Durante i sette giorni di Succot vi è un’aggiunta alla parte finale della Birkat ha-Mazon che richiede qualche spiegazione. Il testo, accolto in tutti i riti, recita:
הָרַחֲמָן הוּא יָקִים לָנוּ אֶת־סֻכַּת דָּוִד הַנּוֹפָלֶת
Il Misericordioso rialzerà per noi la Sukkà di David cadente.
Poche parole, ma fortemente allusive. A cosa esattamente? Per comprenderle meglio occorre anzitutto individuarne l’autore. Come per molti termini della Tefillà, infatti, anche in questo caso si tratta di una citazione biblica. Questo il versetto originario completo, preso dall’ultimo capitolo del Profeta Amos.
בַּיּוֹם הַהוּא אָקִים אֶת־סֻכַּת דָּוִיד הַנֹּפֶלֶת וְגָדַרְתִּי אֶת־פִּרְצֵיהֶן וַהֲרִסֹתָיו אָקִים וּבְנִיתִיהָ כִּימֵי עוֹלָם
Amos 9, 11: In quel giorno rialzerò la Sukkà di David cadente, riparerò le loro brecce, rialzerò le sue rovine e la ricostruirò come nei tempi antichi.
Come tutti i Profeti, Amos chiude le sue profezie sull’esilio del “regno peccatore” (v. 8) annunciando un elemento di profonda consolazione: le rovine risorgeranno, le brecce saranno riparate. Ma chi è Amos? Quando e dove è vissuto con precisione? A chi si rivolge esattamente? Chi è il “regno peccatore” di cui parla? A quale ricostruzione si riferisce? E soprattutto, perché alla ricostruzione egli allude con il termine Sukkà, che indica una struttura precaria per definizione? E perché rincarare la dose descrivendola come “cadente”?
Amos appartiene alla generazione più antica dei cosiddetti Profeti scrittori, coloro cioè di cui ci sono pervenuti gli scritti. È all’incirca contemporaneo di Yesha’yahu e di Hoshea’: svolse la sua attività intorno alla metà dell’VIII secolo a.E.V., circa tre secoli dopo David.
Nel frattempo, alla morte del figlio di questi Shelomoh, il regno si era diviso in due. Le “dieci tribù” del Nord si organizzarono a parte sotto la guida di Yarov’am (Geroboamo). I testi di Amos sono comunque anteriori alla dissoluzione di questo regno per mano degli Assiri, che nel 722 ne deportarono gli abitanti, circa un secolo e mezzo prima che analoga sorte toccasse a Yerushalaim.
Amos era nativo di Teqòa’. A quale dei due regni apparteneva? Non è dato saperlo con certezza. Esistevano due Teqoa’, una vicino a Bet Lechem, l’altra in Galilea. Nel suo libro ci viene però riferito che il Profeta fu invitato a fuggire e continuare la sua attività “nella terra di Yehudah” (7, 12): segno del fatto che egli risiedeva al Nord, forse a Bet El ed era ivi considerato una figura scomoda. Siamo autorizzati a dedurre che il “regno peccatore” è lo stesso Regno del Nord. Una volta che il S.B. avesse portato a compimento la punizione di questo attraverso l’esilio, afferma il Profeta, ne avrebbe affidato la ricostruzione alla casa di David.
Ma neanche la casa di David, apparentemente, è esente da castighi. Nel versetto è presentata come “cadente”: allude certamente alla futura distruzione di Yerushalaim a opera dei Babilonesi. Nessuno viene risparmiato, dunque. Peraltro entrambe le frazioni del popolo concorreranno in definitiva alla ricostruzione nazionale sotto un discendente di David.
A quale ricostruzione il Profeta si riferisce? Alcuni ritengono che si tratti del Bet ha-Miqdash, ma l’associazione con il nome di David dà da pensare: il Primo Tempio era stato edificato da Shelomoh. Molto più logico condividere con il Targum aramaico e Rashì l’idea che si debba trattare semplicemente del regno.
Ma perché chiamare il regno Sukkà? È una domanda cui tutti i commentatori cercano di rispondere. R. David Qimchi dà un’interpretazione etimologica: la parola Sukkà alluderebbe alla funzione protettiva (sokhèkhet) che il regno svolge nei confronti del popolo. Secondo Abrabanel si tratta invece del popolo stesso: la parola Sukkà è semplice sinonimo di “casa, casato”. È lecito dissentire: la Sukkà è simbolo di precarietà.
Cosa c’entra con un’immagine che vuole essere consolatoria? La spiegazione più efficace è forse quella che in tempi moderni ha dato Andrè Neher nella sua monografia Amos: contribution à l’étude du Prophétisme (Vrin, Parigi, 1981, p. 164 segg.). La trasgressione che viene punita è il separatismo interno. Quando avviene una rottura, la colpa è probabilmente di entrambi. Ma nel nostro caso il principale responsabile è senz’altro il Regno del Nord che con Yarov’am ha posto fine all’unità di tutte le tribù sotto la guida di un’unica istituzione.
L’idea che si delinea in opposizione a questo quadro è rappresentata proprio dal re David, “sinonimo di un governo pio, equo e trionfante…”. Non è vagheggiamento del passato. “Per la storia David è anzitutto l’uomo che fece di Yerushalaim la sua capitale” di tutte le tribù “e di Sion la residenza dell’Arca Santa” che il suo predecessore Shaul aveva trascurato.
Motivata da un forte desiderio di unificazione nazionale, “l’iniziativa di David fu dunque spontanea e segnò una rottura accentuata con le abitudini federali di vecchia data”, risalenti all’epoca dei Giudici. È vero, dice Neher, “le tribù sono ora raggruppate nella loro terra in un insieme stabile come a suo tempo nel deserto intorno all’Arca”, ma proprio il passaggio dal transitorio al permanente ha determinato l’abbandono definitivo del nomadismo e l’adozione di un modo di vita sedentario. In sostanza vivere stanziali nella propria terra, lungi dal diminuire le responsabilità reciproche dei cittadini, le accentua.
Ma perché adoperare proprio l’immagine della Sukkà? Spiega Neher che qui Sukkà non è sinonimo di debolezza, bensì di umiltà:
וַיֹּאמֶר הַמֶּלֶךְ אֶל־נָתָן הַנָּבִיא רְאֵה נָא אָנֹכִי יוֹשֵׁב בְּבֵית אֲרָזִים וַאֲרוֹן הָאֱלֹהִים יֹשֵׁב בְּתוֹךְ הַיְרִיעָה
2Shemuel 7, 2: Disse il re al Profeta Natan: “Vedi? Io risiedo in un palazzo di cedri e l’Arca di D. sta dentro una semplice cortina?”
Il re David avrebbe voluto costruire il Bet ha-Miqdash, ma non gli fu consentito. Sukkat David sarebbe volutamente adoperato in opposizione a Casa di David (Bet David) che troviamo nei documenti ufficiali. Anche Yesha’yahu (16, 5) parla di Tenda di David (Ohel David).
“Contrapponendo la Sukkat David al Bet David e al Bet Yarov’am, Amos esalta la modestia in opposizione all’orgoglio… Egli non denuncia un abbandono della semplicità, ma un rigetto dell’umiltà: non predica un ritorno al passato, ma un ritorno a D.”.
Un messaggio di grande e profonda attualità. Anche oggi il popolo ebraico è diviso nella sua terra e fuori, sia pure con modalità e dinamiche differenti rispetto all’epoca di Amos. Il suo richiamo è potente: ricordiamoci di colui che è stato il fautore della nostra prima unità nazionale. Nel nome di H.
Oggi non esiste il regno, ma è possibile che la parola Sukkà alluda a sua volta a un “regno” in miniatura. Secondo Malbim l’età messianica cui si riferisce l’ultima parte del versetto di Amos (“la ricostruirò come nei tempi antichi”, alludendo a una struttura stabile sotto il discendente di David), sarà preceduta da un governo interlocutorio di nessiim (lett. “presidenti”), chiamati la Sukkà di David perché alludono all’indipendenza nazionale ma in una forma non ancora definitiva: potrebbe trattarsi dello Stato d’Israele?
Una cosa è certa.
“La ricostruzione avverrà in un’epoca in cui, secondo la valutazione non proprio lungimirante dell’uomo, la Sukkà di David sarà ‘cadente’: in altri termini, quando al proposito di rendere la Torà una realtà vivente sembrerà precluso ogni futuro” (Hirsch, commento alla Haftarat Qedoshim).
Oggi, grazie a D. e ai molti volenterosi che portano avanti giorno e notte il risveglio della Torà in Eretz Israel, questa tendenza pare invertita. Siamo sulla buona strada per vedere realizzata la profezia di Amos, sebbene non tutti riescano a coglierlo. È questione di tempo.