«Si divise su di loro nella notte, lui e i suoi servi, li colpì e li inseguì fino a Chovà, a nord di Damasco» (Genesi 14,15).
La Torà racconta con poche parole una delle imprese più sorprendenti di Avraham Avinu. Quattro re hanno sconfitto una coalizione di cinque re, conquistato Sedom e fatto prigioniero Lot, nipote di Avraham. Avraham, venuto a conoscenza della cattura, raduna i suoi uomini e parte all'inseguimento. Raggiunge i vincitori, li attacca di notte, li mette in fuga e libera i prigionieri.
Il testo, tuttavia, contiene un'espressione insolita:
Vayechalek alehem layla, «si divise su di loro nella notte».
Chi si divise? E che cosa venne diviso?
Rashì, secondo il significato letterale, spiega che fu Avraham a dividere i propri uomini in gruppi per inseguire i nemici in fuga. Lo Sforno aggiunge che si trattò di una precisa strategia militare: Avraham disponeva di pochi uomini e, attaccando da diverse direzioni durante la notte, poteva far credere ai nemici di essere circondati da un esercito molto più numeroso.
Avraham non si affida dunque soltanto al miracolo. Studia il nemico, sfrutta l'oscurità, organizza le proprie forze. La sua vittoria nasce da un'azione concreta, intelligente e coraggiosa.
Ma i Maestri leggono nelle stesse parole qualcosa di ben più straordinario.
Il Midrash Bereshit Rabbà (43,3) insegna che non furono soltanto gli uomini di Avraham a dividersi: fu la notte stessa a essere divisa.
Secondo Rabbì Binyamin bar Yefet, a nome di Rabbì Yonatan, la notte si divise da sé. Secondo i Chachamim, fu il Creatore a dividerla.
E il Midrash spiega:
«Il loro padre ha agito con Me a metà della notte; anch'Io agirò con i suoi figli a metà della notte».
Il riferimento è alla notte dell'uscita dall'Egitto, quando D-o colpì i primogeniti egiziani:
Vayehi bachatzì halayla — «E avvenne a metà della notte» (Esodo 12,29).
Rashì riprende questa interpretazione e precisa che una metà della notte fu utilizzata per il miracolo di Avraham, mentre l'altra venne conservata per la notte della redenzione dall'Egitto.
Il Midrash Aggadà (Esodo 12,31) arriva a immaginare un dialogo tra Avraham e il Santo, benedetto Egli sia. Avraham domanda perché non possa ricevere anche l'altra metà della notte. D-o gli risponde che quella metà deve essere conservata per i suoi figli, perché un giorno servirà alla loro redenzione.
La notte della vittoria di Avraham non si conclude dunque con la liberazione di Lot. Una parte di quella notte rimane in attesa, custodita per una generazione che ancora non esiste.
Non sorprende che proprio questa tradizione sia entrata nella Haggadà di Pesach. Nel piyyut «Vayehi bachatzì halayla», recitato alla fine del Seder, diciamo:
Ger zedek nitzachto kenechelak lo layla.
«Facesti vincere il proselito giusto quando per lui fu divisa la notte».
La notte di Avraham e quella dell'Egitto appartengono alla stessa storia.
Ma in che senso la notte fu divisa?
Il Be'er Mayim Chayim propone una lettura diversa, che permette di comprendere ancora meglio il legame con l'Egitto.
Avraham inseguiva i suoi nemici nel cuore della notte. Come avrebbe potuto individuarli nell'oscurità? La notte, spiega, fu divisa tra due realtà opposte. Per i nemici di Avraham vi erano tenebre profonde, che impedivano loro di vedere dove fuggire. Per Avraham e i suoi uomini, invece, vi era luce, che permetteva di seguirli e raggiungerli.
La stessa notte era oscurità per gli uni e luce per gli altri.
Il Be'er Mayim Chayim collega esplicitamente questo miracolo a quanto avvenne presso il Mar Rosso:
«Vi erano la nube e l'oscurità, e illuminò la notte» (Esodo 14,20).
I Maestri spiegano che la nube portava oscurità agli egiziani e luce a Israele. I due popoli si trovavano davanti alla stessa realtà, ma la vivevano in maniera radicalmente diversa.
È una chiave che ci permette di rileggere anche gli altri miracoli ricordati dal Midrash.
Bereshit Rabbà racconta che Avraham gettava polvere contro i suoi nemici e questa si trasformava in spade; gettava paglia e questa diventava frecce.
Rabbì Nechemià propone l'immagine inversa: erano i nemici a scagliare le loro armi contro Avraham, ma le spade diventavano polvere e le frecce paglia.
La materia è la stessa, ma il suo significato viene rovesciato. Ciò che normalmente non può ferire diventa un'arma; ciò che dovrebbe uccidere perde la propria forza.
È il medesimo principio che ritroviamo nelle piaghe d'Egitto.
Durante la piaga della grandine, la Torà racconta:
«Vi fu grandine e fuoco che divampava in mezzo alla grandine» (Esodo 9,24).
Fuoco e acqua, elementi che normalmente si contrastano, convivono nello stesso fenomeno. La natura non viene semplicemente distrutta o sospesa. Le sue componenti, apparentemente incompatibili, vengono riunite per compiere la volontà divina.
Poi arriva la piaga delle tenebre.
«Non si vedevano l'un l'altro e nessuno si alzò dal proprio posto per tre giorni; ma per tutti i figli d'Israele vi era luce nelle loro dimore» (Esodo 10,23).
Nello stesso Egitto, nello stesso momento, alcuni sono immersi nell'oscurità e altri vivono nella luce.
Il miracolo della notte di Avraham ci aiuta a comprendere le piaghe d'Egitto, e le piaghe ci permettono di riconoscere ciò che era già accaduto ad Avraham.
La notte viene divisa in due sensi.
Viene divisa tra persone che vivono contemporaneamente, perché per alcune è oscurità e per altre è luce.
E viene divisa tra generazioni, perché una metà appartiene ad Avraham e l'altra viene conservata per i suoi discendenti.
Le due interpretazioni non si escludono. Sono due dimensioni dello stesso principio: una realtà che ai nostri occhi appare unica e indivisibile può contenere, nel disegno divino, possibilità diverse e perfino opposte.
Ma c'è un elemento ancora più importante.
In tutti questi racconti l'intervento divino non cancella l'azione dell'uomo.
Avraham deve partire, inseguire i re, organizzare i suoi uomini e affrontare un nemico militarmente superiore. Soltanto allora la polvere può diventare freccia e la notte può illuminare il suo cammino.
La stessa cosa accade ai suoi discendenti. La redenzione dall'Egitto è opera di D-o, ma il popolo deve prepararsi a uscire, lasciare le proprie case e affrontare il cammino verso la libertà.
Il miracolo non rende superflua la responsabilità umana. La accompagna.
Rav Ben Zion Meir Chai Uziel, primo Rabbino Capo sefardita dello Stato d'Israele, sviluppa questo principio in un passaggio particolarmente significativo del suo Hegyonei Uziel, nel capitolo dedicato alla conquista, all'acquisizione e alla costruzione della Terra d'Israele.
Rav Uziel parte dalle parole che Jacov rivolge a Josef:
«Io ti ho dato una porzione più dei tuoi fratelli, che ho preso dalla mano dell'Emoreo con la mia spada e con il mio arco» (Genesi 48,22).
Onkelos traduce le parole «con la mia spada e con il mio arco» come «con la mia preghiera e con la mia supplica».
Ma Bereshit Rabbà (80,9) racconta che, dopo quanto accaduto a Shechem, Jacov prese davvero la spada e l'arco e si preparò a difendere i figli, temendo che i popoli circostanti potessero attaccarli.
Quale delle due interpretazioni è quella corretta? Jacov combatté con le armi oppure con la preghiera?
Rav Uziel risponde che entrambe esprimono una sola verità.
Jacov si preparò concretamente alla guerra, ma furono anche la sua preghiera e il suo merito a proteggerlo. La Torà racconta infatti che
«il terrore di D-o cadde sulle città che erano intorno a loro, e non inseguirono i figli di Jacov» (Genesi 35,5).
La preparazione militare e l'assistenza divina non sono due spiegazioni concorrenti dello stesso avvenimento. Sono due aspetti della medesima vicenda.
Rav Uziel estende poi il ragionamento all'intera storia del popolo ebraico.
Avraham, combattendo per liberare Lot, e Jacov, preparandosi a proteggere i propri figli, hanno trasmesso ai discendenti non soltanto una promessa, ma anche uno spirito di coraggio e di responsabilità.
E non soltanto nella guerra.
Rav Uziel ricorda i pozzi scavati dai patriarchi. Anche quelli fanno parte della loro eredità. Scavare un pozzo significa rendere possibile la vita, coltivare la terra, trasformare un luogo arido in uno spazio abitabile.
La difesa della terra e la sua costruzione sono così due espressioni della stessa missione.
Per Rav Uziel, lo spirito dei patriarchi rivive nei pionieri che tornarono nella Terra d'Israele, affrontando privazioni e pericoli per renderla fertile, e nei soldati che la difesero contro nemici più numerosi e meglio armati.
Scrive:
«Come Avraham, che mobilitò i suoi uomini contro i re aggressori e vittoriosi — “li colpì e li inseguì” — e come Jacov, che combatté con la sua spada e il suo arco, così i nostri figli e le nostre figlie sono usciti in battaglia, con quello stesso spirito di discernimento e coraggio, timore di D-o e fede, che abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri».
Ruach etzà ugevurà, yir'à veemunà.
Spirito di discernimento e coraggio, timore di D-o e fede.
Sono parole che acquistano un significato particolare anche per la nostra generazione.
Avraham non rimase a casa aspettando che D-o liberasse Lot. Uscì a combattere. Jacov non si limitò a pregare per i figli. Si preparò a difenderli. I pionieri non attesero che la terra producesse spontaneamente i suoi frutti. Scavarono, piantarono, costruirono. E i loro discendenti hanno dovuto, e devono ancora, difendere ciò che è stato costruito.
Questa è l'eredità che Rav Uziel riconosce nella storia d'Israele: una fede che non dispensa dall'azione, ma le dà forza e direzione.
Torniamo allora alla notte di Avraham.
Il Midrash ci dice che D-o non gli concesse tutta la notte. Una metà doveva rimanere per i suoi figli.
Forse è proprio questo il significato più profondo di quella divisione.
I padri non esauriscono la storia. Possono aprire una strada, possono trasmettere una promessa, possono lasciare un esempio. Ma una parte della notte appartiene inevitabilmente ai figli, che dovranno attraversarla con le proprie forze, affrontare i propri nemici e assumersi le proprie responsabilità.
Ciò che viene trasmesso non è soltanto il ricordo di un miracolo, ma la capacità di agire sapendo che la realtà non è necessariamente limitata a ciò che i nostri occhi riescono a vedere.
La polvere può diventare freccia. Il fuoco può convivere con la grandine. La stessa notte può essere tenebra per alcuni e luce per altri.
E una notte cominciata con Avraham può continuare, generazioni dopo, nella storia dei suoi figli.
Mi piace pensare che anche la notte del Seder sia, ogni anno, una notte divisa in due. Una metà appartiene al Seder che celebriamo, l'altra ai Sedarim che verranno. Se abbiamo saputo trasmettere qualcosa ai nostri figli, quella notte non finisce con l'ultimo canto della Haggadà. Una parte rimane custodita in loro, pronta a riemergere quando saranno loro a sedersi a capotavola, a raccontare l'uscita dall'Egitto e a rispondere alle domande dei propri figli.
Rav Uziel conclude il suo ragionamento guardando oltre la guerra e oltre la conquista. La costruzione della terra e la redenzione d'Israele devono condurre, nel loro compimento, alla pace e al riconoscimento universale di D-o.
«Il Signore sarà Re su tutta la terra; in quel giorno il Signore sarà Uno e il Suo Nome Uno» (Zaccaria 14,9).
È questo l'orizzonte ultimo della notte divisa.
Non una notte destinata a durare per sempre, ma una notte nella quale i padri hanno cominciato un cammino che spetta ai figli continuare, finché la luce della redenzione possa finalmente manifestarsi nella sua pienezza.