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# Non sono io…, ma il Signore
- URL: https://www.torah.it/non-sono-io-ma-il-signore/
- Published: 2007-12-08T12:55:00.000Z
- Updated: 2026-11-01T12:56:26.000Z
- Description: I fratelli di Giuseppe credono di poter interpretare la volontà divina, fino a giustificare la vendita del fratello. Rav Shlomo Riskin mostra come Giuseppe insegni loro una lezione decisiva: non sostituirsi al Signore, ma agire secondo giustizia, responsabilità e amore fraterno.
- Author: Redazione Torah.it
- Tags: Mikez, Rav Shlomo Riskin, #Derasha

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> “Ed egli disse lontano da me il pensiero che io faccia così, l’uomo nelle mani del quale sarà trovata la coppa d’argento, quegli sarà il mio schiavo, ma per quanto vi riguarda, andate in pace da vostro padre” (XXXXIV, 17).

Una delle cose più strane riguardo alla parashà di questa settimana, è che essa termina proprio nel mezzo di uno dei dialoghi più critici dell’intera Torà. Giuseppe accusa Beniamino del furto della coppa d’argento del Gran Visir. Giuda si alza a difesa del fratello ma la sua argomentazione è interrotta a metà con le sue parole divise tra la fine di Miketz e l’inizio di Vayigash. È questo semplicemente uno stratagemma per dar maggior risalto al problema, o nella difesa di Giuda c’è una ragione più significativa per esser divisa in due parashot?

Vorrei suggerire che la divisione del dialogo tra le due parashot, riflette forse un nuovo sviluppo nella disputa teologica tra i fratelli e Giuseppe. Come già notato in passato, i fratelli erano fortemente disturbati dal sogno di Giuseppe dei covoni di grano che legavano il suo panorama interno a quello agricolo egiziano piuttosto che al panorama pastorale d’Israele. Il secondo sogno di Giuseppe sul sole, la luna e le stelle, rafforza anche questo l’idea dell’universalismo, molto diverso dall’idea dei \[ristretti\] confini d’Israele, creando così un quadro in cui tutti i protagonisti di quel dramma cosmico si inchinano a Giuseppe.

Essi lo vedono come un elemento pericoloso, una minaccia alla loro pastorizia tradizionale, una minaccia allo stile di vita che aveva permesso ad Abramo, Isacco e Giacobbe di servire il Signore in preghiera ed in meditazione. La decisione dei fratelli di vendere Giuseppe come schiavo e raccontare al padre che era stato sbranato da una bestia selvaggia, si basava sul principio che il fine giustifica i mezzi. Dopo tutto, c’era già stato nella Torà un precedente di bandire fratelli che procuravano guai. Perché “in nome del cielo”, non vendere Giuseppe come schiavo?

Se il loro padre sembrava essere accecato dal suo amore per Giuseppe, essi dovevano prendere nelle loro mani il compito divino ed accertarsi che al loro egocentrico fratello, dallo sguardo orientato verso l’Egitto, non venisse dato il manto della futura leadership della Casa d’Israele. Se il loro padre doveva soffrire in questo processo, anche la sua sofferenza sarebbe stata un prezzo sfortunato ma necessario per “amor del cielo”.

I fratelli continuano a sostenere questa tesi teologica. Alla fine della nostra parashà essi vengono accusati di aver rubato la coppa d’argento del Gran Visir come parte di una trama ordita da Giuseppe. Quando l’inviato di Giuseppe li raggiunge, i fratelli sono talmente convinti della propria innocenza da dichiarare che se la coppa fosse stata trovata presso di loro, il ladro poteva esser messo a morte e loro presi come schiavi.

Ahimè, la coppa viene trovata nello zaino del fratello minore Beniamino, gettando un’ombra sinistra sui fratelli che per il dolore si stracciano gli abiti. Ritornano dal Gran Visir ed in risposta all’accusa di Giuseppe, Giuda confessa un altro crimine “il Signore ha riscoperto la nostra antica colpa. Facci diventare tuoi schiavi sia noi sia colui nelle cui mani è stata trovata la coppa” (XXXXIV, 16). La “antica colpa” alla quale si riferisce Giuda è quella di aver venduto Giuseppe come schiavo alla carovana di Ismailiti.

Giuda accetta il giudizio divino; dopotutto, apparentemente il Signore non approvava quanto avevano fatto al fratello.

Ciò che essi pensano è chiaro - il Signore li punisce per il loro peccato di aver venduto Giuseppe; apparentemente, la macchia di sangue sull’abito di Giuseppe sta ancora lordando le loro mani, 22 anni dopo. Nel chiedere al Gran Visir di farli tutti schiavi, essi pensano di interpretare il pensiero divino. Poiché il loro peccato era d’aver venduto come schiavo Giuseppe, essi pensano che per farsi perdonare, la miglior soluzione sia che vengano tutti fatti schiavi, misura per misura.

Ma Giuseppe invece dice “l’uomo nelle cui mani è stata trovata la coppa, quello sarà il mio schiavo” (XXXXIV, 17). Il Gran Visir dimostra interesse per la giustizia, non per la vendetta. Solo il ladro deve pagare per il suo reato. Qui, dal punto di vista teologico, Giuseppe è coerente; non tenta mai di assumere il ruolo divino. Ed invero il suo costante ritornello è “non sono io, ma il Signore”.

Lo dice ai suoi fratelli e lo disse ai suoi compagni di prigione e lo disse persino al Faraone quando ne interpretò il sogno. Anche qui il responso di Giuseppe è ugualmente enfatico. Non indovinare il pensiero del Signore, non pensare di aver tutte le risposte. Dobbiamo sempre operare secondo quanto stabilito dalla legge. Solo il ladro deve esser fatto schiavo. Giuseppe comprende che dobbiamo lasciare al Signore la punizione finale per i peccati del passato.

Al principio della parashà della prossima settimana, Giuda ha compreso la sua lezione. Ora che il Gran Visir rigetta l’idea di una punizione collettiva, Giuda comprende che tutta la sua tesi teologica può esser stata sbagliata. Dopo tutto, inizialmente, egli “si era assunto il ruolo divino” col vendere suo fratello Giuseppe - e guarda a che cosa questo lo ha portato! E perciò abbandona l’idea della schiavitù collettiva e si concentra sul pensiero del vecchio padre ammalato ed in lutto. In questa seconda parte del suo discorso a Giuseppe, usa la parola “Padre” non meno di 14 volte ed ora vede come suo dovere primario quello di alleviargli ulteriori sofferenze.

Perciò, invece di proporre la schiavitù di tutti i fratelli, offre come schiavo, in sostituzione di Beniamino, solo sé stesso. La sua proposta si basa su fatti - l’aver garantito personalmente il sicuro ritorno di Beniamino, ed il suo desiderio di evitare la tragedia di un vecchio patriarca che, se il Gran Visir avesse trattenuto Beniamino come schiavo, avrebbe perduto entrambi i figli della moglie prediletta.

Invero, niente porta di più alla profanazione del nome Divino che il marchio del fanatismo col quale si presume di assumere il ruolo Divino. Secondo il Netziv, l’odio senza motivo che portò alla distruzione del Secondo Tempio era dovuto al fatto che “in nome del Cielo” ognuno giustificava i crimini più odiosi. Un atteggiamento del genere rende irremovibili a cambiamenti, ciechi al pentimento. Non dobbiamo osar di trascurare le leggi fondamentali dell’amore fraterno né dell’amore filiale ed agire come Cosacchi dell’Onnipotente.

Prima e soprattutto, il Signore non si aspetta da noi che agiamo in Sua vece, ma piuttosto che facciamo ciò che è giusto e bene.

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*Questa derashà è tratta dal libro del Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat e fondatore della Ohr Torah Stone Colleges and Graduate Programs, intitolato “Commenti alle Parashot della Torà”. Nel 2007 Raffaele Levi z”l, lo tradusse e lo pubblicò con il permesso del Rav che lo incitò a diffondere quanto più possibile le sue derashot. Il libro, dedicato da Raffaele Levi “ai suoi figli, nipoti e pronipoti, presenti e futuri”, è purtroppo esaurito da tempo. Torah.it, con l’appoggio dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura ripropone settimanalmente on-line, in questo 5783, le relative derashot e si prepara, al termine del ciclo annuale della lettura della Torà, a lanciare una nuova edizione cartacea dell’apprezzatissimo libro.*