Ci sono persone la cui presenza diventa parte delle nostre abitudini quotidiane. Non ci diamo appuntamento, non ci sentiamo prima, eppure sappiamo che le troveremo lì, al loro posto. E proprio per questo, quando improvvisamente mancano, facciamo fatica persino a immaginare che possa essere successo qualcosa.

Rav Hillel era una di queste persone.

La mattina, allo Shtiebelach, lui pregava abitualmente al minian delle 7.30. Io arrivo generalmente a quello delle 7.45. Ma qualche volta riesco ad anticipare e allora mi siedo vicino a lui. Altre volte è lui che si "affaccia" al minian delle 7.45 dopo aver finito, per salutare il fratello Yedidia. Un piccolo appuntamento non concordato, uno di quei gesti semplici che scandiscono la vita.

Giovedì mattina sono arrivato in tempo per il minian delle 7.30 e non l'ho visto. Ho pensato che avesse fatto tardi, che per una volta lo avrei trovato al minian delle 7.45. Un pensiero del tutto naturale. Mai, neppure per un istante, mi è passato per la mente che potesse essere accaduto il peggio.

Sapevo che Rav Hillel non stava bene. Ma lui stesso si comportava senza attribuire troppo peso alla sua malattia, almeno pubblicamente. E nelle ultime settimane avevo avuto persino motivo di essere ottimista.

Mi aveva parlato con entusiasmo della sua candidatura al Vaad della Hevrà. Non era una candidatura di rappresentanza, né il desiderio di aggiungere un altro incarico. Aveva delle idee, dei programmi concreti. In particolare, mi aveva raccontato quanto gli stesse a cuore il Bet Midrash e quanto desiderasse occuparsene.

Ricordo di aver ascoltato quelle parole con soddisfazione. Mi sembrava un buon segno. Se pensava alle elezioni, se progettava attività, se immaginava il futuro del Bet Midrash, voleva dire, mi dicevo, che probabilmente si sentiva meglio. Che la malattia stava arretrando e che lui guardava avanti.

Oggi quelle stesse conversazioni assumono un significato completamente diverso.

Io cercavo nelle sue parole un segno di miglioramento della salute. Lui, invece, mi stava mostrando qualcosa di molto più profondo: che il suo impegno verso la comunità non dipendeva dalle sue condizioni personali. Che anche nella malattia continuava a pensare a ciò che avrebbe potuto costruire, migliorare, trasmettere.

È facile parlare di responsabilità comunitaria quando si è giovani, in salute, pieni di energie e di progetti. È molto più difficile continuare a sentirla come un dovere quando le proprie forze diminuiscono e sarebbe del tutto comprensibile pensare finalmente a sé stessi.

Rav Hillel non aveva smesso di progettare. Non aveva smesso di preoccuparsi della Hevrà. Non aveva smesso di immaginare un Bet Midrash più vivo, più ricco di studio e di Torà.

E forse è proprio questa la sua ultima lezione.

Una comunità non è soltanto il luogo nel quale preghiamo, studiamo o ci incontriamo. È qualcosa di cui siamo responsabili. Non soltanto quando ci conviene, non soltanto quando abbiamo tempo, non soltanto quando le circostanze sono favorevoli.

Fino alla fine.

Giovedì mattina, vedendo vuoto il suo posto, pensavo semplicemente che Rav Hillel sarebbe arrivato qualche minuto più tardi.

Oggi so che non lo vedrò più seduto lì accanto a me. Ma vorrei che non andasse perduto ciò che mi ha insegnato proprio nelle nostre ultime conversazioni: che finché abbiamo qualcosa da dare al Kahal, abbiamo ancora qualcosa da fare.

יהי זכרו ברוך