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# Oltre lo specchio del Monte Nevò
- URL: https://www.torah.it/oltre-lo-specchio-del-monte-nevo/
- Published: 2026-09-30T07:33:23.000Z
- Updated: 2026-09-30T07:33:23.000Z
- Description: Dal Mar Morto il Nevò appare come uno specchio rovesciato: Moshè guarda avanti fino all’ultimo giorno, mentre noi, alla fine della Torà, torniamo a Bereshit. Il suo ultimo insegnamento è forse imparare a guardare la storia con gli occhi di tutto Israel.
- Author: Jonathan Pacifici
- Tags: Simchat Torà, Sfat Emet, Eretz Israel, #social

Ieri ero al Mar Morto e, guardando verso est, verso le montagne di Moav, mi è venuta in mente una scena che conosciamo da sempre ma che, vista da lì, cambia improvvisamente prospettiva. Negli ultimi versi della Torà Moshè sale sul Nevò e Dio gli mostra Eretz Israel:

> זֹאת הָאָרֶץ אֲשֶׁר נִשְׁבַּעְתִּי לְאַבְרָהָם לְיִצְחָק וּלְיַעֲקֹב לֵאמֹר לְזַרְעֲךָ אֶתְּנֶנָּה הֶרְאִיתִיךָ בְעֵינֶיךָ וְשָׁמָּה לֹא תַעֲבֹר  
>  
> *«Questa è la Terra che ho promesso ad Avraham, a Yitzchak e a Yaakov dicendo: alla tua discendenza la darò. Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma là non passerai».* 
>  
> *Devarim 34:4*

Per tutta la vita ho immaginato questa scena dalla parte di Moshè, come se il lettore fosse con lui sul monte e guardasse la Terra da fuori. Ma dal Mar Morto la scena si rovescia: noi siamo dentro **זאת הארץ**, e siamo noi a guardare il Nevò.

Questa inversione geografica non è solo un gioco visivo. Hazal leggono la visione di Moshè come qualcosa di molto più ampio di un semplice panorama. Sul versetto **עד הים האחרון**, il Sifrei propone la celebre lettura:

> אל תקרי עד הים האחרון אלא עד היום האחרון  
>  
> *«Non leggere “fino all’ultimo mare”, ma “fino all’ultimo giorno”.»* 
>  
> *Sifrei Devarim 357*

Moshè non vede soltanto una Terra; vede ciò che quella Terra diventerà, le generazioni, i giudici, i re, la storia che si dispiegherà dopo di lui. Il Nevò diventa così il punto dal quale Moshè contempla non soltanto uno spazio che non attraverserà, ma un tempo nel quale non vivrà.

Ed è proprio qui che la scena diventa più difficile. Moshè riceve la visione più vasta della sua vita nel momento in cui deve accettare che quella vita non sarà abbastanza lunga per contenere ciò che vede. Per quarant’anni la storia di Israele e la storia di Moshè sembrano inseparabili: è lui a stare davanti al Faraone, lui a salire sul Sinai, lui a guidare il popolo, lui a intercedere, lui a insegnare la Torà. Sul Nevò, invece, Dio gli mostra una storia nella quale tutto questo continua, ma continua senza di lui. Non gli viene semplicemente negato l’ingresso nella Terra; gli viene chiesto di guardare la propria missione da una prospettiva nella quale la missione è più grande del missionario.

È qui che mi torna alla mente un’espressione che nel rito romano compare nell’introduzione al Viddui delle Selichot, tratta da Daniel:

> בַּמַּרְאָה נֶהֶפְכוּ צִירַי עָלַי

> *«Nella visione, le mie giunture si sconvolsero.» Daniel 10:16*

Nel contesto biblico Daniel descrive lo sconvolgimento prodotto da una visione, ma le parole conservano una forza particolare proprio perché **מראה** è anche specchio e **ציר** è anche cardine. L’immagine è quella di qualcosa che ruota sul proprio asse, di una prospettiva che si capovolge. Nell’introduzione al Viddui questa immagine accompagna il pensiero del giudizio dopo la morte, quando l’uomo non guarda più se stesso dall’interno, attraverso le proprie giustificazioni e la propria narrazione, ma si vede, per così dire, dall’esterno.

Forse il Nevò è esattamente questo per Moshè: il luogo nel quale **נהפכו צירי עלי**, nel quale i cardini della prospettiva si girano. Fino a quel momento Moshè aveva guardato la storia dalla propria posizione dentro la storia; sul Nevò gli viene concesso di guardarla da fuori. Ed è significativo che proprio allora il suo sguardo si allarghi fino a **היום האחרון**. Più la visione diventa vasta, meno Moshè può rimanerne il centro.

Questo getta una luce diversa anche sulla preghiera di Vaetchannan. Moshè aveva chiesto:

> אֶעְבְּרָה נָּא וְאֶרְאֶה אֶת הָאָרֶץ הַטּוֹבָה  
>  
> *«Lasciami passare, ti prego, e vedere la buona Terra.»* 
>  
> *Devarim 3:25*

Aveva chiesto di attraversare e di vedere. Alla fine della Torà Dio gli risponde quasi separando i due verbi:

> הראיתיך בעיניך ושמה לא תעבר  
>  
> *«Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma là non passerai.»* 
>  
> *Devarim 34:4*

Vedere gli sarà concesso; attraversare no.

E lo Sfat Emet, commentando proprio la preghiera di Moshè, scrive che quella Tefillà, proprio perché non fu esaudita, ha la forza di:

> להעלות כל תפלות בני ישראל אשר אינן יכולות לעלות  
>  
> *«Far salire tutte le preghiere dei figli d’Israele che non riescono a salire.»*

E aggiunge:

> כל אותן התפילות הפסולות יש להם תיקון ועליה על ידי תפלה זו  
>  
> *«Tutte quelle preghiere imperfette trovano riparazione e ascesa attraverso questa preghiera.»* 
>  
> *Sfat Emet, Vaetchannan 5633*

È un’idea straordinaria perché spezza l’equazione più semplice fra preghiera ed esito. La preghiera di Moshè non ottiene ciò che domanda, ma non per questo fallisce. Non entra nella Terra, ma la sua preghiera continua a operare nelle generazioni. Il suo desiderio non si realizza nel modo in cui egli lo aveva formulato, ma acquista una funzione più ampia di quella che poteva avere se fosse stato semplicemente esaudito.

Forse il Nevò è allora anche il luogo nel quale Moshè scopre che una cosa può non compiersi per lui e tuttavia compiersi attraverso di lui. Yehoshua entrerà. Il popolo entrerà. La promessa ai patriarchi sarà mantenuta. La storia continuerà. E proprio questo costringe Moshè ad accettare che il valore della sua missione non dipende dal fatto che sia lui a vederne personalmente il compimento.

Ognuno di noi, prima o poi, incontra il proprio Nevò. Ci sono opere troppo grandi per stare interamente dentro una sola vita. Ci sono famiglie, comunità, istituzioni, progetti, idee, che possiamo iniziare, custodire, far crescere, ma che non ci sarà dato portare fino all’ultimo fotogramma. La tentazione è pensare che, se non vediamo il compimento, allora il lavoro è rimasto incompiuto. Moshè insegna invece che il compimento di un’opera può consistere proprio nel renderla capace di continuare senza di noi.

È forse questo il senso più profondo di:

> לֹא עָלֶיךָ הַמְּלָאכָה לִגְמֹר  
>  
> *«Non spetta a te terminare l’opera.»* 
>  
> *Pirkei Avot 2:16*

Non è una concessione alla nostra debolezza e non è un invito ad accontentarsi. È il riconoscimento che alcune opere sono, per loro natura, più grandi di chi le serve. Non ci è chiesto di essere il centro della storia, ma di fare in modo che la storia possa continuare.

Dal Mar Morto, guardando verso il Nevò, questa idea assume una forma quasi fisica. Moshè era lì e guardava verso di noi. Noi siamo qui e guardiamo verso di lui. Lui vedeva un futuro nel quale non sarebbe entrato; noi viviamo dentro una parte di quel futuro. Lui guardava avanti; noi guardiamo indietro. **I cardini dello specchio si sono girati.**

Ma c’è un ultimo rovesciamento. Moshè, dall’ultima pagina della Torà, guarda avanti. I Maestri dicono che il suo sguardo arriva fino a **היום האחרון**, fino all’ultimo giorno. Noi, invece, proprio mentre leggiamo della sua morte e guardiamo indietro verso il Nevò, compiamo il movimento opposto: riavvolgiamo il Sefer Torà e ricominciamo da **בראשית**, dall’inizio.

Moshè, alla fine della sua vita, guarda fino alla fine dei giorni. **Noi, arrivati alla fine della Torà, torniamo al principio dei giorni.**

Anche qui **נהפכו צירי עלי**: i cardini si rovesciano. La fine ci porta fino alla fine, ma nello stesso istante ci riconduce all’inizio. Moshè vede una storia che continuerà senza di lui; noi, leggendo la sua ultima visione, torniamo alla Creazione e ricominciamo a raccontarla. **היום האחרון** e **בראשית** finiscono così per trovarsi l’uno di fronte all’altro, come le due immagini dello stesso specchio.

> בַּמַּרְאָה נֶהֶפְכוּ צִירַי עָלַי

Forse abbiamo bisogno ogni tanto di questo rovesciamento. Di uscire per un momento dalla prospettiva nella quale tutto viene misurato dalla nostra presenza, dai nostri tempi, dalla nostra capacità di vedere il risultato. Di ricordare che siamo il compimento di cose iniziate molto prima di noi e, nello stesso tempo, l’inizio di cose che continueranno quando noi non ci saremo più.

Il Nevò non è soltanto il luogo nel quale Moshè vede la Terra senza poterla attraversare. È il luogo nel quale impara che la storia che ha servito per tutta la vita è più grande della sua stessa vita.

E forse è proprio questa la benedizione nascosta nell’ultima visione di Moshè: **non vedere la fine, ma vedere abbastanza lontano da capire che la storia non finisce con noi.**

E forse non è un caso che la Torà si chiuda proprio con le parole:

> אֲשֶׁר עָשָׂה מֹשֶׁה לְעֵינֵי כָּל יִשְׂרָאֵל  
>  
> *«Che Moshè fece agli occhi di tutto Israele.»* 
>  
> *Devarim 34:12*

In definitiva, forse è proprio questa la prospettiva che Moshè ci ha lasciato: la capacità di non guardare soltanto con i nostri occhi, dal punto nel quale ci troviamo e dentro il tempo che ci è dato, ma di imparare a guardare **con gli occhi di tutto Israel**. Moshè sale sul Nevò e, per l’ultima volta, cambia il nostro punto di vista. E la Torà può allora ricominciare da Bereshit.