ארבעה נכנסו לפרדס [...] אחר קיצץ בנטיעות
«Quattro entrarono nel Pardes [...] Acher recise le piantagioni». (TB Chaghigà 14b)

Una delle pagine più affascinanti e misteriose del Talmud è quella dei quattro Maestri che entrarono nel Pardes. La Ghemarà nel trattato di Chaghigà (14b) racconta che Ben Azzai, Ben Zomà, Acher e Rabbì Akivà entrarono nel giardino della conoscenza mistica. Ben Azzai morì, Ben Zomà rimase profondamente turbato, Acher recise le piantagioni e soltanto Rabbì Akivà entrò ed uscì in pace.

Il racconto è tanto breve quanto enigmatico. In poche righe i Saggi sintetizzano quattro differenti esiti dell'incontro dell'uomo con una dimensione della conoscenza che va oltre i normali strumenti dell'intelletto.

Tra questi quattro personaggi, Acher occupa un posto particolare. A differenza di Ben Azzai e Ben Zomà, la sua esperienza non viene descritta attraverso ciò che gli accade, ma attraverso ciò che egli fa. Acher recide le piantagioni.

Acher, letteralmente «un altro», è il nome con il quale la letteratura rabbinica indica Elishà ben Avuyà, uno dei grandi Maestri della generazione di Rabbì Akivà, che abbandonò la via della Torà.

Ma perché la Ghemarà sceglie proprio l'espressione kizez bintiot, recise le piantagioni? Perché non dice semplicemente che divenne un eretico, che abbandonò l'osservanza delle mizvot o che rinnegò la propria fede?

Rashì spiega che l'espressione è coerente con l'immagine del Pardes. Se i Maestri sono entrati in un giardino, chi ne ha compromesso l'integrità viene descritto come colui che ne ha reciso le piante.

La tradizione mistica approfondisce ulteriormente questa lettura. Il peccato di Acher consisterebbe nell'aver separato ciò che deve rimanere unito, attribuendo un'autonomia a manifestazioni della Divinità che non possono essere considerate indipendenti dalla loro origine.

La Ghemarà stessa, proseguendo il racconto, collega la caduta di Acher alla visione di Metatron seduto. Acher ne deduce erroneamente che vi siano due autorità celesti, mettendo così in discussione il principio fondamentale dell'unità Divina.

L'immagine della recisione si presta dunque perfettamente a rappresentare un errore teologico che consiste nel separare ciò che è essenzialmente unito.

Ma forse, senza nulla togliere a queste spiegazioni, possiamo trovare nella stessa Ghemarà un'ulteriore ragione per la scelta di un'espressione tanto particolare.

Per farlo dobbiamo spostarci di poche righe, da Chaghigà 14b a Chaghigà 15a.

La Ghemarà racconta che Acher, dopo essersi allontanato dalla Torà, incontrò una prostituta e le propose di accompagnarlo. La donna lo riconobbe e gli domandò se non fosse Elishà ben Avuyà.

Acher rispose con un gesto.

עקר פוגלא ממישרא בשבת ויהב לה. אמרה אחר הוא
«Sradicò un ravanello da un campo di Shabbat e glielo diede. Ella disse: è un altro». (TB Chaghigà 15a)

Il racconto è straordinario per la sua precisione.

La donna riconosce Elishà ben Avuyà. Nonostante la sua condotta, vede ancora in lui il grande Maestro che conosceva. Ma quando questi sradica un ravanello dalla terra di Shabbat, cambia immediatamente giudizio: Acher hu, è un altro.

Non è sufficiente che Elishà si presenti in un luogo nel quale un Maestro d'Israele non dovrebbe trovarsi. È necessario un gesto concreto, una trasgressione dello Shabbat compiuta deliberatamente, perché la donna lo riconosca come un'altra persona.

E quale gesto sceglie Elishà?

Sradica una pianta.

Lo sradicamento di una pianta ancora attaccata al terreno rientra nella melakhà di kotzer, una delle trentanove attività proibite di Shabbat. La sua toladà, tolesh, consiste proprio nello staccare qualcosa dalla sua fonte di crescita.

Torniamo allora all'espressione con la quale la Ghemarà aveva inizialmente descritto l'apostasia di Acher:

אחר קיצץ בנטיעות
Acher recise le piantagioni.

E poche righe dopo, quando la Ghemarà ci racconta come Elishà ben Avuyà venga riconosciuto come Acher, lo troviamo nell'atto di sradicare una pianta.

I due verbi non sono identici. Kizez significa recidere, mentre akar significa sradicare. Ma il gesto appartiene alla stessa categoria concettuale: separare una pianta dalla sua origine, interrompendo il rapporto che le permette di vivere.

La coincidenza è già interessante. Ma forse c'è qualcosa di più.

In un altro celebre episodio, riportato in Chaghigà 15a, la Ghemarà racconta che Rabbì Meir continuava a studiare Torà con Acher anche dopo che questi aveva abbandonato la strada dei Maestri.

Un giorno Rabbì Meir camminava dietro al proprio Maestro di Shabbat, mentre Acher procedeva a cavallo.

Giunti al limite del techum Shabbat, Acher avvertì Rabbì Meir che non avrebbe dovuto proseguire oltre. Nonostante la propria condotta, Acher conosceva ancora perfettamente l'halakhà e si preoccupava che il discepolo non la trasgredisse.

È un episodio sul quale i Saggi hanno riflettuto molto. Rabbì Meir continua ad imparare da un Maestro che non osserva più la Torà, mentre Acher, che trasgredisce lo Shabbat, si preoccupa che Rabbì Meir non lo faccia.

Ma c'è un particolare sul quale forse vale la pena soffermarsi.

Perché Acher va proprio a cavallo di Shabbat?

Naturalmente, il cavallo è il mezzo di trasporto che gli permette di procedere mentre Rabbì Meir cammina. Ma dal punto di vista halakhico, il divieto di cavalcare di Shabbat ha una motivazione molto precisa.

La Mishnà nel trattato di Betzà (5:2) include il cavalcare tra le attività proibite di Shabbat e di giorno festivo. Si tratta di un divieto rabbinico, una ghezerà, la cui ragione viene spiegata dalla Ghemarà (Betzà 36b):

שמא יחתוך זמורה
«Per timore che recida un ramo».

Rashì precisa che il problema è quello di recidere qualcosa ancora attaccato alla terra, kotzer min hamechubbar.

Il divieto di cavalcare non costituisce dunque di per sé una trasgressione della melakhà di kotzer. È una proibizione rabbinica istituita proprio per evitare che il cavaliere, volendo procurarsi un ramo con il quale spronare l'animale, finisca per compiere un'azione riconducibile a kotzer.

Ed ecco allora che i due episodi della vita di Acher acquistano una luce particolare.

Nel primo Acher cavalca di Shabbat, trasgredendo una ghezerà rabbinica il cui fondamento è il timore che venga reciso un ramo.

Nel secondo sradica deliberatamente un ravanello, compiendo direttamente la melakhà di kotzer.

E la Ghemarà aveva introdotto l'intera vicenda di Acher con le parole:

אחר קיצץ בנטיעות
Acher recise le piantagioni.

Non possiamo certamente affermare che questa sia l'origine dell'espressione. Il suo significato tradizionale rimane quello legato al Pardes ed alla rottura dell'unità Divina.

Ma è difficile non rimanere colpiti dal fatto che i due episodi nei quali il Talmud descrive concretamente Acher mentre trasgredisce lo Shabbat siano entrambi collegati, direttamente o indirettamente, alla stessa melakhà.

E soprattutto che l'episodio dello sradicamento del ravanello si concluda proprio con le parole Acher hu, è un altro.

C'è forse qui una chiave per comprendere qualcosa di più profondo.

La pianta vive perché è attaccata alla propria radice. Reciderla significa separarla dalla fonte dalla quale trae il proprio sostentamento.

È questa, secondo la lettura mistica, la natura dell'errore di Acher nel Pardes. Egli separa ciò che non può essere separato. Vede una manifestazione della Divinità e la considera indipendente dalla sua origine. Trasforma ciò che è parte di un'unità in qualcosa di autonomo.

Ma il Talmud sembra mostrarci che questo errore non rimane confinato al mondo delle speculazioni teologiche.

Acher traduce nella propria vita quotidiana la stessa separazione che ha compiuto nel Pardes.

Il Maestro che ha reciso simbolicamente le piantagioni del giardino della conoscenza finisce per sradicare materialmente una pianta di Shabbat.

Ed è proprio allora che Elishà ben Avuyà diventa Acher.

Il nome Acher è forse il punto più doloroso dell'intera vicenda. Elishà non perde la propria intelligenza, non dimentica la Torà che ha studiato, non cessa nemmeno di insegnarla a Rabbì Meir. Ma è diventato un altro.

La sua conoscenza rimane, mentre si è spezzato il rapporto tra quella conoscenza e la sua vita.

Forse è questo il vero pericolo che i Saggi vogliono indicarci attraverso l'immagine delle piantagioni recise.

La Torà non è soltanto un sistema di conoscenze che possiamo acquisire e conservare indipendentemente dal nostro comportamento. È un rapporto vivo con la fonte dalla quale quelle conoscenze provengono.

Ed una pianta, per quanto bella e rigogliosa, non può continuare a vivere se viene separata dalle proprie radici.

Acher aveva conosciuto il Pardes. Aveva visto ciò che pochissimi uomini erano riusciti a vedere. Eppure proprio quella conoscenza, quando venne separata dalla sua origine, non fu sufficiente a preservarlo.

Forse per questo la Ghemarà non dice semplicemente che Acher abbandonò la Torà.

Dice che recise le piantagioni.