“Non alzar la mano sul fanciullo e non fargli nulla” (Genesi XXII, 12).

Molti sono i messaggi cruciali e straordinari sul dovere e sul sacrificio che derivano dall’episodio tra padre e figlio della Akedà, o sacrificio d’Isacco. Ma a me sembra che la Akedà possa anche servire da modello per uno dei problemi più umani della nostra vita di oggi: fino a che punto l’autorità di un padre può allargarsi nel suo rapporto col figlio adulto? Fino a che grado un padre può influire o dirigere la vita di un figlio? È possibile che l’autorità di un padre si allarghi troppo e vada oltre il consentito?

Superficialmente, sembrerebbe che l’ordine divino ad Abramo di portare il suo amato figlio Isacco come un’offerta da ardere completamente, richieda una forza d’animo estrema del padre, la forza di sacrificare persino la vita del figlio per un ideale superiore. Ma questa percezione è radicalmente rielaborata nel commento della Torà di Rav Josef Ibn Kaspi (1279-1340). Egli sostiene che la vera prova alla quale viene sottoposto Abramo non stia nel comando divino di sacrificare Isacco, ma piuttosto nel secondo comando, quello dell’angelo che gli ordina di trattenere la mano dal compiere il sacrificio.

Dobbiamo ricordarci, suggerisce Ibn Kaspi, che la società ai tempi di Abramo era radicalmente influenzata da Moloch, quando il sacrificio di un bambino era un’espressione comune dell’impegno religioso.

Perciò Abramo avrebbe davvero potuto ritenere che il suo appena trovato Signore di giustizia e di misericordia richiedesse da lui lo stesso atto di devozione.

Ed invero è persino possibile interpretare il significato del verso usualmente tradotto “perché ora so che tu sei un uomo temente del Signore, avendo visto che non hai trattenuto (chassachta) il tuo unico figlio da me” (XXII, 12), come “perché ora io so che tu sei un uomo temente del Signore, poiché ho visto che non hai rinunciato al tuo unico figlio a causa del mio ordine (la parola ebraica chassach può anche significare rimuovere, togliere)”.

Nella lettura tradizionale, Abramo è lodato dall’angelo per esser pronto a sacrificare Isacco; nella lettura alternativa, Abramo è lodato per non esser pronto a sacrificare Isacco.

Da questa prospettiva, la lezione critica che ci viene insegnata non è sino a che punto arrivi l’autorità di Abramo, ma quanto essa sia limitata. Il punto centrale è meno su quanto vicino sia arrivato Abramo a sacrificare suo figlio, ma piuttosto su che cosa un padre non ha l’autorità (e mai più gli sarà data) di sacrificare un figlio.

Se questa interpretazione è valida - ed è possibile che Rashì interpreti allo stesso modo quando suggerisce che Abramo non ha compreso l’ordine divino, perché “Onnipotente intendeva soltanto che Abramo elevasse e dedicasse suo figlio (con la preghiera e con una vita d’impegno) e mai che lo uccidesse” (vedi Rashi ad loc) - noi possiamo allora comprendere un altro punto del testo di difficile interpretazione.

Che cosa succede ad Isacco dopo la Akedà? Il testo dice:

“E così Abramo ritornò (forma singolare) ai suoi giovani uomini (il midrash ci racconta, ritornò ad Eliezer e ad Ishmael, che li accompagnarono, ma non sino al luogo stabilito per il sacrificio) ed essi si alzarono e andarono assieme a Beersheva” (XXII, 19).

Ed Isacco non ritornò anche lui?

Yonathan Ben-Uziel, nella sua traduzione aramaica, sostiene che il nome di Isacco non appare assieme a quello di Abramo quando questi ritornò a casa a Beersheva perché Isacco si recò invece alla Yeshivà di Shem ed Ever. In altre parole, al momento della Akedà, padre e figlio non solo si unirono magnificamente assieme, ma anche si separarono. Abramo ritorna alla sua residenza familiare, Isacco ritorna ai suoi libri, ritorna ad una accademia di Torà, di isolamento e di studio.

Nel vocabolario del mio maestro e mentore, Rav J. B. Soloveitchik, Abramo è l’Adamo primo orientato all’esterno, estroverso ed aggressivo, mentre Isacco è l’Adamo secondo più orientato all’interno, introverso, introspettivo; nello schema concettuale del mistico Zohar, Abramo è il simbolo dell’espansione all’esterno, il simbolo di chi straripa di pietà (chesed), mentre Isacco è il simbolo della disciplina, dell’audacia e del coraggio (ghevurà).

La Akedà è paradossalmente sia il punto di unione tra padre e figlio come pure quello di separazione. Isacco entra nella Akedà come figlio di Abramo, e ne esce come padre di Giacobbe (Giacobbe pure, studierà alla Yeshiva di Shem ed Ever).

L’ordine di circoncidere il proprio figlio è certamente modellato sul simbolo della Akedà. Un padre deve sempre trasmettere al proprio figlio amore e limiti, doveri e divieti; dopotutto, ogni bambino riceve dai suoi genitori natura e nutrimento, riceve dai suoi genitori i geni e l’ambiente, spesso per il bene, ma alle volte persino con ramificazioni sfortunate e negative.

I genitori hanno enorme influenza sui figli ed i figli sono molto debitori ai genitori se non altro per aver ricevuto da loro la vita: ma allo stesso tempo, è espressamente vietato a chiunque sacrificare la propria vita su ordine dei propri genitori, o in ossequio alle loro aspettative.

La Torà ed il Talmud ordinano che un figlio debba rispettare e persino riverire i propri genitori ma che decisioni esistenziali di come vivere la propria vita, quale professione intraprendere e chi sposare, sono decisioni che possono esser prese soltanto dal figlio adulto stesso.

Paradossalmente, quando un padre rende possibile al figlio di scoprire come stanno veramente le cose, alla fine il figlio procederà ritornando sui propri passi. Isacco ritorna dalla Yeshivà per seguire i sogni del padre; egli riscava quei pozzi, a suo tempo scavati secondo gli ordini di suo padre.

Dalla Akedà dobbiamo imparare che un padre può portare il figlio all’altare ma non deve osare di sacrificarlo. Per quanto, alle volte, ciò possa essere difficile, dobbiamo permettere ai nostri figli di essere sé stessi e dobbiamo imparare a rispettare le loro scelte individuali.


Questa derashà è tratta dal libro del Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat e fondatore della Ohr Torah Stone Colleges and Graduate Programs, intitolato “Commenti alle Parashot della Torà”.

Nel 2007 Raffaele Levi z”l, lo tradusse e lo pubblicò con il permesso del Rav che lo incitò a diffondere quanto più possibile le sue derashot.

Il libro, dedicato da Raffaele Levi “ai suoi figli, nipoti e pronipoti, presenti e futuri”, è purtroppo esaurito da tempo.

Torah.it, con l’appoggio dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura ripropone settimanalmente on-line, in questo 5783, le relative derashot e si prepara, al termine del ciclo annuale della lettura della Torà, a lanciare una nuova edizione cartacea dell’apprezzatissimo libro.