Tra le molte usanze particolari di Yom Kippur vi è quella relativa al modo in cui recitiamo Baruch Shem Kevod Malchuto LeOlam VaEd — «Benedetto sia il Nome della gloria del Suo regno per sempre» — dopo il primo verso dello Shemà. Mentre durante tutto l’anno siamo soliti pronunciare questa frase sottovoce, a Yom Kippur la recitiamo ad alta voce (Shulchan Aruch, Orach Chaim 619:2).

Per comprendere la ragione di questa usanza dobbiamo rivolgerci al Midrash (Devarim Rabbà 2:36), dove ci viene insegnato:

«Quando Moshè salì in alto per ricevere la Torà, udì gli angeli del servizio dire al Santo, Benedetto Egli sia: “Baruch Shem Kevod Malchuto LeOlam VaEd”, e portò poi questa formula di lode a Benè Israel».

Il Midrash domanda allora:

«Perché dunque non recitiamo questa formula di lode ad alta voce?»

E risponde citando una parabola insegnata da Rabbì Assi:

«A che cosa è paragonabile la recitazione sottovoce di questo verso? A qualcuno che rubò un gioiello dal palazzo del re. Quando lo diede a sua moglie, le disse: “Non indossare questo gioiello in pubblico! Indossalo soltanto quando sei dentro casa”».

C’è qualcosa di particolarmente bello in questa immagine: Baruch Shem è come un gioiello prezioso che abbiamo ricevuto dagli angeli del servizio, ma che normalmente sentiamo di non poter mostrare apertamente.

Il Midrash aggiunge:

«Perciò, a Yom Kippur, quando il popolo ebraico è spiritualmente puro come gli angeli del servizio, pronunciamo questo verso ad alta voce».

In altre parole, in questo giorno particolare dell’anno, quando il nostro comportamento si avvicina un po’ di più a quello degli angeli e siamo maggiormente consapevoli della presenza e della regalità di Dio, ci viene concesso di portare allo scoperto questa preziosa espressione.

Questo è già di per sé significativo.

Ma ancora più significativo è il fatto che Rashi faccia diretto riferimento a questa espressione nel suo commento alla Parashà di Haazinu.

È scritto (Devarim 32:3):

Ki Shem Hashem Ekra Havu Godel L’Elokeinu
«Quando proclamerò il Nome del Signore, date grandezza al nostro Dio».

Rashi, citando la Ghemarà (Ta’anit 16b), spiega che, invece di rispondere Amen a una berachà, nel Bet HaMikdash si rispondeva:

Baruch Shem Kevod Malchuto LeOlam VaEd.

Ma perché questa differenza? Perché fuori dal Tempio si rispondeva Amen a una benedizione, mentre all’interno del Tempio si rispondeva Baruch Shem Kevod Malchuto LeOlam VaEd?

Rabbì Moshè Feinstein (Kol Ram a Devarim 32:3) offre una spiegazione molto bella. Amen ha due dimensioni. È sia l’affermazione che ciò che è appena stato detto è vero, sia una preghiera affinché quella dichiarazione possa realizzarsi.

Ma quando ci trovavamo nel Bet HaMikdash non vi era bisogno di affermare la verità della presenza di Dio, perché il Tempio stesso era un luogo di Gilui Shechinà, nel quale la presenza di Dio era percepibile.

Allo stesso tempo, il servizio dei Cohanim esprimeva già le nostre speranze e le nostre preghiere affinché quelle dichiarazioni si realizzassero.

Di conseguenza, nel Bet HaMikdash la risposta a una benedizione era:

Baruch Shem Kevod Malchuto LeOlam VaEd.

E questo ci riporta a Yom Kippur, quando ci immergiamo nella santità del giorno e ci sembra di sperimentare qualcosa di quella consapevolezza della Shechinà che un tempo riempiva il Bet HaMikdash.

Per questo, a Yom Kippur, pronunciamo Baruch Shem ad alta voce. Così facendo prendiamo quel gioiello prezioso, che normalmente teniamo nascosto, e ci permettiamo — soltanto per questo giorno — di sollevarlo e proclamarlo pubblicamente.

Ci sono momenti in cui la presenza di Dio può sembrarci nascosta e altri in cui riusciamo a percepirla più chiaramente.

Yom Kippur è il momento in cui Dio è «vicino» (Yeshayahu 55:6). Per questo, riconoscendo la Sua presenza e la Sua regalità, a Yom Kippur proclamiamo ad alta voce:

Baruch Shem Kevod Malchuto LeOlam VaEd.