In risposta al principio generale di Rav, riportato da Rav Nachman, secondo cui la Halachà segue l'opinione anonima della Mishnà in tutto il terzo capitolo del trattato Bechorot, a meno che non venga espressamente riportata un'opinione divergente (cfr. Bechorot 23b), Rav Sheshet replicò che Rav doveva essere mezzo addormentato quando aveva pronunciato una simile affermazione!
Secondo il Chavat Yair (n. 152), sebbene l'osservazione di Rav Sheshet possa sembrare una mancanza di rispetto nei confronti di Rav, essa era in realtà un'espressione della profonda venerazione che nutriva per lui. Rav Sheshet semplicemente non riusciva a credere che Rav potesse aver fatto una simile affermazione mentre era pienamente cosciente!
In alternativa, l'Imrei Binà suggerisce che Rav Sheshet alludesse a una comprensione più profonda, forse persino mistica, della Mishnà, che l'affermazione di Rav intendeva trasmettere.
Più in generale, questo episodio mette in luce una difficoltà fondamentale nel rapporto tra un allievo e il proprio maestro. Quando un allievo si imbatte in un'affermazione del maestro che gli sembra impossibile accettare, può tentare di spiegarla, contestualizzarla oppure semplicemente respingerla. Eppure, ciascuna di queste reazioni si fonda su un presupposto potenzialmente presuntuoso: che l'allievo conosca tutto ciò che il maestro aveva in mente e comprenda pienamente tutto ciò che ha detto.
Una delle lezioni più profonde che un allievo possa imparare è invece proprio il contrario: non sempre può sapere che cosa il suo maestro stesse pensando, né cogliere fino in fondo il significato delle sue parole. La Ghemarà (Avodà Zarà 5b) insegna infatti che «possono occorrere quarant'anni a una persona per comprendere il pensiero del proprio maestro».
E così, mentre Rav Sheshet insisteva sul fatto che Rav dovesse essere mezzo addormentato quando aveva pronunciato quella dichiarazione, mi domando: Rav Sheshet avrebbe continuato a pensarla allo stesso modo anche quarant'anni dopo?