“E venne Iddio a Lavan l’arameo in sogno notturno e gli disse: ‘Guardati dal parlare con Jacov bene o male.’”
La Parashà di questa settimana ci impone il confronto con una figura della quale faremmo volentieri a meno. Ci ricorda infatti che, biologicamente parlando, siamo sì figli di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma anche nipoti di Lavan l’arameo. È una parentela scomoda. Non ci piace. Ciò nondimeno abbiamo l’obbligo di ricordare e capire che non siamo ebrei in quanto discendenti di determinati cromosomi, quanto piuttosto perché discendenti di un modello di comportamento sacro che dobbiamo rispettare e tutelare.
Lo scontro con Lavan che rincorre Giacobbe e la sua famiglia nel loro tornare nella Terra d’Israele è in effetti il momento topico in tal senso. Egli rincorre Giacobbe e le sue stesse figlie con i nipoti, con intenzioni non chiare. Sarà lui stesso a denunciare le proprie cattive intenzioni più avanti.
È qui che il Signore appare a Lavan in sogno ordinandogli di astenersi dal parlare con Giacobbe. Attenzione, non gli dice di non minacciare Giacobbe, di non fargli del male o di non parlare verso di lui negativamente. Non ci deve proprio parlare. Non in male, ma neanche in bene.
Il Talmud si interroga su questa stranezza e sentenzia:
“Ha detto Rabbì Jochannan a nome di Rabbì Shimon ben Yochai: ‘Ogni cosa buona [che viene] dai malvagi, è male per i giusti, come è detto: “Guardati dal parlare con Jacov bene o male”. Si capisce perché non debba parlare male, ma perché non deve parlare bene? Ed allora impara da qui che il bene [che viene] dai malvagi, è male per i giusti.’”
TB Jevamot 103b
L’incompatibilità tra il mondo di Lavan ed il mondo ebraico è nell’impossibilità di condividere persino la definizione di bene e male. Lavan è un brigante. Ma Lavan è anche un nonno che fa quasi pena nei versi successivi quando dice: “Ma che male vuoi che possa volere ai miei nipoti!”. Eppure il nocciolo del problema è proprio che anche quando egli lascia l’inganno e veste i panni del nonno premuroso, Lavan è impossibilitato a vedere ciò che è bene per Jacov ed i suoi figli.
Lo Zohar ed il Midrash associano Lavan a Bilam dicendo che si tratta della stessa persona. Alla luce di quanto detto, questa associazione è assolutamente affascinante. Bilam vuole parlare male, Iddio lo cambia in bene. Ma alla radice di ciò c’è il fatto che se Bilam avesse voluto parlare bene non sarebbe comunque stato in grado!
“Guardati dal parlare con Jacov bene o male.”
Secondo il Midrash Rabbà tutta la filosofia del sistema-pensiero di Balak e Bilam è nel verso “E lo caccerò dalla Terra”, inteso come impedire ad Israele di entrare nella Terra d’Israele.
Questa è la loro motivazione profonda. Ma ancora non si capisce bene che vantaggio ne tragga Moav. La paura degli Emorei è chiara così come quella di tutte e sette le nazioni di Kenaan. Ma Moav non è della partita. Israele non ha pretese sul suo territorio, non c’è scontro né attrito. Che importa a Moav se Israele entra o non entra nella Terra di Kenaan?
Da qui che le pretese non sono mai territoriali. I nemici sul territorio, quelli li possiamo capire ed affrontare. Ma cosa importa allo scandinavo di turno se un ebreo costruisce una casa sulle colline della Giudea? Le nazioni fanno dello scardinare il nostro rapporto con la Terra d’Israele il sistema per rompere il legame Israele-Signore ed il rapporto in definitiva tra l’Uomo e D.
Per lo Sfat Emet Bilam capisce questo, ma non capisce che la sua unica possibilità per attaccarsi all’emet, alla verità, è annullarsi a sua volta rispetto ad Israele. Se Bilam avesse conosciuto il proprio posto, e si fosse annullato ad Israele sarebbe stato parte della nevuà shel emet, della profezia veritiera.
Questo è quello che fanno i chassidè umot haolam, i pii delle nazioni del mondo, per il Rabbi di Gur. E vale la pena ricordare che questa definizione è usata in primis per coloro che osservano le leggi Noachidi, ed attraverso di esse si annullano alla Torà riconoscendone l’autorità e quindi anche ad Israele.
Questo è esattamente il problema con Lavan. Lavan vuole che Jacov non torni in Eretz Israel. Lavan vuole i nipoti a Charan e lo si può anche capire, ma al contempo siamo costretti a constatare che ciò che è bene per lui è il disastro per noi.
E non è un caso allora che l’operazione fondamentale che compie Jacov a Yegar Saadutà/Galed è quella di tracciare un confine. Fisico. Con i paletti, con le pietre.
La separazione, la avdalà, è conditio sine qua non per il kidush, la santificazione.
Finché noi pensiamo di poterci basare sui bei discorsi di Lavan o Bilam non andiamo da nessuna parte. Fino a che guardiamo al plauso di sistemi di valori a noi alieni non troveremo la nostra dimensione. Noi abbiamo l’imperativo di essere noi stessi perché solo così possiamo non solo trovare la nostra imprescindibile dimensione ma anche quel rapporto con l’altro che non disdegniamo quando correttamente impostato.
La Torà ci insegna che questo rapporto può nascere solo se si traccia il confine e si capisce chi e dove si è. Nel sistema-pensiero di Lavan:
“Le figlie sono figlie mie ed i figli sono miei figli ed il gregge è il mio gregge e tutto quello che tu vedi, è mio.”
Lavan fagocita. Siamo tutti assieme, il che significa che siamo tutti cosa sua.
È qui che Jacov fa un ulteriore salto concettuale chiamando i propri figli “fratelli”. Li investe di autorità. Li investe di responsabilità, di individualità. È quella individualità che Lavan vuole cancellare in un’uniformità globalizzata per cui è tutto lo stesso.
Non è tutto lo stesso. C’è il sacro ed il profano. La luce ed il buio. Il Sabato ed i feriali. Israele e le genti.
Se non si rispetta il criterio dell’identità si è peggio del Faraone e si “sradica il tutto”, come dice la Haggadà che non per niente comincia con il collocare il relativismo di Lavan come modello ultimo del male peggiore di quello del Faraone stesso.
Mi sembra che il relativismo di Lavan sia ancora vivo e vegeto e forse uno dei mali maggiori del nostro mondo globale. Rischiamo anche noi di essere attratti da modelli nei quali ci appiattiamo a definizioni che non sono le nostre.
Una delle risposte più forti di Jacov nostro padre in tal senso può fornirci un valido strumento per difenderci. Jacov rifiuta la toponomastica “Yegar Saadutà” di Lavan. Lavan chiamasse le cose in aramaico come meglio crede.
Io parlo l’ebraico e la chiamo Galed.
L’attaccamento alla lingua ebraica è la chiave per usare termini e concetti ebraici. Se vogliamo pensare da ebrei dobbiamo parlare da ebrei.