וַיֹּאמֶר יִשְׂרָאֵל אֶל־יוֹסֵף הֲלוֹא אַחֶיךָ רֹעִים בִּשְׁכֶם לְכָה וְאֶשְׁלָחֲךָ אֲלֵיהֶם וַיֹּאמֶר לוֹ הִנֵּנִי

«E disse Israele a Josef: “Non stanno forse i tuoi fratelli pascolando a Shechem? Vai e ti invierò da loro”. E disse lui: “Eccomi”» (Bereshit 37,13).

La drammatica storia del rapporto tra Josef ed i suoi fratelli che condizionerà per sempre la storia del popolo ebraico ha un particolare legame con la città di Shechem. La maggior parte dei commentatori ricorda che Shechem è un posto pericoloso. È il luogo nel quale i fratelli hanno fatto strage degli abitanti rei di connivenza con lo stupro di Dinà. Jacov all'epoca li rimprovera duramente temendo soprattutto ritorsioni. Eppure, questi manda Josef a Shechem nonostante il pericolo degli abitanti locali.

Paradossalmente alla fine scopriremo che il pericolo non era quello dei nemici esterni, quanto quello dei fratelli che, dice il Testo, lo odiavano. Anche questo è noto a Jacov, il quale manda Josef nonostante o forse proprio per il pericolo rappresentato dai fratelli.

L'Or HaChajm haKadosh si sofferma sul concetto di shlichut, della missione della quale Jacov lo investe. Se hai paura del loro odio, direbbe Jacov, da adesso sei mio shaliach mizvà, sei stato delegato da me per fare una mizvà ed è noto (TB Pesachim 8a) che uno shaliach mizvà non viene danneggiato.

Secoli dopo, una volta entrati nella terra d'Israele all'epoca di Giosuè, i figli di Israele chiudono il cerchio seppellendo proprio a Shechem le ossa di Josef portate via da Moshè al momento dell'uscita dall'Egitto (Giosuè 24,32).

Lì Rashì commenta (sulla base di TB Sotà 13b): «Da Shechem lo hanno rubato, a Shechem lo hanno restituito». Interessante, per inciso, che il Talmud non parla della restituzione della refurtiva quanto della restituzione di una cosa che si è persa, forse nell'impossibilità di attribuire direttamente la colpa alle generazioni successive.

A Shechem Josef viene sepolto nel terreno acquistato da Jacov come narrato nella scorsa Parashà di Vayishlach. Alcuni commentano che Jacov prepara, con grande anticipo, il luogo di sepoltura per Josef. In questo senso la parola chiave è shallem, integro, completo. Jacov arriva a Shechem integro, dopo le peregrinazioni da Lavan e dopo la lotta con l'Angelo. Su questo integro i nostri Maestri si sono scatenati ma forse potremmo provare ad attribuire la completezza di Jacov proprio alla sepoltura di Josef.

In TB Sotà 13b infatti il Talmud ragiona sul fatto che nonostante la sepoltura avvenga nel territorio di Josef i discendenti di questo coinvolgono tutte le altre tribù nel funerale. Il motivo per il Talmud è che la tribù di Josef dice che c'è più cavod, onore, in un funerale con tanta gente che con poca. E poi, dicendo che va fatto proprio a Shechem perché è a Shechem che lo hanno rubato è chiaro che la riparazione-ricomposizione necessita la presenza delle altre tribù.

La cosa affascinante è che la gravitas che viene data a Shechem in questa storia sembra trascurare un aspetto fondamentale. La vendita di Josef non avviene a Shechem. Jacov aveva mandato Josef a Shechem, ma a Shechem, così ci dice la Torà, lui non li trova. Cercandoli si perde fino a che un uomo, per i Saggi un angelo, non lo indirizza verso Dotan dicendo «Se ne sono andati da qua». I Maestri interpretano questa partenza dei fratelli da Shechem come il vero problema. Rashì dice che se ne sono andati via dalla fratellanza. Daat Zekenim dice: «Hanno detto che non vogliono essere dodici tribù, zè (qua) ha il valore di 12».

Allora capiamo che Shechem è il non-luogo della vendita. La vendita di Josef può esistere solo quando i fratelli smettono di essere a Shechem che è il luogo della completezza. Quando non vogliono più essere le dodici tribù di Israele. Quando Jacov benedirà Josef in fin di vita suggellerà la sua primogenitura (tecnica) dandogli un pezzo di terra doppio rispetto agli altri: Shechem achad, una Shechem appunto. La distinzione di Josef, dalla tunica alla parte doppia, che era stata il motivo stesso della gelosia e della vendita, diventa, essa stessa, l'oggetto della ricomposizione della frattura. Paradossalmente ciò che tiene vivo ebraicamente Josef in Egitto è per il Midrash proprio la volontà di restare una delle dodici tribù. Quando sta per peccare con la moglie di Putifar ciò che ferma Josef è la prospettiva che il proprio nome non venga annoverato tra le dodici pietre che sono sul pettorale del Sommo Sacerdote.

Shechem diventa poi il luogo per la cerimonia di accettazione della Torà una volta entrati in Erez Israel. È a Shechem che si posa la Torà con le tribù tutte intorno sui monti Gherizim ed Eval. A Shechem torniamo ad essere dodici tribù. E non ci deve stupire allora che con una vera acrobazia concettuale il profeta Zefanià dica (3,9) riferendosi alla redenzione finale:

כִּי־אָז אֶהְפֹּךְ אֶל־עַמִּים שָׂפָה בְרוּרָה לִקְרֹא כֻלָּם בְּשֵׁם ה׳ לְעָבְדוֹ שְׁכֶם אֶחָד

«Perché allora renderò i popoli puri di parola, così che tutti invocheranno il Signore per nome e lo serviranno — Shechem Echad — di comune accordo».

Il Shechem Echad della disparità diventa il Shechem Echad del comune accordo universale.

Nei giorni di Chanukà, con cui queste Parashot coincidono, viene letto anche il brano dell'inaugurazione del Santuario da parte dei Principi delle dodici tribù. Si tratta di una lista ripetitiva perché questi presentarono dodici offerte identiche. Il Midrash Rabbà dice che la straordinarietà dell'evento è nel fatto che se nella pratica fecero tutti la stessa cosa, l'idea dietro ad ogni dettaglio derivava da ragionamenti differenti e da un'indole individuale. Dietro ad ogni dettaglio dell'offerta, dodici volte identico, ci sono dodici allusioni diverse legate alla personalità ed alla storia di ogni tribù.

Una delle offerte, citate in Bemidbar 7,14, ha una forte assonanza con la nostra שְׁכֶם אֶחָד, Shechem Echad.

כַּף אַחַת עֲשָׂרָה זָהָב מְלֵאָה קְטֹרֶת

«Un mestolo d'oro di 10 sicli, pieno di incenso».

L'allusione generale è alla Torà, ai dieci comandamenti. Il Talmud (Pesachim 19a), lo abbiamo studiato proprio questa mattina nel Daf Yomì, impara da questo verso il fatto che «Il Testo ha fatto tutto ciò che c'è nel mestolo una cosa sola». Questo concetto, che ha delle importanti applicazioni nelle regole della purità degli alimenti, diventa però concettualmente l'archetipo dell'unità. Nel momento in cui tutte assieme inaugurano il Santuario, le tribù asseriscono di aver capito il criterio dell'unità. Quest'unità necessita in definitiva anche e soprattutto la capacità di fare un passo indietro. Rabbì Bunam di Peshischa dice che la parola kaf, mestolo, indica kfifà, piegarsi. A volte un solo gesto di modestia dell'ebreo vale 10 sicli.

Nel trattato di Yomà (47a) da qui si impara che anche il Coen Gadol nel giorno di Kippur, nel momento in cui entra nel Santissimo per espiare per il popolo, porta il suo incenso dentro un mestolo, cosa che il Testo non dice espressamente. C'è dunque un filo che lega il concetto stesso di espiazione e ricomposizione delle fratture che avviene a Kippur con l'unità delle tribù che emerge dal mestolo della Chanukat Hamizbeach che fa di tutto una cosa sola.

Il dramma della storia di Josef ed i suoi fratelli si ricompone attraverso il modello delle dodici tribù, diverse nell'indole ma identiche nella dignità. Ognuna con una propria storia e cultura ma tutte con la stessa halachà. Ognuna con i colori del proprio vessillo e della propria pietra sul choshen del Coen Gadol. Come le dodici pietre sotto la testa di Jacov, queste si fondono in un solo popolo che deve saper vivere nella diversità delle idee e nell'unità della halachà.