Esistono numerose mizvot per le quali recitiamo una berachà prima di compierle, e molte altre per le quali non la recitiamo. Le ragioni variano da una mizvà all'altra.

Rabbì Menashe Cohen ha dedicato a questo argomento un'opera, Likutei Shoshanim, nella quale esamina sistematicamente le diverse spiegazioni offerte dai nostri Maestri sul motivo per cui determinate mizvot non sono precedute da una benedizione.

Un principio particolarmente interessante emerge dalla Ghemarà di oggi, Bechorot 33a, e viene richiamato da Rabbì Cohen discutendo la questione della berachà sulla mizvà del Maaser Behemà, la decima degli animali.

La Ghemarà parla del primogenito di un animale la cui santità è קְדוּשָּׁתוֹ מֵרֶחֶם — kedushatò merechem, ossia «la sua santità è presente fin dal grembo materno».

Il primogenito è già consacrato per il semplice fatto di essere nato per primo. Non occorre quindi una berachà per confermare una santità che esiste indipendentemente da qualsiasi intervento umano.

Da qui viene ricavato un principio halachico più generale:

אין מברכין על מצוה שמהני במחשבה
En mevarchin al mizvà shemahanì bemachashavà.

Non si recita una berachà su una mizvà per la quale è sufficiente il pensiero.

Non tutte le mizvot richiedono dunque un'azione concreta per produrre il proprio effetto halachico. Quando è sufficiente la consapevolezza o il pensiero, può venire meno anche la necessità della benedizione.

Per quanto riguarda l'eventuale dichiarazione verbale della santità del primogenito, si veda lo Shulchan Aruch, Yore Deà 306,1.