Il caso che vorrei affrontare nel Daf di oggi (Bekhorot 47b) riguarda un Kohen che è morto lasciando un figlio primogenito che è un chalal, ossia il figlio di un'unione proibita che, nonostante il padre biologico sia un Kohen, è considerato un Israel.
La domanda posta dalla Ghemarà è: chi deve riscattare questo bambino?
La risposta è oggetto di una discussione. Secondo Rav Chisdà, il figlio ha l'obbligo di riscattare sé stesso, mentre secondo Rabbà bar Rav Hunà, il figlio non ha questo obbligo.
A prima vista, questa controversia non sembra diversa dalle tante altre discussioni classiche riportate nella Ghemarà. Tuttavia, dietro questa disputa si nasconde una questione molto più profonda.
Il Remà stabilisce nello Yorè Deà 305:10 che un normale Pidyon Haben, il riscatto del primogenito, non dovrebbe essere effettuato tramite uno shaliach, ossia un delegato diverso dal padre. Molti però dissentono dal Remà, osservando che non vi è alcuna ragione per cui il ricorso a un delegato non debba essere efficace in questo caso.
Il Chatam Sofer affronta la questione nei suoi responsi (Yorè Deà, n. 293), spiegando che il motivo per cui sarebbe preferibile non effettuare il Pidyon Haben attraverso uno shaliach risiede nell'origine stessa del riscatto dei primogeniti: la piaga dei primogeniti in Egitto, Makkat Bekhorot, che il Signore compì direttamente:
אני ולא מלאך, אני ולא שליח
«Io e non un angelo, Io e non un delegato».
A questa spiegazione Rav Shmuel David Gruss aggiunge, sulla base di un insegnamento dell'Imrè Emet, che così come riscattiamo i nostri primogeniti, auspichiamo anche che il Signore riscatti il popolo d'Israele, che viene definito:
בני בכורי
«Il Mio figlio primogenito».
Pertanto, quando preferiamo non ricorrere a uno shaliach per il Pidyon Haben, esprimiamo una speranza che va ben oltre il riscatto del singolo bambino: che il Signore non soltanto porti la Gheulà, la redenzione, ma che lo faccia direttamente, senza intermediari.