וְאַבְרָהָם זָקֵן בָּא בַּיָּמִים וַה׳ בֵּרַךְ אֶת־אַבְרָהָם בַּכֹּל
«E Avraham era anziano, avanti negli anni, e il Signore aveva benedetto Avraham in tutto». (Genesi XXIV, 1)
C'è qualcosa di veramente sorprendente in questo versetto. La Torà ci ha appena raccontato la morte di Sarà, il dolore di Avraham e la necessità di acquistare un terreno per seppellire la moglie. Ed ecco che, poche righe dopo, ci viene detto che il Signore ha benedetto Avraham bakol, in tutto.
L'Ibn Ezrà spiega che Avraham è stato benedetto con una lunga vita, ricchezza, onore e figli. E aggiunge: vezò kol chemdat haadam, questo è tutto ciò che l'uomo desidera.
Il Birkat Asher osserva quanto sia sorprendente una simile descrizione della felicità immediatamente dopo la sepoltura della moglie.
È una domanda difficile. Davvero possiamo dire che Avraham abbia tutto? Non gli manca forse proprio la persona con la quale ha condiviso la sua straordinaria esistenza?
Il Tur sottolinea che la morte di Sarà ha fatto improvvisamente invecchiare Avraham. La Torà aveva già detto che entrambi erano anziani, ma ora ripete che Avraham è vecchio perché la perdita della moglie ha segnato profondamente la sua vita.
Eppure è proprio in questo momento che la Torà parla di una benedizione totale.
Ma la questione diventa ancora più sorprendente quando proviamo a capire che cosa significhi esattamente bakol.
La Ghemarà in Bavà Batrà 16b presenta una discussione:
רבי מאיר אומר שלא היתה לו בת. רבי יהודה אומר שהיתה לו בת. אחרים אומרים בת היתה לו לאברהם ובכל שמה.
Rabbì Meir sostiene che la benedizione di Avraham consistesse nel non avere una figlia. Rabbì Jehudà sostiene, al contrario, che Avraham avesse una figlia. Secondo gli Acherim, Avraham aveva una figlia che si chiamava proprio Bakol.
Fermiamoci sulla prima opinione.
Rabbì Meir considera una benedizione il fatto che Avraham non avesse una figlia.
È un'affermazione che oggi ci colpisce, e non favorevolmente. Perché mai l'assenza di una figlia dovrebbe essere una benedizione? Perché un figlio maschio dovrebbe rappresentare una ricchezza e una figlia femmina una disgrazia?
Non possiamo liquidare la questione come una semplice stranezza del linguaggio rabbinico.
In Kiddushin 82b troviamo un'affermazione ancora più esplicita:
אי אפשר לעולם בלא זכרים ובלא נקבות, אשרי מי שבניו זכרים ואוי לו למי שבניו נקבות
Il mondo non può esistere senza maschi e femmine, ma fortunato è colui i cui figli sono maschi e sfortunato colui i cui figli sono femmine.
La Ghemarà inserisce questa affermazione in un ragionamento più ampio. Il mondo non può esistere senza profumieri e conciatori di pelli, ma è preferibile essere un profumiere piuttosto che un conciatore.
La distinzione è interessante: qualcosa può essere indispensabile al mondo e tuttavia comportare, per chi vive una determinata condizione, difficoltà particolari.
Non si sta necessariamente misurando il valore intrinseco delle persone. Si stanno descrivendo condizioni di vita profondamente differenti.
Il Ramban, commentando il nostro versetto, spiega precisamente in questi termini l'opinione di Rabbì Meir.
Avraham non avrebbe saputo a chi dare in moglie una figlia. Non poteva farla sposare con un Cananeo, appartenente a una società dalla quale voleva tenere lontana la propria discendenza. Ma nemmeno mandarla nella terra d'origine avrebbe risolto il problema: anche lì avrebbe trovato una società idolatra.
Il Ramban aggiunge un elemento decisivo. Nella struttura familiare del tempo, la donna era soggetta all'autorità del marito. Una figlia di Avraham avrebbe dunque rischiato di perdere la propria identità religiosa entrando nella famiglia del marito.
Per Rabbì Meir, quindi, la benedizione non consiste nel fatto che una figlia abbia meno valore di un figlio. Consiste nel fatto che Avraham non si sia trovato davanti a un dilemma che, nelle condizioni della sua epoca, non avrebbe saputo risolvere senza sacrificare qualcosa di essenziale.
Questo non elimina la difficoltà del passo talmudico di Kiddushin, che esprime chiaramente una preferenza per i figli maschi. Ci obbliga però a distinguere tra il valore di una persona e la condizione sociale nella quale quella persona è destinata a vivere.
Una distinzione che dovremmo essere capaci di fare anche oggi.
Ma se questa è l'opinione di Rabbì Meir, Rabbì Jehudà dice esattamente il contrario.
Avraham aveva una figlia. Proprio perché era stato benedetto in tutto, non poteva mancargli nemmeno una figlia.
Per Rabbì Jehudà, la completezza non consiste nell'essere risparmiati dalle difficoltà, ma nell'aver ricevuto tutta la ricchezza dell'esperienza umana.
Ed ecco il paradosso: due Maestri leggono lo stesso versetto, la stessa parola, e giungono a conclusioni opposte. Per uno la benedizione è non avere una figlia; per l'altro è averla.
Forse questo ci insegna qualcosa sul concetto stesso di benedizione.
Noi siamo abituati a identificare la benedizione con ciò che riceviamo. Più abbiamo, più siamo benedetti. Più lunga è la lista delle cose che possediamo, più completa ci sembra la nostra vita.
Ma non è detto che sia così.
Ci sono circostanze nelle quali non ricevere qualcosa può risparmiarci una sofferenza. E ci sono circostanze nelle quali ricevere qualcosa, anche se accompagnato da preoccupazioni e responsabilità, arricchisce profondamente la nostra esistenza.
Il problema è che noi non siamo sempre in grado di distinguere le une dalle altre.
Arriviamo così alla terza opinione, quella degli Acherim: Avraham aveva una figlia e il suo nome era Bakol.
Il Ramban rifiuta di considerare questa affermazione una semplice informazione anagrafica. Sarebbe assurdo, osserva, che una benedizione così grande e generale fosse ridotta al fatto che Avraham avesse una figlia con un nome particolare.
Il Ramban vede in queste parole un riferimento a una dimensione mistica, a una middà divina chiamata Kol, dalla quale deriva un'altra dimensione chiamata Bat, figlia. È una lettura che ci conduce nel linguaggio dei segreti della Torà, dove la figlia non è necessariamente una persona fisica, ma può rappresentare una modalità della presenza divina nel mondo.
Il Noam Elimelech offre una lettura diversa, ma altrettanto suggestiva.
Secondo il suo commento, quando lo zaddik si trova a un livello spirituale particolarmente elevato, gode direttamente dello splendore della Shechinà. Ma anche quando non raggiunge quel livello, non perde completamente il rapporto con il divino: può ancora ricevere una bat kol, una voce celeste.
Questa sarebbe la figlia di Avraham chiamata Bakol.
In ogni condizione spirituale nella quale si trovasse, Avraham conservava una possibilità di comunicazione con il Signore.
È un'idea straordinaria.
La benedizione non consiste nell'essere sempre al massimo delle proprie capacità. Non consiste nemmeno nell'avere sempre accesso alla stessa intensità di esperienza spirituale.
Consiste nel fatto che il rapporto con il Signore non si interrompe quando cambiano le nostre condizioni.
Possiamo essere giovani o vecchi, forti o deboli, felici o profondamente addolorati. Possiamo attraversare momenti nei quali sentiamo con chiarezza la presenza divina e altri nei quali quella presenza sembra lontanissima.
La benedizione è che esista ancora una voce capace di raggiungerci.
Anche il Baal Shem Tov, nella tradizione riportata dal Deghel Machanè Efraim, richiama il valore numerico di bakol, equivalente a ben, figlio. È la stessa ghematria sulla quale si fonda il commento di Rashì: poiché Avraham aveva un figlio, doveva preoccuparsi di trovargli una moglie.
Il Baal Shem Tov lascia intendere che dietro questa corrispondenza si nasconda un significato ulteriore.
E forse, senza pretendere di esaurire quell'allusione, possiamo tornare al contesto del versetto.
Avraham è anziano. Sarà è morta. La sua vita sta volgendo al termine.
Il Ramban e il Tur spiegano che Avraham aveva ricevuto tutto ciò che un uomo può desiderare, ma gli mancava ancora qualcosa: vedere una discendenza a suo figlio, assicurare la continuità di ciò che aveva costruito.
E infatti, immediatamente dopo averci detto che Avraham è stato benedetto in tutto, la Torà racconta che egli chiama il suo servo e gli affida la missione di trovare una moglie per Izchak.
La benedizione non lo esonera dalle responsabilità. Al contrario, gliene affida una nuova.
È significativo che il versetto non dica che Avraham fosse felice. Dice che era benedetto.
Sono due cose diverse.
Avraham ha perso Sarà. È anziano. Non può tornare indietro. Non può recuperare ciò che ha perduto. Non può sapere con certezza che cosa accadrà alla sua discendenza.
Ma può ancora agire.
Può preoccuparsi di Izchak. Può cercare di assicurare un futuro alla propria famiglia. Può continuare la missione che ha condiviso con Sarà.
La parashà si chiama Haiiè Sarà, la vita di Sarà, e comincia raccontandone la morte. Ma il racconto non termina con la sepoltura. Prosegue con la ricerca di Rivkà e con il suo ingresso nella tenda di Sarà, dove Izchak trova consolazione.
La vita continua, ma non perché la perdita sia stata cancellata.
Continua perché ciò che Sarà e Avraham hanno costruito non appartiene soltanto al loro passato.
Forse possiamo allora rileggere l'intera discussione talmudica.
Rabbì Meir ci insegna che una benedizione può consistere anche in ciò che non abbiamo ricevuto. Rabbì Jehudà ci ricorda che una vita completa comprende anche ciò che comporta difficoltà e responsabilità. Gli Acherim, nella lettura del Ramban e del Noam Elimelech, ci invitano a cercare una benedizione che non si misura soltanto attraverso le circostanze materiali della nostra esistenza.
Avraham è benedetto bakol non perché la sua vita sia priva di dolore, né perché abbia ottenuto tutto ciò che avrebbe potuto desiderare.
È benedetto perché, nonostante tutto ciò che ha perduto, il suo rapporto con il Signore e la sua responsabilità verso il futuro sono ancora vivi.
E forse la benedizione più grande non è poter dire di avere tutto.
È sapere che, anche quando ci manca qualcosa di essenziale, abbiamo ancora qualcosa da dare.