וַיֹּאמֶר לְאַבְרָם יָדֹעַ תֵּדַע כִּי־גֵר יִהְיֶה זַרְעֲךָ בְּאֶרֶץ לֹא לָהֶם וַעֲבָדוּם וְעִנּוּ אֹתָם אַרְבַּע מֵאוֹת שָׁנָה. וְגַם אֶת־הַגּוֹי אֲשֶׁר יַעֲבֹדוּ דָּן אָנֹכִי וְאַחֲרֵי־כֵן יֵצְאוּ בִּרְכֻשׁ גָּדוֹל
Bereshit 15, 13-14: (D.) disse ad Avram: “Sappi che straniera sarà la tua discendenza in una terra non loro: li asserviranno e li vesseranno per quattrocento anni. Ma anche il popolo che serviranno io giudicherò, dopodiché usciranno con grandi ricchezze”.
Questi versetti sono fra i più noti della Parashat Lekh Lekhà, anche grazie alla loro menzione nella Haggadah di Pessach: l’esilio egiziano è annunciato ad Avram nostro padre con grande anticipo (400 anni!) e così pure la successiva liberazione. Ma perché gli oppressori sarebbero incorsi a loro volta nel giudizio Divino? Non hanno semplicemente eseguito la volontà del S.B.? Nachmanide in particolare dedica a questo argomento un’importante pagina del suo Commento alla Torà.
Ma andiamo per gradi. All’inizio del suo commento alla nostra Parashà (Bereshit 12, 6), il grande esegeta spagnolo enuncia uno dei principi fondamentali cui si è ispirato nel suo lavoro. Perché la Torà si sofferma su tanti dettagli apparentemente insignificanti della vita dei Patriarchi?
אָמַר הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא לְאַבְרָהָם אָבִינוּ צֵא וּכְבֹשׁ אֶת הַדֶּרֶךְ לִפְנֵי בָנֶיךָ, אַתְּ מוֹצֵא כָּל מַה שֶּׁכָּתוּב בְּאַבְרָהָם כְּתִיב בְּבָנָיו… בְּאַבְרָהָם כְּתִיב: וַיֵּרֶד אַבְרָם מִצְרַיְמָה לָגוּר שָׁם, וּבְיִשְׂרָאֵל כְּתִיב (במדבר כ, טו): וַיֵּרְדוּ אֲבֹתֵינוּ מִצְרָיְמָה
Bereshit Rabbà 40, 6: Disse il S.B. ad Avraham nostro Padre: “Esci e spiana la via davanti ai tuoi figli”. Tu trovi che ciò che è scritto a proposito di Avraham è ripetuto a proposito dei suoi figli… Di Avraham è scritto che scese in Egitto a causa di una carestia? Anche i suoi discendenti sarebbero scesi in Egitto a causa di una carestia.
“Ciò che è accaduto ai padri è un segno per i figli”. Ogni episodio della vita dei Patriarchi anticipa simbolicamente un evento della vita futura del popolo che da essi avrebbe tratto origine. Avraham è descritto prendere possesso della terra di Canaan per segnalare che si tratta di una proprietà acquisita da Israel già prima di averla meritata, quando era ancora occupata dai Cananei. D’altronde lo stesso Avraham è presentato come un uomo in continuo spostamento (‘ivrì), perché questa sarebbe stata la sorte dei suoi discendenti. Si tratta dell’interpretazione tipologica, che considera gli eventi del passato come archetipi del futuro.
Non solo. Almeno due episodi della nostra Parashà sono intesi da Nachmanide come anticipazione delle quattro grandi potenze che nel corso della Storia avrebbero oppresso il nostro popolo. La guerra di Avraham contro i quattro re “ci insegna che quattro regni si leveranno a dominare il mondo ma alla fine i Suoi figli avranno la meglio ed essi cadranno tutti nelle loro mani, recuperando tutti gli ostaggi e il bottino sottratto” (comm. Bereshit 14, 1). I regni sono rispettivamente la Babilonia, la Persia, la Grecia e Roma il cui re è qui chiamato “re dei popoli” (melekh goyim), perché “il dominio dei Romani si è diffuso per tutto il mondo”. Il secondo episodio precede immediatamente i versetti che stiamo commentando ed è il “patto fra i tronconi” degli animali (berit beyn ha-betarim). H. invitò Avraham a munirsi di taluni capi di bestiame e ricevette l’ordine di tagliare i quadrupedi in due parti come si usava fare in antico allorché si stipulava un patto. Sulla base del Midrash anche qui Nachmanide evidenzia che i termini con cui il successivo versetto descrive l’arrivo delle tenebre allude all’avvicendarsi dei quattro regni. “Quando il S.B. stipulò con Avraham il Patto per cui avrebbe consegnato quella terra alla sua discendenza in possesso eterno, introdusse un’eccezione al suo donativo: quattro potenze avrebbero inflitto l’esilio ai suoi figli e avrebbero dominato sulla loro terra, come conseguenza delle trasgressioni commesse da quelli. Dopodiché D. rivelò ad Avraham un altro esilio che i figli avrebbero sperimentato prima (ancora di entrare nella terra): l’esilio d’Egitto”.
Insomma la galut egiziana non è a sua volta che l’anticipazione di tutto ciò che si sarebbe ripetuto in seguito. Non solo la galut, ma anche la gheullà e la punizione degli oppressori: accadde con il Faraone e tornò a verificarsi con Nevukhadnetzar (Nabuccodonosor) re di Babilonia. Nachmanide cita il Midrash:
מָשָׁל לְמֶלֶךְ שֶׁאָמַר לִבְנוֹ יַעֲשֶׂה עִם פְּלוֹנִי וְלֹא יְצַעֲרֶנּוּ, הָלַךְ וְעָשָׂה אַף עַל פִּי שֶׁעָשָׂה עִמּוֹ חִנָּם לֹא הִנִּיחַ שֶׁלֹּא הָיָה מְצַעֲרוֹ, כְּשֶׁנִּתְרַצָּה לִבְנוֹ גָּזַר עַל מְצַעֲרָיו לְהָרְגָן. כָּךְ גָּזַר הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא שֶׁיִּהְיוּ יִשְׂרָאֵל מְשֻׁעְבָּדִים בְּמִצְרַיִם עַד שֶׁיִּרְצֶה וְיַחֲזִירֵם, עָמְדוּ עֲלֵיהֶם וְשִׁעְבְּדוּ אוֹתָם בְּחֹזֶק, לֹא שֶׁמָּרְדוּ בָּהֶן אֶלָּא אָמַר לָהֶם הָאֱלֹהִים הַנְהֵג בָּהֶם כַּעֲבָדִים וְיַעֲשׂוּ צָרְכֵיהֶם עַד שֶׁתִּשְׁלַם הַגְּזֵרָה, אֶלָּא (זכריה א, טו): אֲנִי קָצַפְתִּי מְעָט וְהֵם עָזְרוּ לְרָעָה
Shemot Rabbà 30, 15: Si può paragonare a un re che condannò suo figlio a servire un certo padrone, assicurandolo che non lo avrebbe maltrattato. Il figlio dei re si mise al suo servizio e benché lavorasse gratuitamente, il padrone non si trattenne dal trattarlo male. Quando il re si riconciliò con suo figlio, condannò a morte chi l’aveva maltrattato. Così il S.B. decretò in un primo tempo che Israel sarebbe stato asservito all’Egitto finché Egli avesse voluto riprenderseli, ma gli Egiziani li soggiogarono con forza, benché gli Ebrei non si fossero ribellati. L’ordine impartito era anzi di asservirli sì, ma che si limitassero a garantire le necessità dei padroni fino all’estinzione della condanna. “Io mi ero adirato poco, ma essi (gli Egiziani) si sono invece approfittati nell’infierire” (Zekharyah 1, 15).
Gettare i bambini nel Nilo, per esempio, non rientrava nel “li asserviranno e li vesseranno”. L’annientamento non era previsto! E così pure i provvedimenti presi per evitare l’aumento demografico della popolazione ebraica. Il Profeta Yesha’yahu interpreta così il disappunto Divino nella sua invettiva contro gli Assiri. Incaricati da D. di punire Israele, penseranno a loro volta solo al bottino e al saccheggio:
הוֹי אַשּׁוּר שֵׁבֶט אַפִּי וּמַטֶּה־הוּא בְיָדָם זַעְמִי. בְּגוֹי חָנֵף אֲשַׁלְּחֶנּוּ וְעַל־עַם עֶבְרָתִי אֲצַוֶּנּוּ לִשְׁלֹל שָׁלָל וְלָבֹז בַּז וּלְשׂוּמוֹ מִרְמָס כְּחֹמֶר חוּצוֹת׃ וְהוּא לֹא־כֵן יְדַמֶּה וּלְבָבוֹ לֹא־כֵן יַחְשֹׁב כִּי לְהַשְׁמִיד בִּלְבָבוֹ וּלְהַכְרִית גּוֹיִם לֹא מְעָט׃ … וְהָיָה כִּי־יְבַצַּע אֲדֹנָי אֶת־כָּל־מַעֲשֵׂהוּ בְּהַר צִיּוֹן וּבִירוּשָׁלָ͏ִם אֶפְקֹד עַל־פְּרִי־גֹדֶל לְבַב מֶלֶךְ־אַשּׁוּר וְעַל־תִּפְאֶרֶת רוּם עֵינָיו
Yesha’yahu 10, 5-7; 12: Oh, Assiria, verga della Mia ira! E il bastone nelle sue mani è il Mio sdegno. Lo manderò in mezzo a un popolo malvagio e contro il popolo su cui la Mia ira si accende comanderò di fare saccheggio e prendere bottino; e farlo calpestare come il fango delle strade. Ma egli non così se lo immagina, il suo cuore non la pensa così, ma medita nel suo cuore di distruggere e annientare non pochi popoli… E sarà, come il S. demolirà tutte le sue opere sul Monte Tziyon e a Yerushalaim punirà l’alterigia di cuore del re di Assiria e la superbia dei suoi sguardi alteri (trad. Rav E. Friedenthal).
Già Maimonide si era posto il nostro problema in questi termini: perché D. punisce gli Egiziani dopo aver loro impartito l’ordine di asservire gli Ebrei? Nella sua risposta egli distingue il popolo egiziano nel suo complesso, che aveva ricevuto la disposizione, dai singoli individui: “Ciascun egiziano persecutore d’Israele, se avesse voluto astenersi dal perseguitarli, ne aveva la possibilità e la libera scelta, perché il decreto non si riferiva a lui in particolare. Si trattava solo di una comunicazione generica che i discendenti di Avraham sarebbero stati asserviti in una terra non loro” (Hilkhot ha-Teshuvah 6, 5; trad. R. Levi). Nachmanide lo critica. Di quando in qua un popolo nel suo complesso riceve un ordine da D. e il singolo cittadino non si sente investito della responsabilità di portarlo avanti di persona? Nachmanide preferisce un accento differente. “Il fatto che il giorno di Rosh ha-Shanah D. abbia deciso di destinare alla morte un certo individuo non assolve affatto colui che lo uccidesse per il solo fatto di aver messo in atto la condanna: è evidente che l’assassino resta un malvagio e pagherà il fio del suo gesto”. Solo nel caso che si sia udita la condanna per bocca stessa di un Profeta si è autorizzati ad agire di conseguenza, scagionati da ogni responsabilità. “Ma se (l’assassino) non ha udito il precetto e ha ucciso semplicemente per odio o per preda viene punito: certamente mirava alla trasgressione e tale rimane”. In un modo o nell’altro la profezia di D. ad Avraham non nomina mai gli Egiziani esplicitamente: parla solo di una discendenza “straniera… in una terra non loro”, proprio per non privare il Faraone del libero arbitrio, almeno nella fase iniziale, e poterlo punire per le sue scelte.
Anche R. Avraham ben David da Posquières (Raavad) è in disaccordo con Maimonide (ad loc.). Egli scrive a sua volta semplicemente: “È cosa nota che il Creatore punisce un malvagio servendosi di una persona ancora più malvagia. E dopo aver punito il primo, punisce anche il secondo per la sua malvagità”. È un assioma, che i Maestri riassumono nella frase:
מגלגלין זכות על ידי זכאי וחובה על ידי חייב
Shabbat 32a: Si veicola un atto meritorio attraverso una persona meritevole e si veicola un atto punitivo attraverso una persona colpevole.
Insomma rifuggi da qualsiasi gesto violento. Se anche potessi sostenere che la vittima se lo meritava, il fatto che sia tu ad eseguire la sentenza non depone a tuo favore. Nel caso degli Egiziani, continua l’autore, che fossero malvagi di per sé è dimostrato dalla loro pervicacia nel rifiutare la via d’uscita costantemente offerta loro da Moshe: se lo avessero ascoltato si sarebbero in definitiva salvati.
Ma sono solo malvagità e sete di dominio a spingere i popoli a “caricare la dose” e infierire contro noi Ebrei oltre misura? Nachmanide riprende l’argomento alla fine della Torà, commentando l’ultima parte della Parashat Haazinu. Secondo l’esegesi di R. Nechemyah (Sifrè 28) il testo poetico, dopo aver descritto la punizione di Israel per i loro trascorsi, si riferisce proprio alla tracotanza (quella che i tragici greci chiamerebbero υβρις) dei persecutori. Scrive Nachmanide (comm. Devarim 32, 26 segg.):
“H. ha creato l’uomo in basso affinché riconosca l’autorità del Creatore, conferendogli la facoltà di scegliere fra il bene e il male. Ma dal momento che tutta l’umanità tralignò e non rimase legato a Lui altri che questo popolo, cui D. ha rivelato Se stesso a mezzo di segni e prodigi, se gli Ebrei dovessero scomparire anche D. sarebbe dimenticato, ovvero si attribuirebbero i prodigi all’astrologia. Pertanto il popolo ebraico verrà punito per i suoi peccati e soffrirà nell’esilio, ma non può essere eliminato. Le nazioni dovrebbero rendersi conto soprattutto del fatto che come oggi viene punito Israel, analoga sorte toccherà anche loro, dal momento che essi sono ancora più ribelli di Israel. Gli Ebrei infatti prima o poi fanno Teshuvah, mentre gli altri restano attaccati agli idoli che hanno ereditato dai loro padri. La cantica si conclude dicendo che alla fine D. si farà ripagare dai nemici. Essi hanno infatti infierito contro di noi proprio per il nostro pervicace attaccamento al S.B. Non ci detestano se siamo idolatri come loro, ma proprio per il fatto che non ci comportiamo allo stesso modo: non frequentiamo gli stessi luoghi di culto e non condividiamo i loro cibi. Al contrario, ci sposiamo soltanto fra noi”.
Il nostro attaccamento alle tradizioni non è peraltro sempre e soltanto fonte di disprezzo. Al contrario. In un mondo sempre più lontano dalla dimensione spirituale l’ebreo osservante suscita spesso ammirazione, perché è considerata una manifestazione di autenticità. Oggi è piuttosto l’ebreo lontano, proprio colui che cerca di dissimularsi, di nascondersi e di apparire come gli altri a destare sospetto. Coerenza e costanza rimunerano coloro che mantengono fedeltà ai propri principi.