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# L’abbraccio della Succà
- URL: https://www.torah.it/labbraccio-della-succa/
- Published: 2026-09-22T11:34:42.000Z
- Updated: 2026-09-22T11:34:42.000Z
- Description: Dopo il rigore dei Yamim Noraim, Succot apre i confini: dal din al chessed, dallo spazio angusto al merchav. La Succà stessa diventa così l’immagine di un abbraccio dall’Alto.
- Author: Steinsaltz Center
- Tags: Succot, #social, Rav Adin Even-Israel Steinsaltz

Nei libri di Chassidut compare l’idea che ciò che è nascosto a Rosh Hashanà e Yom Kippur si riveli a Sukkot.

Passiamo dai Yamim Noraim alla festa di Sukkot. Questo passaggio è un movimento da ciò che è limitato e definito verso l’uscita dai confini e dai limiti. I Yamim Noraim, sia dal punto di vista del giudizio e della giustizia sia da quello del perdono e dell’espiazione, appartengono alla dimensione dei confini e delle misure. A Sukkot, invece, i confini si aprono.

Sukkot è chiamata *Zeman Simchatenu*, il tempo della nostra gioia. La gioia, per sua natura, non ha confini: è un’irruzione, un’uscita dai limiti e dalle definizioni.

Un’allusione a questo concetto viene individuata nei libri nel versetto:

> **שְׂמֹאלוֹ תַּחַת רֹאשִׁי וִימִינוֹ תְּחַבְּקֵנִי**  
> «La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia».

*«La sua sinistra è sotto il mio capo»* — sono i Yamim Noraim, Rosh Hashanà e Yom Kippur.

*«La sua destra mi abbraccia»* — è Sukkot.

Un’allusione è stata trovata persino nelle halachot della Sukkà. Le pareti necessarie perché una Sukkà sia valida sono due pareti complete e una terza anche soltanto di un *tefach*. Questa forma, due pareti e un *tefach*, ricorda anche la forma di un braccio che abbraccia: si piega al gomito e si chiude con la mano.

In altre parole, **la Sukkà stessa è come un abbraccio dall’Alto**.

Se la «sinistra» esprime il timore del giudizio — la sinistra corrisponde al *din* — la «destra» esprime invece l’abbraccio: la destra del *chessed*, che avvicina, accarezza e avvolge durante la festa di Sukkot.

Il movimento della qualità del *chessed* consiste nell’espandersi dal centro verso l’esterno. Anche nella gioia ritroviamo lo stesso movimento: uscire e irrompere fuori dallo spazio chiuso, espandersi e aprirsi verso uno spazio più ampio.

Per questo durante tutti i giorni di Sukkot recitiamo l’Hallel completo, nel quale diciamo:

> **מִן הַמֵּצַר קָרָאתִי יָּהּ עָנָנִי בַמֶּרְחָב יָהּ**  
> «Dallo spazio angusto ho invocato Dio; Dio mi ha risposto nello spazio aperto».

Il *metzar*, lo spazio angusto, appartiene alla dimensione del *din*: è il mondo dei confini definiti e limitanti. Il *merchav*, lo spazio aperto, è invece la sensazione della gioia che nasce proprio dall’uscita dal *metzar*.

Il ciclo di Rosh Hashanà, Yom Kippur e Sukkot è quindi un processo di uscita.

Rosh Hashanà è il giudizio severo nel quale il mondo deve essere misurato e nel quale deve prepararsi. Yom Kippur è la leva del cambiamento: la sua essenza è la purificazione, il perdono del peccato, l’inizio di un tempo nuovo.

Ma Yom Kippur stesso è un giorno pesante, un giorno carico di tensione.

A Sukkot arriva invece la gioia della liberazione, dell’uscita dal *metzar* verso il *merchav*. Sukkot è il compimento del processo: l’uscita dallo spazio angusto verso quello aperto, dal limite del *din* allo spazio della misericordia e del *chessed*.

Shabbat è un tempo di serenità e quiete, *beahavà uveratzon*. La gioia va ancora oltre: supera la semplice sensazione di quiete per diventare la percezione di qualcosa di preciso e definito per cui siamo felici.

La gioia di Sukkot arriva fino a:

> **וּשְׁאַבְתֶּם מַיִם בְּשָׂשׂוֹן**  
> «Attingerete acqua con gioia».

*Sasson* è la gioia interiore, più profonda, quando irrompe verso l’esterno. Quando non rimane soltanto nel pensiero, come una prima scintilla, ma esce e si manifesta: questo è *she’ivat hamayim besasson*.

Per questo Sukkot è anche **Sukkat Shlomecha**, la «Sukkà della Tua pace»: esprime l’unione generale della realtà, di Israel e di tutti i popoli che vengono al Bet HaMikdash; delle acque inferiori, che anch’esse salgono come offerta sull’altare; della gioia e del *sasson* dell’intera realtà che giunge alla liberazione.