וַיִּירָא יַעֲקֹב מְאֹד וַיֵּצֶר לוֹ וַיַּחַץ אֶת־הָעָם אֲשֶׁר־אִתּוֹ וְאֶת־הַצֹּאן וְאֶת־הַבָּקָר וְהַגְּמַלִּים לִשְׁנֵי מַחֲנוֹת׃
«Giacobbe temette assai, e fu in angustia; quindi divise in due schiere la gente che aveva con sé, ed il bestiame minuto e bovino ed i cammelli».
Genesi XXXII, 8
Nella tradizione dei nostri Maestri, al nostro patriarca Jacov è associata la misura della verità, emet. Jacov che diviene Israele è identificato da quella verità che è la firma del Santo Benedetto Egli Sia. Ma cos’è la verità?
Si dice che viviamo in un’epoca di post-verità, intendendo che non c’è mai la certezza che una notizia sia vera, che un fatto sia accaduto o che una frase sia riportata in maniera corretta. Siamo, sembra, nell’epoca dell’incertezza.
Paradossalmente, nel mondo dello spirito, spesso ci vengono proposti degli approcci dogmatici che non lasciano spazio per l’incertezza. Quasi che l’approccio al sacro fosse di per sé l’annullamento di ogni dubbio davanti ad una verità rivelata, granitica ed immutabile.
Nella Parashà di questa settimana Jacov, l’uomo della verità, si trova in un momento di crisi e la sua reazione sembra essere molto lontana da ogni certezza. Jacov ha paura ed intavola una strategia multipla: prova a corrompere il fratello, riduce il rischio spezzando il campo, quello che oggi chiameremmo diversificazione del rischio. Jacov prega e si prepara alla guerra. Se c’è una cosa che manca è la certezza.
La paura di Jacov, che traspare in tutto il brano, è oggetto di grande disputa da parte dei Saggi. Come poteva Jacov temere dopo tutte le assicurazioni che gli aveva dato il Santo Benedetto Egli Sia? Questo atteggiamento di Jacov è peraltro riscontrabile anche alla sua partenza: «…se il Signore sarà con me…» (ivi, XXVIII, 20). Il Midrash Bereshit Rabbà (76, 2) commenta che da qui si impara che «non c’è assicurazione per giusti in questo mondo» e spiegano i Saggi: «forse il peccato può essere causa». Così è interpretato il verso:
«Sono stato diminuito da tutti gli atti di misericordia e verità che hai fatto per il tuo servo, perché con la mia verga ho passato questo Jarden ed ora sono diventato due campi».
Genesi XXXII, 11
Jacov teme di aver peccato oppure di aver esaurito la ricompensa (sono stato diminuito). È vero, è detto «…così dice il tuo servo Jacov, ho abitato presso Lavan e mi sono attardato fino ad ora…» (ivi, XXXII, 5) che i Saggi intendono come una allusione al fatto che Jacov asserisce di aver rispettato tutte le mizvot pur abitando con Lavan. Ciò si basa sulla ghematrià (il valore numerico) della parola garti (ho abitato) che è 613 come il numero delle mizvot. Cionondimeno Jacov non pensa di poter essere certo che al suo comportamento corrisponde una «reazione» Divina. Jacov smonta l’idea semplicistica che se fai A succede B.
Jacov non ha dubbi sul fatto che il Signore sarà con lui ma non è per niente convinto che questo si declini in qualcosa di accettabile dal suo punto di vista. Il Midrash semplifica questo dubbio in maniera fortissima. Le due forme verbali temette assai, e fu in angustia, vengono lette come due paure: la paura di restare ucciso e la paura di dover uccidere.
Rabbenu Bachajè ricorda che in TB Berachot 4a il ragionamento di Jacov è lo stesso di quello di David. È detto infatti che David, nonostante si definisse un chasìd, un pio, non era così certo di meritare il mondo futuro. Non è una mancanza di fiducia nel Signore. David dice:
רִבּוֹנוֹ שֶׁל עוֹלָם, מוּבְטָח אֲנִי בְּךָ שֶׁאַתָּה מְשַׁלֵּם שָׂכָר טוֹב לַצַּדִּיקִים לֶעָתִיד לָבוֹא, אֲבָל אֵינִי יוֹדֵעַ אִם יֵשׁ לִי חֵלֶק בֵּינֵיהֶם אִם לָאו. שֶׁמָּא יִגְרוֹם הַחֵטְא.
«Padrone del Mondo! Io sono certo che tu pagherai la ricompensa dei giusti nel mondo a venire, ma io non lo so se ho parte tra di loro o no. Forse il peccato può essere causa».
Berachot 4a
E prosegue la Ghemarà con quanto ha insegnato Rabbì Jacov bar Idì:
כִּדְרַבִּי יַעֲקֹב בַּר אִידִי, דְּרַבִּי יַעֲקֹב בַּר אִידִי רָמֵי, כְּתִיב: ״וְהִנֵּה אָנֹכִי עִמָּךְ וּשְׁמַרְתִּיךָ בְּכֹל אֲשֶׁר תֵּלֵךְ״, וּכְתִיב: ״וַיִּירָא יַעֲקֹב מְאֹד״. אָמַר: שֶׁמָּא יִגְרוֹם הַחֵטְא.
«…è scritto “Ed ecco che Io sono con te e ti conserverò dovunque andrai” ed è scritto “Jacov temette assai”? Forse il peccato può essere causa».
Berachot 4a
Il condizionale ricorre a iosa nella vita dei nostri padri. La parola forse, ulai, compare sistematicamente nelle loro vite. Tutta la trattativa di Avraham con il Signore su Sdom è basata sul forse. Forse ci sono cinquanta giusti …forse …forse. Sarà dice che forse dando Hagar ad Avraham riuscirà ad avere un figlio. Eliezer dice che forse la ragazza non andrà con lui. Jacov stesso dice che forse il padre lo tasterà e si accorgerà dell’inganno. Ed anche qui è il forse l’unica certezza per Jacov.
אוּלַי יִשָּׂא פָנָי
«Forse Esav mi grazierà».
Bereshit XXXII, 21
Per il Bechor Shor è questa l’incertezza alla base di ogni ragionamento di Jacov. Jacov non ha idea di come reagirà il fratello. Se avesse saputo che questi veniva per fare la guerra sarebbe stato più semplice. Lo stesso se avesse saputo che le sue intenzioni erano pacifiche. La realtà è che questo mondo è complesso e non controlliamo il comportamento degli altri. Non controlliamo gli eventi. Nella migliore delle ipotesi controlliamo il nostro comportamento ed anche su questo non possiamo mai essere certi fino in fondo di non cadere. שֶׁמָּא יִגְרוֹם הַחֵטְא.
I concetti di dubbio e certezza sono fondamentali anche nello stabilire la Halachà. In questi giorni stiamo studiando, nel ciclo del Daf Yomì, le prime pagine del trattato di Pesachim nelle quali compare un concetto molto importante: סָפֵק מוֹצִיא מִידֵי וַדַּאי? Ovvero può una situazione di dubbio modificare un precedente status di certezza? Se siamo certi che del chametz è entrato in un locale ma non sappiamo che fine abbia fatto che succede? L’Halachà è piena di situazioni del genere nelle quali, alla fine, si stabilisce una regola.
Nel suo commento alla pagina 9a Rav Johnny Solomon propone una riflessione importantissima.
«Questa questione, e il principio che ne è al centro, sorge regolarmente all’interno della letteratura halachica, e si basa sul fatto che nel mondo materiale misurabile che si occupa del tangibile e che può essere quantificato in termini di probabilità fisiche, dubbio e certezza non possono esistere contemporaneamente. Piuttosto, l’esistenza di uno deve, in qualche modo, minare l’altro. In effetti, se tali considerazioni venissero ignorate, a molte complesse domande pratiche semplicemente non sarebbe possibile rispondere. Per molti anni ho avuto l’impressione che l’idea che il dubbio e la certezza non potessero esistere entrambi fosse una verità che si applicava a tutti gli aspetti dell’ebraismo - sia all’interno della Halachà tangibile, sia all’interno dell’Emunà personale, e che il dubbio nell’Emunà doveva, in qualche modo, minare i principi assoluti della fede. Ma nel tempo, e soprattutto ispirato dai grandi insegnamenti di Rav Jonathan Sacks zt’l, sono arrivato ad apprezzare la possibilità che “la fede non è certezza”. Piuttosto, “è il coraggio di vivere nell’incertezza”, e mentre “le persone hanno cercato nella vita religiosa il tipo di certezza che appartiene alla filosofia ed alla scienza ... tra Dio e l’uomo c’è lealtà morale, non certezza scientifica” (The Great Partnership, p. 73)».
Rav Solomon insiste sull’idea che l’Halachà e l’Emunà funzionano su due piani diversi e cita Rav Yehudà Amital sul rapporto tra le due.
«Viviamo in un’epoca in cui i circoli religiosi istruiti amano sottolineare la centralità dell’Halachà ... [ma] a mio avviso, questa enfasi eccessiva sull’Halachà ha richiesto un costo elevato. L’impressione creata è che nella Torà non ci sia altro che ciò che esiste nella Halachà, e che in ogni confronto con i nuovi problemi che sorgono nella società moderna, le risposte dovrebbero essere cercate esclusivamente nei libri di Halachà. [Come risultato di ciò,] molti dei valori fondamentali della Torà che si basano sui comandamenti generali di “sarete santi” (Vayikra, 19:2) e “farai ciò che è retto e buono agli occhi di Dio” (Devarim, 6:18) a cui non sono state fornite formulazioni formali e operative, non solo hanno perso parte del loro status, ma hanno anche perso la loro validità agli occhi di un pubblico che si considera vincolato dalla Halachà (Commitment and Complexity, p. 48)».
Sia chiaro, questo discorso non viene minimamente a minare l’importanza della Halachà né il fatto che sia vincolante per ogni ebreo. Viene piuttosto a metterci in guardia rispetto ad una semplicistica applicazione nel mondo dell’Emunà di criteri halachici che hanno una loro corretta funzione nel mondo misurato della materialità.
E conclude Rav Solomon:
«In definitiva, se istruiamo i nostri figli e noi stessi che “non c’è niente nella Torà oltre a ciò che esiste nella Halachà”, allora costringiamo noi stessi ed i nostri figli a scegliere tra dubbio e certezza e, così facendo, danneggiamo il concetto di fede. Ma se comprendiamo che l’Emunà opera in modo diverso dalla Halachà, e che nel mondo dell’Emunà dubbio e certezza convivono fianco a fianco, non solo aiuteremo le persone a fare pace con la loro fede, ma soprattutto, le aiuteremo a fare pace con sé stesse».