Entrando nel 5787, vorrei innanzitutto rivolgere un augurio di ketivà ve-chatimà tovà alle famiglie della Scola Tempio e, più in generale, a tutta la comunità ebraica italiana, in Israele e in Italia.
Per la nostra Scola il 5786 è stato un anno di crescita. Abbiamo avuto la gioia di nuove nascite e di molte smachot, abbiamo accolto nuove famiglie e nuovi volti, abbiamo pregato, studiato e condiviso insieme momenti felici e momenti difficili. Sono soprattutto queste cose, molto più dei numeri o delle attività, a dare la misura di una comunità viva.
Di tutto questo dobbiamo essere grati.
Ma questo non basta.
Il discorso di Rosh Hashanà non dovrebbe limitarsi a tracciare un bilancio dell’anno trascorso o a formulare auguri per quello che viene. Dovrebbe essere anche il momento nel quale una comunità trova il coraggio di chiedersi dove vuole andare. Non amministrare soltanto il presente, ma assumersi la responsabilità di immaginare il futuro.
Quest’anno farlo è particolarmente difficile. Israele è ancora in guerra. Da quasi tre anni viviamo in una condizione nella quale l’urgenza ha inevitabilmente occupato gran parte del nostro orizzonte. Abbiamo dovuto pensare alla sicurezza, ai soldati, alle famiglie colpite, alle ferite profonde che attraversano la società israeliana. Nel mondo ebraico abbiamo assistito al ritorno di un antisemitismo che molti credevano di poter relegare definitivamente al passato. Era inevitabile che ragionassimo soprattutto in termini di difesa, di resistenza, talvolta semplicemente di sopravvivenza.
Era necessario. E, finché la guerra continua, continuerà ad esserlo.
Ma la sopravvivenza non può diventare una visione.
Non possiamo aspettare che la guerra finisca, che tutte le ferite siano guarite e che la storia ci conceda finalmente un momento di quiete per tornare a chiederci che cosa vogliamo costruire. La storia ebraica, del resto, raramente ci ha offerto condizioni così comode.
Rav Avraham Itzhak HaCohen Kook, scrivendo durante la Prima guerra mondiale, vedeva nella guerra non soltanto la distruzione, ma anche il risveglio di energie profonde.
כשיש מלחמה גדולה בעולם מתעורר כח משיח
«Quando nel mondo c’è una grande guerra, si risveglia la forza del Mashiach.»
E aggiunge:
ואח״כ כתום המלחמה מתחדש העולם ברוח חדש
«E poi, al termine della guerra, il mondo si rinnova con uno spirito nuovo.»
Rav Avraham Itzhak HaCohen Kook, Orot, HaMilchamah.
Noi non siamo ancora a quel termine della guerra. Ma possiamo già domandarci che cosa faremo delle energie, delle domande e delle consapevolezze che questi anni hanno risvegliato.
Per noi, ebrei italiani, questa domanda assume un significato particolare.
La Comunità ebraica italiana che molti di noi hanno conosciuto non è semplicemente ciò che era rimasto dopo la guerra. È stata costruita dopo la guerra.
Questo è facile dimenticarlo, proprio perché siamo cresciuti dentro istituzioni che ci sembravano naturali. Dopo le leggi razziali, la persecuzione e la Shoah nulla garantiva che l’ebraismo italiano avrebbe ritrovato una vita comunitaria capace non soltanto di sopravvivere, ma di educare, creare, formare una nuova generazione e guardare nuovamente al futuro.
Qualcuno dovette scegliere di farlo.
Furono scelte coraggiose, certamente non tutte perfette e non prive di conflitti. Ma furono fondate sulla convinzione che l’ebraismo italiano non fosse arrivato alla conclusione della propria storia.
La Comunità nella quale molti di noi sono cresciuti è il risultato di quella convinzione.
Rav Kook scrive parole che, lette in questa prospettiva, acquistano una forza particolare:
«Noi aspiriamo a risorgere alla stessa grandezza dei nostri padri, e ad essere ancora più grandi ed elevati di loro.»
Rav Avraham Itzhak HaCohen Kook, Orot HaTechiyah.
Questa frase dice qualcosa di molto più esigente della semplice fedeltà al passato.
I nostri padri non sono soltanto coloro dai quali abbiamo ricevuto qualcosa da custodire. Sono coloro dai quali abbiamo ricevuto anche una misura dell’ambizione.
Essere fedeli a loro non significa riprodurre indefinitamente ciò che costruirono. Significa avere il coraggio di costruire come costruirono loro.
Ed è qui che dobbiamo porci una domanda che riguarda direttamente la nostra generazione: l’ebraismo italiano ha ancora un ruolo?
Io credo di sì.
Non soltanto perché possiede una storia straordinaria. La storia, da sola, giustificherebbe la conservazione di un patrimonio. Credo che quasi duemila anni di esperienza abbiano prodotto anche un particolare modo di vivere e pensare l’ebraismo: un rapporto con la Torah e con il mondo, con la tradizione e con la cultura, con l’identità e con ciò che è diverso da noi.
La prova più interessante di questa convinzione, però, è forse proprio Israele.
In Italia l’appartenenza comunitaria è stata storicamente anche una necessità. La Comunità ha dovuto costruire e garantire le infrastrutture senza le quali una vita ebraica sarebbe stata estremamente difficile: educazione, kasherut, culto, assistenza, sepoltura e tutto ciò che permette a una minoranza ebraica di vivere all’interno di una società non ebraica.
In Israele questa necessità, in gran parte, non esiste.
Un ebreo italiano può vivere perfettamente da ebreo senza entrare mai in una realtà italiana. Può pregare nella sinagoga sotto casa, mandare i propri figli in una scuola ebraica, mangiare kasher e vivere l’intero calendario ebraico senza avere bisogno degli italkim.
E proprio per questo la domanda qui diventa più radicale.
Perché continuare ad essere ebrei italiani in Israele?
Se la risposta è soltanto che così facevano i nostri genitori, o che siamo affezionati a una determinata melodia, allora probabilmente stiamo parlando di memoria. Bellissima e degna di essere custodita, ma memoria.
Se invece l’ebraismo italiano contiene ancora un modo significativo di vivere e pensare l’ebraismo, allora la sua presenza in Israele acquista un significato completamente diverso.
Negli ultimi anni questa domanda ha già cominciato a ricevere una risposta dai fatti. Sono nate e si sono consolidate diverse realtà italiane. Esistono minianim, famiglie, nuovi olim e ormai generazioni nate qui. Gli italkim non sono più soltanto italiani che si sono trasferiti in Israele. Sta prendendo forma una realtà israeliana che porta con sé una tradizione italiana e deve decidere che cosa farne.
È una condizione nuova nella nostra storia.
E credo che proprio il nostro essere una piccola minoranza all’interno del mondo ebraico possa avere un valore che non dipende affatto dai numeri.
La società israeliana, come ogni società, tende a costruire categorie attraverso le quali comprendere se stessa. Religioso o laico, ashkenazita o sefardita, tradizionale o moderno: categorie utili, talvolta necessarie, ma inevitabilmente semplificatrici.
L’ebraismo italiano spesso non entra bene in queste caselle.
E questo non è necessariamente un problema da risolvere.
Può essere un contributo.
Entrare in relazione con una tradizione ebraica autentica che non corrisponde completamente agli stereotipi obbliga a fermarsi, a fare domande, a riconoscere che alcune alternative che sembravano esaustive non lo sono. La nostra stessa esistenza può ricordare che nella storia ebraica sono esistiti, ed esistono ancora, altri equilibri, altre genealogie, altri modi di tenere insieme cose che siamo abituati a considerare incompatibili.
Non significa sostenere che l’ebraismo italiano possieda una formula migliore. Sarebbe presuntuoso e profondamente estraneo alla nostra stessa tradizione.
Significa credere che la pluralità del popolo ebraico non sia un inconveniente da ridurre, ma una ricchezza che diventa reale soltanto quando le sue diverse voci sono abbastanza vive da potersi incontrare.
Per questo non basta che l’ebraismo italiano in Israele sopravviva.
Deve essere presente.
Deve produrre Torah, studio, educazione, pensiero e vita comunitaria. Deve essere capace di parlare a chi continua ad arrivare dall’Italia, ma soprattutto a chi qui è nato e non ha bisogno dell’italianità per essere israeliano o dell’ebraismo italiano per essere ebreo.
È proprio quella generazione che ci dirà se abbiamo davvero trasmesso una tradizione oppure soltanto un ricordo.
E se crediamo che questa tradizione abbia ancora qualcosa da dire, dobbiamo darle gli strumenti per poterlo dire.
Servono comunità vive. Servono luoghi. Servono persone capaci di assumersi responsabilità. Servono studio, cultura, educazione e relazioni. Servono istituzioni che sappiano custodire ciò che hanno ricevuto senza ridursi alla custodia; che sappiano aprire le porte, incontrare, accogliere e portare la propria voce nella conversazione ebraica più ampia.
Non si tratta di inventare strutture per il gusto di crearle.
Si tratta di avere istituzioni all’altezza di una missione.
E questo richiede qualcosa che negli anni dell’emergenza abbiamo inevitabilmente esercitato poco.
Richiede visione.
Visione significa non misurare il futuro soltanto sulle forze che abbiamo oggi. Significa non decidere ciò che è possibile guardando esclusivamente ai nostri numeri attuali. Significa non considerare inevitabile che ciò che è piccolo debba diventare progressivamente più piccolo.
Significa chiederci quale presenza vogliamo che l’ebraismo italiano abbia fra vent’anni nella società israeliana e nel mondo ebraico. Quale Torah avrà prodotto. Quali persone avrà formato. Quali istituzioni avrà saputo rinnovare o creare. Quale capacità avrà avuto di continuare quella storia straordinaria non soltanto conservandola, ma aggiungendovi un nuovo capitolo.
Rav Kook scrive ancora:
«Il nostro spirito non ha paura dei tempi; esso forgia i tempi e imprime loro la propria forma.»
In questi anni abbiamo dovuto reagire al tempo che ci è stato imposto. Abbiamo resistito e continueremo a farlo per tutto il tempo necessario.
Ma non dobbiamo aspettare l’ultimo giorno della guerra per decidere chi vogliamo essere il giorno dopo.
A Rosh Hashanà diciamo היום הרת עולם: oggi il mondo viene concepito. Proprio nel giorno nel quale siamo chiamati a rendere conto del passato, la nostra tefillà ci obbliga a pensare a qualcosa che ancora non esiste.
La generazione del dopoguerra ebbe il coraggio di costruire l’ebraismo italiano che noi abbiamo ricevuto.
Essere fedeli a quella generazione non significa lasciare tutto esattamente come ce lo ha consegnato. Significa capire quale fosse la cosa più preziosa che ci ha trasmesso.
Non soltanto istituzioni, riti o memoria.
Il coraggio di immaginare un futuro quando quel futuro non era affatto scontato.
Rav Kook ci invita ad aspirare alla grandezza dei nostri padri e persino oltre.
È un’ambizione enorme.
Credo sia arrivato il momento di assumercela.
Dobbiamo osare. Dobbiamo avere visione. Dobbiamo tornare a costruire.
Shabbat Shalom e Shanà Tovà!