Signor Ambasciatore, autorità, amici,
Il 19 agosto scorso è mancata mia nonna Gemma.
Aveva dodici anni quando, nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1944, la polizia fascista italiana fece irruzione nell'Abbazia di San Paolo fuori le Mura, a Roma, violandone persino l'extraterritorialità, per arrestare le persone che vi avevano trovato rifugio. Fra queste c'era suo padre, mio bisnonno Aurelio Spagnoletto.
Nonno Aurelio fu imprigionato a Roma, poi a Verona e a Fossoli. Il 16 maggio 1944 venne deportato ad Auschwitz.
Per decenni la nostra famiglia ha creduto che fosse morto lì. Ma le ricerche condotte successivamente da mio padre David, hanno permesso di ricostruire una storia ancora più lunga e terribile.
Aurelio sopravvisse ad Auschwitz. Il 28 ottobre 1944 fu trasferito a Stutthof, nei pressi di Danzica, insieme a una quindicina di altri ebrei romani. Meno di due settimane dopo venne trasferito nuovamente, questa volta a Hailfingen-Tailfingen, un sottocampo del sistema di Natzweiler, dove morì poco tempo dopo, in circostanze che non siamo ancora riusciti a chiarire completamente.
Anche i suoi compagni di deportazione morirono in quel campo.
Nonna Gemma crebbe senza suo padre. La sua fu una vita segnata dalla Shoah, ma fu anche una straordinaria storia di ricostruzione. Costruì una famiglia, vide crescere figli, nipoti e pronipoti. La ferita di quella bambina di dodici anni, tuttavia, non si rimarginò mai completamente.
C'era una domanda che tornava spesso nei suoi discorsi. Non si chiedeva se l'antisemitismo sarebbe tornato. Di questo non aveva dubbi. Si chiedeva in quale forma si sarebbe ripresentato.
Negli ultimi anni non era più pienamente cosciente di ciò che accadeva intorno a lei. A volte penso che questa sia stata una forma di misericordia. Le è stato risparmiato di assistere al clima che oggi si respira in Italia, diventato per tanti ebrei quasi irrespirabile. E non ha dovuto vedere la pietra d'inciampo dedicata a suo padre, a Roma, profanata per due volte negli ultimi mesi con i colori della bandiera palestinese.

Oggi siamo qui per ricordare il 16 ottobre 1943 e per raccontare la storia di un tavolo. Un oggetto singolare, costruito per salvare la vita di un uomo: mio nonno Fernando Pacifici.
Ma vorrei raccontare questa storia insieme a quella di nonno Aurelio e di nonna Gemma, perché sono le storie dalle quali provengo. E perché il loro significato non appartiene soltanto al passato.
Fernando Pacifici era nato nel 1912. Aveva una fabbrica tessile a Roma, era un uomo pratico, intraprendente, abituato a cercare soluzioni ai problemi.
Nel 1936 assunse una giovane donna ebrea fuggita dalla Germania. Si chiamava Nelly Wolf.
Nelly raccontava quello che aveva visto in Germania. Raccontava le persecuzioni, l'odio, la realtà del regime nazista. Molti ebrei romani ascoltavano quelle storie con incredulità. Sembravano esagerazioni, forse i racconti di una donna profondamente traumatizzata.
Mio nonno Fernando, invece, le credette.
Capì che quello che Nelly raccontava non era un'opinione, non era un'esagerazione, non era propaganda. Erano fatti. Fatti che lei aveva visto con i propri occhi.
E cominciò a prepararsi.
Tentò di lasciare l'Italia, senza riuscirci. Poi commissionò a un artigiano ebreo, di nome Efrati, la costruzione di un tavolo secondo un suo progetto. Doveva sembrare un normale mobile, ma al suo interno doveva esserci spazio sufficiente perché un uomo potesse sdraiarsi e chiudersi dentro.
Lo fece collocare nella casa della sua segretaria, Vera.
Quel tavolo fu costruito prima che arrivassero i tedeschi a Roma. Prima della razzia del 16 ottobre. Prima che il pericolo diventasse evidente a tutti.

Nonno Fernando si preparò perché aveva creduto ai fatti quando ancora molti preferivano non guardarli.
Il 16 ottobre 1943 i tedeschi lo cercarono presso la sua attività in via Silla, nel quartiere Prati.
Nonno Fernando mantenne il sangue freddo. Disse che sarebbe andato a chiamare Fernando Pacifici e tentò di fuggire attraverso un percorso che aveva predisposto in precedenza.
Ma il cancello attraverso il quale doveva passare era chiuso.
I tedeschi lo inseguivano. In una situazione disperata riuscì ad aggrapparsi a un balcone del primo piano, entrò nell'appartamento, lo attraversò e uscì da un altro portone. Corse fino alla stazione Termini.
Mio padre racconta un particolare che mi ha sempre colpito: dopo la guerra, Nonno provò a ripetere quel salto. Non ci riuscì mai più.
Dal centro di Roma raggiunse il Policlinico, dove un medico amico gli aveva promesso rifugio. Ma per rimanere ricoverato occorreva una ragione medica. E così si fece asportare le tonsille, senza anestesia, seduto su una sedia.
Successivamente fu ospitato dal cappellano dell'ospedale, che lo presentava come un nipote sfollato. Quando il religioso morì, Nonno dovette cercare un nuovo nascondiglio e raggiunse la casa di Vera.
Lì finalmente utilizzò il tavolo che aveva fatto costruire anni prima.
Ogni volta che qualcuno arrivava in casa, Nonno Fernando entrava nel mobile e si chiudeva dall'interno. Poteva uscirne soltanto dopo aver ricevuto il segnale convenuto della sua segretaria.
Temeva i tedeschi, ma anche una delazione, una visita inattesa, qualcuno che potesse riconoscerlo.
E così sopravvisse.
Dopo la Liberazione riprese a lavorare. Il tavolo fu trasferito nella fabbrica e per decenni venne utilizzato dagli operai nella mensa.
Un oggetto che aveva salvato una vita era tornato a essere un semplice tavolo.
Fino a quando la nostra famiglia decise di affidarlo a Yad Vashem.
Vorrei soffermarmi su questo passaggio.
Mia nonna Gemma condusse una vera battaglia all'interno della famiglia affinché tutta la documentazione relativa a suo padre Aurelio fosse consegnata a Yad Vashem.
Le lettere scritte dalla prigionia, i documenti, le testimonianze. Tutto quello che permetteva di ricostruire la sua storia.
Dall'altra parte della famiglia, i discendenti di Fernando decisero di consegnare a Yad Vashem il tavolo.
Sono due vicende diverse, ma hanno qualcosa di essenziale in comune.
Le lettere di un uomo assassinato ad Auschwitz e il tavolo di un uomo sopravvissuto alla persecuzione sono testimonianze materiali. Sono prove.
Nonna Gemma voleva che i documenti di suo padre fossero conservati perché la sua storia non andasse perduta. Mio padre insieme a zio Mario e zia Sara, che quel tavolo potesse continuare a testimoniare ciò che era accaduto.
Yad Vashem svolge un lavoro straordinario proprio per questo. La memoria della Shoah non si fonda soltanto sulla commozione, sul ricordo o sulla testimonianza orale. Si fonda anche sulla ricerca, sulla documentazione, sul rigore scientifico.
I fatti contano.
È una lezione che attraversa tutta questa storia familiare.
Nonno Fernando si salvò perché credette ai fatti raccontati da Nelly Wolf. Nonna Gemma volle che i fatti relativi alla vita e alla morte di suo padre fossero custoditi per le generazioni successive.
E noi oggi viviamo in un'epoca nella quale sembra che i fatti possano essere sostituiti da qualsiasi narrazione, purché ripetuta abbastanza spesso e abbastanza forte.
Vorrei dire qualcosa, a questo proposito, anche alla presenza dell'Ambasciatore d'Italia.
Il clima che si respira oggi in Italia è diventato estremamente difficile per gli ebrei. E ritengo che una responsabilità importante appartenga alla campagna d'odio alimentata da una parte dei mezzi d'informazione, compresi quelli del servizio pubblico.
La libertà di stampa è sacra. Nessuno deve essere sottratto alla critica, certamente non il governo israeliano, le sue decisioni o le azioni del suo esercito.
Ma la libertà di stampa non è libertà di inventare i fatti.
Quando le notizie vengono deformate, quando accuse non verificate diventano certezze, quando una narrazione precostituita prende il posto del lavoro giornalistico e finisce per alimentare l'ostilità contro gli ebrei, abbiamo tutti un problema.
Non soltanto gli ebrei italiani. L'Italia intera.
E lo dico anche per una ragione personale.
Il 9 ottobre 1982 ero alla Sinagoga di Roma, quando fu colpita da un attentato terroristico. Rimasi ferito.
So che cosa significa quando l'odio smette di essere soltanto fatto di parole.
So dove può condurre un clima nel quale gli ebrei vengono progressivamente trasformati in un bersaglio legittimo.
Nonna Gemma, che aveva conosciuto l'antisemitismo fascista, continuava a domandarsi quale forma avrebbe assunto il suo ritorno. Credo che oggi abbiamo il dovere di ascoltare quella domanda con la stessa serietà con cui Nonno Fernando ascoltò Nelly Wolf.
Non possiamo permetterci di ignorare i fatti perché ci disturbano. E non possiamo permetterci di sostituirli con la propaganda, soprattutto quando parliamo di Israele, degli ebrei e della loro sicurezza.
Ma vorrei concludere tornando alla mia famiglia.
Quando nonno Aurelio fu arrestato, nonna Gemma aveva dodici anni. Era una bambina, senza alcuna possibilità di difendere suo padre.
Oggi una delle sue pronipoti frequenta il corso ufficiali dell'esercito israeliano. Un'altra si arruolerà nell'aeronautica la prossima settimana. Una terza ha cominciato gli esami di selezione.
Sono le mie figlie.
Quando parliamo dell'IDF, dunque, non parliamo di un'istituzione lontana. Parliamo dei nostri figli, delle nostre famiglie, di noi stessi.
L'esistenza di uno Stato ebraico e di un esercito capace di difenderlo rappresenta per me una delle lezioni fondamentali della Shoah. Non significa che le azioni di un esercito siano al di sopra del giudizio o delle responsabilità previste dal diritto. Significa che quel giudizio deve essere fondato sui fatti, non sulla propaganda, e che non possiamo dimenticare perché la capacità degli ebrei di difendersi sia così essenziale.
Nonna Gemma non poté difendere suo padre.
Le sue pronipoti oggi possono contribuire a difendere il proprio popolo.
E mi piace pensare che, vedendole, avrebbe provato un orgoglio immenso.
Grazie.