«E Giacobbe si alzò presto al mattino, e prese la pietra che aveva posto come suo guanciale e ne fece un monumento; e versò su esso dell’olio».

Genesi XXVIII, 18

Le lapidi (matzevot) sono un aspetto comune (di monumenti) di rituale religioso quando li erigiamo con cerimonie sopra le tombe. L’origine di queste lapidi la troviamo nella parashà della prossima settimana quando Giacobbe pone una matzevà (lapide) sulla tomba della sua amata Rachel, tragicamente morta di parto. Ma nella parashà di questa settimana Giacobbe erige il primo monumento della storia ebraica.

Fino ad allora, le grandi personalità bibliche avevano eretto al Signore degli altari (mizbachot). Un altare (mizbeach) è chiaramente un posto sacro destinato ad un sacrificio rituale. Cos’è un monumento (lapide)? In che cosa differisce da un altare sacrificale? Una comprensione del primo monumento (lapide) ebraico ci aiuterà a capire l’atteggiamento biblico nei riguardi della vita e della morte – ed il vero significato della Terra d’Israele.

La nostra parashà inizia con Giacobbe che abbandona la sua casa paterna ebraica ed inizia il suo viaggio verso la casa della famiglia della madre a Charan. Quella notte egli dorme nei campi fuori Lutz, l’ultimo posto che egli occuperà in Israele prima di iniziare il suo esilio, e sogna di una scala che sta (mutzav – matzevà) appoggiata a terra con la cima che giunge fino ai cieli.

«E, attenzione! gli angeli del Signore salgono e scendono su quella scala».

Genesi XXVIII, 12

Il Signore sta (nitzav) sopra la scala e promette non solo che Giacobbe farà ritorno in Israele ma anche che questa terra apparterrà a lui ed ai suoi discendenti per l’eternità.

Svegliatosi, il patriarca dichiara che quel posto è «la Casa del Signore e la porta del cielo» (XXVIII, 17). Egli, quindi, costruisce un monumento con le pietre che aveva usato come guanciale e versa dell’olio su di esso. Il messaggio è chiaro: un monumento è un simbolo di relazione eterna, la scala che unisce il cielo e la terra, un ponte che connette l’umano ed il divino, la Terra d’Israele che unisce i discendenti di Giacobbe col Signore del cosmo.

Un monumento è in effetti una porta d’ingresso per il cielo, una Casa del Signore sulla terra. La Terra d’Israele, con le sue leggi delle decime, degli anni sabbatici e del Giubileo esprime magnificamente il legame tra l’umanità e l’Onnipotente; la promessa del ritorno di Giacobbe dall’esilio testimonia l’eternità della relazione tra i Figli d’Israele e la Terra d’Israele.

Due ulteriori aspetti meritano qui di essere menzionati. Il monumento è fatto di pietra – la parola ebraica per pietra è even, una contrazione di «padre e figlio» (av e ben), la continuità eterna della famiglia.

Ed il monumento viene consacrato con l’olio come lo sarà il re-messia (Mashiach, letteralmente «unto con olio»), l’annunciatore finale della pace e della redenzione per Israele e per il mondo quando veramente il regno del Signore verrà stabilito sulla terra.

Giacobbe da allora trascorre due decenni con lo zio Labano, che fa di tutto per assimilare il brillante e capace nipote e genero ad una vita di benessere e di lavoro. Giacobbe resiste eludendo le lusinghe di Labano e prepara ed inizia segretamente, assieme a Lea e Rachel, ai figli ed a tutto il suo bestiame, il loro ritorno in Israele.

Labano li insegue; entrambi accondiscendono ad un accordo/monumento.

«E Giacobbe prese una pietra e la depose quale monumento».

Genesi XXXI, 45

Qui di nuovo viene usata la parola monumento, ad esprimere una promessa valida per sempre; i discendenti di Abramo non si assimileranno mai completamente – nemmeno nella Diaspora più seducente.

Il testo continua:

«E Giacobbe disse ai suoi compagni: raccogliete delle pietre ed essi raccolsero delle pietre e ne fecero un mucchio e Labano lo chiamò Yegar-Sachadutà (in aramaico mucchio della testimonianza), ma Giacobbe lo chiamò Gal-Ed (mucchio testimone)».

Genesi XXXI, 46-47

L’astuto Labano vuole che il monumento (matzevà) porti un nome aramaico, simbolo della parte non ebraica degli avi di Giacobbe; Giacobbe invece, insiste sulla iscrizione puramente ebraica, gal-ed.

Quando entrambi, sul luogo del monumento, prestano il loro rispettivo giuramento, l’ingannevole Labano si sforza di tralasciare le sue lusinghe.

«Il Signore di Abramo ed il Signore di Nachor, il Signore dei loro padri giudichi tra noi».

Genesi XXXI, 53

Giacobbe rifiuta di concedere un centimetro. Questo monumento è testimone dell’eternità del suo impegno verso Israele, della sua Fede e della sua Terra.

«Ma Giacobbe giurò sul “terrore” di suo padre Isacco».

Genesi XXXI, 53

La risposta di Giacobbe è un rifiuto cortese ma enfatico all’esca assimilazionistica di Labano.

Poiché questo monumento con Labano viene eretto in esilio, non viene unto con olio. L’olio della redenzione scorrerà soltanto nella Terra d’Israele, a prescindere da qualsiasi importante ruolo che la Diaspora possa giocare nella storia ebraica e finché gli ebrei rifiutano di assimilarsi e rimangono fedeli ai nostri valori unici ed al nostro stile di vita.

Quando Giacobbe ritorna in Israele, a Bet El, la Casa del Signore, egli naturalmente erige un altro monumento come simbolo della piena fedeltà al Signore ed ovviamente questo monumento viene unto con olio (XXXV, 14-15).

Nei versi successivi, una tragedia si riversa sulla famiglia di Giacobbe quando la sua amata Rachele muore dando alla luce Beniamino. Giacobbe la seppellisce «sulla strada per Efrat, che è Betlemme» ed erige un monumento sulla sua tomba.

Tutti i nostri commentatori si chiedono perché Giacobbe non continuò il suo viaggio relativamente breve, forse trentadue chilometri e non seppellì la sua amata moglie nella grotta (Machpelà) di Chevron, l’antico posto di sepoltura. La risposta midrashica, citata da Rashì, è che quando gli ebrei sarebbero stati esiliati, nel loro primo esilio in Babilonia, sarebbero passati per il monumento, davanti alla tomba di Rachele, e avrebbero pregato che l’anima della matriarca intercedesse a loro favore dinanzi all’Onnipotente.

Il Signore promette il ritorno ebraico:

«Rachele piange per i suoi figli».

«Trattieni la tua voce dal pianto ed i tuoi occhi dalle lacrime. C’è un compenso per le tue azioni, una speranza per il tuo futuro: i figli ritorneranno ai loro confini».

Geremia XXXI, 15-16

La Tomba di Rachele è davvero un posto adatto per un monumento, è la «Madre» di tutti i monumenti e posti tombali. Il legame quintessenziale tra il cielo e la terra rappresenta l’eternità dello spirito ebraico e la nostra relazione eterna con la Terra d’Israele.


Rav Shlomo Riskin Traduzione di Raffaele Levi z”l

Questa derashà è tratta dal libro «Commenti alle Parashot della Torà» di Rav Shlomo Riskin, tradotto e pubblicato nel 2007 da Raffaele Levi con il permesso dell’autore. Torah.it ne ha riproposto le derashot durante l’anno 5783 con il sostegno dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura.