Teqi’à: nel minhag italiano è un suono lungo e piano, con un cambio di tono all’inizio e alla fine. Questo cambio di tono (“shever”) è in uso anche presso gli Yemeniti (alla fine), presso gli ashkenaziti tedeschi (all’inizio e alla fine) e presso gli Spagnoli-Portoghesi (all’inizio e alla fine).
È già documentato nelle fonti antiche, come spiegato da Rabbenu Sa’adia Gaon (Siddur, pag. 217), Rav Itzchak ibn Ghiat (Sha’are Simcha, pag. 38), Rav Manoach di Narbona (Rambam, Hilchot Shofar 3, 1), R. Menachem Meiri (Maghen Avot, 2), lo Shibbole Haleqet (par. 298), ed in particolare in Leqet Yosher (Orach Chayim, pag. 123), dove è riportato a nome di R. Israel Isserlin, autore del Terumat Hadeshen, che è bene fare un breve cambio di tono all’inizio della Teqi’à (vedi anche in Bait Chadash su Orach Chayim 590, par. 12; Maghen Avraham su O.C. 590, par. 2).
Inoltre, nel Sefer Hamanhig (vol. I, pag. 220) di R. Avraham Hayarchi (Provenza), dove sono riportati i segni grafici dei suoni dello Shofar, si nota chiaramente un cambio di tono all’inizio e alla fine della Teqi’à e della Teru’à (segni grafici simili sono riportati anche nel Siddur di R. Sa’adia Gaon citato sopra).
Il suono, secondo questa opinione, è chiamato “Pashut” (TB Rosh Hashanà 33b) non nel senso di “dritto, monotono”, ma di “lungo” (come mitpashet - “si espande”); secondo altri, “monotono”, rispetto agli altri due suoni, così come nella Ghemarà (TB Shabbat 104a) la Tzadi finale è chiamata “Peshuta” (dritta) rispetto alla Tzadi comune, chiamata “Kefufa” (curva).
Cfr. anche Shorshe Minhag Ashkenaz, vol. IV, pag. 371; Minhaghe Bet Hakeneset livne Ashkenaz (pag. 5); Shulchan Arukh Hamequtzar (vol. III, pag. 174-177).