti drastici. In un esperimento — condotto non su esseri umani, ma su rane — una rana venne collocata in un recipiente pieno d'acqua e la temperatura dell'acqua venne aumentata lentamente. La rana rimase nell'acqua e non ne uscì neppure quando questa raggiunse l'ebollizione, finendo per cuocervi, perché il cambiamento era stato così lento e graduale da non essere percepito.

Per molti aspetti anche noi siamo così: ci adattiamo ai piccoli cambiamenti, nel freddo, nel caldo, negli avvenimenti; e dopo esserci abituati a essi, non ci accade più nulla.

In questo modo possiamo abituarci anche alla ciclicità dell'anno, fino a comportarci come quel leggendario turista che visitò il Kotel HaMaaravì, il Muro Occidentale. Quando gli domandarono come fosse, rispose: «È un muro occidentale come tutti gli altri muri occidentali».

## Spezzare l'abitudine

La Ghemarà nel trattato di Chaghigà (9b) si interroga sul versetto: «*E tornerete e vedrete la differenza tra chi serve Dio e chi non Lo serve*» (Malachì 3,18).

Dove si trova la differenza tra chi serve Dio e chi non Lo serve?

La Ghemarà risponde che chi non serve Dio è colui che ha ripetuto il proprio capitolo cento volte, mentre chi serve Dio è colui che lo ha ripetuto centouno volte.

La Ghemarà domanda: è forse la differenza di una sola ripetizione a trasformare una persona da qualcuno che non serve Dio in qualcuno che Lo serve?

Per rispondere vengono riportate le parole di Hillel il Vecchio: «*Esci e impara dal mercato degli asinai».*

Un asino viene noleggiato per percorrere dieci parasanghe al prezzo di uno zuz, mentre per undici parasanghe il prezzo raddoppia. Perché? Perché l'undicesima parasanga supera la distanza che l'asino è abituato a percorrere.

È vero che non sono molte le persone che studiano la stessa cosa cento volte. E tuttavia, chi studia un determinato argomento cento volte rimane ancora all'interno di un limite e di una misura. Si accontenta di questo ed entra in una certa routine.

Chi invece studia centouno volte infrange quel limite.

La centunesima volta non è importante perché rappresenta una ripetizione in più, ma perché dimostra che la persona non si permette di entrare nella routine e nell'abitudine.

In altre parole, il punto centrale è proprio quello di spezzare l'abitudine.

È anche questo il significato delle parole dei nostri Maestri (Avot 5,23): «*Lefum tzaarà agrà*», secondo lo sforzo è la ricompensa. La ricompensa non dipende dall'azione, ma dallo sforzo.

Anche una persona che segue il percorso della vita ordinaria incontra momenti di rottura.

Per esempio, una persona si trova immersa nelle proprie occupazioni quotidiane e improvvisamente si ricorda: «Oh, devo pregare Minchà!». Allora si scuote, si alza, si distacca dalle cose che la occupano e corre a pregare Minchà. Una persona simile può sperimentare improvvisamente un risveglio interiore.

Il Baal Shem Tov diceva che quando un uomo, occupato nei propri affari, passava improvvisamente davanti a una sinagoga e sentiva recitare la Kedushà, e allora veniva scosso e si ricordava di non avere ancora pregato, i cieli e i cieli dei cieli tremavano insieme a lui.

Quello scuotimento, quel punto di cambiamento, è qualcosa di grande.

Tutto questo vale per chi si trova fuori dal Bet Midrash. Ma chi siede costantemente nel Bet Midrash potrebbe non avere un momento esterno di scuotimento simile. Ha un orario per Shachrit, un orario per Minchà e un orario per Arvit, e rischia di entrare in un ordine di vita nel quale nulla riesce più a risvegliarlo.

A questo proposito i nostri Maestri dicono (Berachot 7a): «Un solo rimprovero nel cuore di una persona vale più di molte frustate».

Il punto essenziale non è che una persona si batta il petto durante il Viddui o durante l'«Al Chet», ma che sia il suo stesso cuore a colpirla dall'interno per ogni singola trasgressione.

## L'abitudine spezzata

La Ghemarà nel trattato di Chaghigà (9b), commentando il versetto «E tornerete e vedrete la differenza tra chi serve Dio e chi non Lo serve» (Malachì 3,18), pone dunque una domanda: come si distingue chi serve Dio da chi non Lo serve?

La risposta è che chi non serve Dio ha ripetuto il proprio capitolo cento volte, mentre chi serve Dio lo ha ripetuto centouno volte.

La domanda è: è davvero possibile che la differenza di una sola volta trasformi chi non serve Dio in qualcuno che Lo serve?

La risposta si trova nell'esempio di Hillel il Vecchio, tratto dal mercato degli asinai: per dieci parasanghe si paga uno zuz, mentre per undici si paga il doppio. Perché l'undicesima parasanga rappresenta qualcosa che va oltre l'abitudine.

Anche chi ripete un insegnamento cento volte, per quanto sia un risultato considerevole, può ancora rimanere entro i confini della consuetudine. Chi lo ripete centouno volte supera invece quella misura.

È proprio questa rottura a dare significato alla centunesima ripetizione.

## L'audacia

Gli antropologi distinguono tra due tipi di culture: le culture della vergogna e le culture della colpa.

Esistono culture nelle quali il centro della vita di una persona è costituito dal modo in cui appare agli occhi degli altri. In una cultura simile, chi compie un atto disonorevole sotto gli occhi altrui può arrivare persino a togliersi la vita.

Il Vicino e l'Estremo Oriente sono pieni di culture nelle quali gli esseri umani possono forse provare qualche rimorso di coscienza, ma la perdita dell'onore davanti agli altri è qualcosa che una persona non riesce a sopportare, e per questo è disposta persino a morire.

Anche in Giappone ci sono persone che si suicidano a causa di un atto compiuto, per recuperare il proprio onore.

Nelle culture della colpa, invece, il punto centrale non è ciò che è più onorevole, ma quello che la persona stessa prova rispetto a ciò che è accaduto.

Nella cultura ebraica, pur essendoci spazio anche per ciò che dicono gli altri, l'elemento essenziale deve crescere dall'interno della persona.

Tutto ciò che una persona costruisce soltanto dall'esterno non è che un'illusione, una visione ingannevole.

Una persona può sedere in una serra ed essere convinta di essere un essere perfetto; ma il punto essenziale è che cosa le accade quando esce nel mondo.

Il Rabbì di Kobrin era solito cantare:

> «Angelo, angelo, non hai moglie né figli, non hai preoccupazioni per il sostentamento, non hai problemi: per questo sei un angelo. Vieni, scendi da noi, in questo mondo, sposati, genera figli, affronta i problemi, e vedremo se rimarrai un angelo».

Una persona deve dunque costruire sé stessa dall'interno e non dall'esterno, affinché possa realizzare un cambiamento anche nei giorni feriali semplici e ordinari, quei giorni nei quali nulla interrompe il ritmo abituale.

Quando invece una persona vive la propria vita come se fosse una macchina, i momenti di intuizione e di elevazione non riescono affatto a manifestarsi.

A proposito del compiere le cose soltanto per assolvere un obbligo, la Ghemarà (Ketubot 50a) domanda: «Chi è colui che fa zedakà in ogni momento?». E risponde: «Colui che provvede al sostentamento della moglie e dei figli».

Poiché essi dipendono da lui, egli adempie continuamente alla mizvà della zedakà.

A questo proposito è stato detto, in forma scherzosa, che proprio questo è il significato del versetto relativo ad Aharon: «E non entri in ogni momento nel Santuario» (Vayikrà 16,2).

Con questo «in ogni momento», quello di chi compie continuamente zedakà secondo l'interpretazione della Ghemarà, non si può entrare nel Santuario.

Si può adempiere al proprio obbligo, ma per entrare nel Santuario occorre qualcosa di più.

Certo, una persona che adempie ai propri doveri non soltanto non danneggia nessuno, ma è anche una persona perbene, e questo è spesso già un grande merito.

Tuttavia, per entrare nel Santuario non basta non aver causato alcun problema. Per entrarvi bisogna porsi esigenze diverse, esigenze che non possono essere costruite dall'esterno, perché, se provengono soltanto dall'esterno, verranno dimenticate.

La routine prevale su tutto ciò che una persona non ha elaborato interiormente per conquistarlo.

Soltanto ciò su cui una persona lavora a partire dalla propria interiorità rimane nel tempo.

## La particolarità dell'abitudine

I giorni festivi ci offrono dunque momenti di cambiamento e di elevazione. Ma è bene che esistano anche periodi di tempo più o meno «piatti».

Questi periodi privi di particolarità sono, in realtà, il momento della prova: una persona ha davvero prodotto un cambiamento dentro la propria realtà, oppure tutto ciò che le accade proviene soltanto dall'esterno?

È possibile introdurre artificialmente una persona in un'atmosfera di entusiasmo e di elevazione, ma questo non può durare a lungo.

È come accendere una candela: la si può accendere una, due, tre volte, ma se non contiene nulla che possa bruciare non resterà accesa, anche se qualcuno continuerà a starle accanto con un accendino.

In un esperimento condotto su esseri umani, e che talvolta viene utilizzato anche come metodo di tortura, una persona viene introdotta in un ambiente privo di qualsiasi stimolo esterno: uno spazio chiuso, senza suoni e senza immagini.

Molte persone, dopo un certo tempo, cominciano a gridare perché le facciano uscire, non riuscendo a sopportare quella condizione; alcune perdono persino la ragione.

Ma ci sono anche persone per le quali un'esperienza del genere diventa un punto di svolta, perché proprio l'assenza di stimoli esterni le induce a trovare dentro sé stesse un punto essenziale.

Ed è esattamente ciò che il Santo Benedetto Egli Sia fa con noi durante i periodi ordinari del ciclo dell'anno: ci concede un certo periodo di tempo nel quale non accade nulla di particolare, quasi a dirci: vediamo che cosa siete quando siete soli!

Talvolta anche una persona perbene non si risveglia dal proprio torpore, ma continua a esistere come se fosse soltanto la copia di qualcosa o di qualcun altro, fino a quando non attraversa uno sconvolgimento.

Soltanto allora si risveglia, cambia e assume una forma veramente umana.

Per questo, talvolta, dal Cielo si dispone che a una determinata persona accada qualcosa, affinché si risvegli, affinché si muova.

Noi però chiediamo, forse anche un po' per nostra comodità, di non avere sofferenze, di non essere colpiti da eventi dolorosi.

Ed è qui che entra in gioco la nostra forza umana, quella forza che possediamo in quanto esseri umani: la capacità di realizzare, attraverso uno sforzo interiore, ciò che non ci accade dall'esterno.

In altre parole, l'unica soluzione per i giorni ordinari e per la vita ordinaria è che la persona non viva semplicemente lasciandosi trascinare, ma costruisca la propria esistenza consapevolmente e intenzionalmente.

Da dove nasce la sensazione del nuovo?

Il Rambam, che si basava sull'astronomia del suo tempo, scrive che quando una persona contempla i cieli e tutte le stelle, questo la induce a sentirsi, secondo le sue parole, «una creatura piccola, umile e oscura».

Oggi conosciamo molte più stelle di quante se ne conoscessero al tempo del Rambam.

Anche a Rosh Hashanà, quando nasce un tempo nuovo, quando nasce un nuovo anno, accade qualcosa di molto più grande di noi, e questo può suscitare in noi la medesima sensazione di piccolezza.

Per questo a Rosh Hashanà ci troviamo insieme in sinagoga e cerchiamo di stare vicini gli uni agli altri, come bambini che hanno paura di qualcosa e si tengono per mano.

Naturalmente, tenersi per mano non li protegge da ciò che li spaventa. Ma è così che reagiamo di fronte a qualcosa di più grande di noi.

Il punto essenziale, tuttavia, è che dobbiamo imparare a trovare dentro di noi la forza di rinnovarci.

La vita ordinaria non deve essere soltanto un intervallo tra un evento straordinario e l'altro. È proprio lì che si verifica se ciò che abbiamo vissuto ha davvero lasciato un segno.

E per questo abbiamo bisogno anche dei giorni nei quali non accade nulla: perché ci costringono a scoprire che cosa siamo capaci di costruire da soli.