Chi apre un vecchio libro ebraico può incontrare, prima ancora del nome del proprietario, una frase dei Tehillim:
לַה׳ הָאָרֶץ וּמְלוֹאָהּ
“Di HaShem è la terra e tutto ciò che contiene.”
(Tehillim 24:1)
Per secoli queste parole sono state utilizzate quasi come un ex libris. Prima di scrivere “questo libro appartiene a me”, il proprietario ricordava a se stesso che, in ultima istanza, il libro non appartiene veramente a lui. Tutto appartiene ad HaShem.
In alcuni manoscritti italiani la formula è persino seguita dalle parole קניין כספי, “acquistato con il mio denaro”. Il paradosso è bellissimo: è mio, l’ho comprato, ne sono il proprietario — eppure la prima cosa che scrivo è che appartiene ad HaShem.
Nel Daf Yomi di oggi, in Chullin 139a, lo stesso versetto compare in un contesto completamente diverso.
La Ghemarà discute il caso di una gallina consacrata al Bedek HaBayit, ai beni del Santuario, che poi fugge. Se un animale appartenente a una persona fugge definitivamente, può cessare di essere considerato sotto il suo controllo. Ma cosa accade quando quell’animale appartiene all’Hekdesh, al patrimonio consacrato?
Shmuel risponde con una frase straordinaria:
כֹּל הֵיכָא דְּאִיתֵיהּ — בְּבֵי גַזָּא דְּרַחֲמָנָא אִיתֵיהּ
“Dovunque si trovi, si trova nel tesoro del Misericordioso.”
E porta come prova:
לַה׳ הָאָרֶץ וּמְלוֹאָהּ
“Di HaShem è la terra e tutto ciò che contiene.”
Per un uomo esiste un luogo nel quale una cosa può uscire dal suo possesso. Può scappare, essere perduta, trovarsi fuori dal suo dominio.
Per HaShem questo luogo non esiste.
L’animale può essersi allontanato dal luogo nel quale avrebbe dovuto essere. Può essere sfuggito alla mano del ghizbar, il tesoriere del Tempio. Può perfino essere considerato, dal nostro punto di vista, perduto.
Ma finché esiste, è ancora nel tesoro di HaShem.
È difficile leggere queste parole nello Shabbat tra Rosh Hashanà e Yom Kippur senza sentirvi qualcosa che va molto oltre la questione tecnica discussa dalla Ghemarà.
Shabbat Teshuva è lo Shabbat del ritorno.
Ma se לה׳ הארץ ומלואה, se tutta la terra appartiene ad HaShem, dove dobbiamo esattamente tornare? Dove siamo andati?
La risposta, naturalmente, non può essere che il peccato non produca distanza. La Torah parla continuamente della possibilità dell’uomo di allontanarsi. Il Rambam descrive il peccatore come מרוחק, lontano, e la Teshuva come ciò che lo rende nuovamente קרוב, vicino.
Ma forse esiste una distinzione fondamentale.
Possiamo creare ריחוק, distanza. Non possiamo creare una רשות אחרת, un altro dominio.
Possiamo allontanarci da HaShem, ma non possiamo costruire un luogo fuori da HaShem. Questa distinzione ci porta direttamente alla Parashà di Haazinu.
Moshe descrive il rapporto tra HaShem ed Israele con una delle immagini più belle di tutta la Torah:
יִמְצָאֵהוּ בְּאֶרֶץ מִדְבָּר
וּבְתֹהוּ יְלֵל יְשִׁמֹן
יְסֹבְבֶנְהוּ יְבוֹנְנֵהוּ
יִצְּרֶנְהוּ כְּאִישׁוֹן עֵינוֹ
“Lo trovò in una terra deserta,
in una landa desolata e ululante;
lo circondò, si prese cura di lui,
lo custodì come la pupilla del Suo occhio.”
La parola ימצאהו, “lo trovò”, è sorprendente.
Si trova qualcosa che era stato perso.
Ma può HaShem perdere qualcuno?
Subito dopo appare l’immagine dell’aquila:
כְּנֶשֶׁר יָעִיר קִנּוֹ
עַל גּוֹזָלָיו יְרַחֵף
יִפְרֹשׂ כְּנָפָיו יִקָּחֵהוּ
יִשָּׂאֵהוּ עַל אֶבְרָתוֹ
“Come un’aquila che risveglia il suo nido,
aleggia sui suoi piccoli,
dispiega le sue ali, lo prende,
lo porta sulle sue penne.”
יעיר קנו — risveglia il suo nido.
Forse queste sono tra le parole più adatte a Shabbat Teshuva.
Rosh Hashanà ci ha svegliati.
Lo shofar è stato una sveglia, una chiamata a uscire dall’abitudine, dall’automatismo, dall’illusione che tutto possa continuare esattamente come prima.
Ma Haazinu non dice che l’aquila deve andare a cercare i suoi piccoli in un mondo estraneo. Dice che risveglia il suo nido. I piccoli sono ancora lì, devono solo essere svegliati.
La Chassidut legge proprio questa immagine in chiave di Teshuva. Nel Likkutei Torah di Rabbi Shneur Zalman di Liadi, l’Alter Rebbe, l’aquila è legata alla rachmanut, la misericordia, suscitata per una neshamà, un’anima, discesa nell’eretz midbar, la terra deserta, nel deserto della materialità. E nei maamarim successivi su כנשר יעיר קנו, “come un’aquila che risveglia il suo nido”, il nesher, l’aquila, diventa immagine di רחמים רבים, una misericordia infinita, capace di raggiungere l’uomo proprio attraverso la Teshuva.
Anche lo Sefat Emet, parlando di Shabbat Teshuva e di Haazinu, si ferma sulle parole:
יִמְצָאֵהוּ בְּאֶרֶץ מִדְבָּר
e domanda: se è una eretz, una terra, perché chiamarla midbar, deserto?
Perché l’uomo può abitare perfettamente nel mondo e nello stesso tempo trovarsi interiormente nel deserto. Può avere una casa, una famiglia, un lavoro, una comunità, una vita perfettamente organizzata — e aver perso la propria direzione.
Il deserto non è necessariamente un luogo. È una condizione.
Ed è proprio lì che avviene:
ימצאהו — “lo trovò”.
HaShem lo trova.
O forse, dal punto di vista di HaShem, non lo aveva mai perso, è l’uomo che deve scoprire di essere stato trovato.
Qui le parole di Chullin acquistano improvvisamente un significato diverso:
כֹּל הֵיכָא דְּאִיתֵיהּ — בְּבֵי גַזָּא דְּרַחֲמָנָא אִיתֵיהּ
Dovunque sia, è ancora nel tesoro di HaShem.
Non significa che non faccia differenza dove siamo.
Fa una differenza enorme.
Essere vicini o lontani non è la stessa cosa. Vivere una vita rivolta verso HaShem o voltargli le spalle non è la stessa cosa. La Teshuva è reale proprio perché la distanza è reale. Ma la distanza non è abbandono. Possiamo diventare רחוקים, lontani ma non diventiamo mai veramente אבודים, perduti.
E forse è proprio per questo che Haazinu non si limita a dire che l’aquila protegge i propri piccoli.
Dice:
יעיר קנו — “risveglia il suo nido”.
Li sveglia.
Poi:
על גוזליו ירחף — “aleggia sui suoi piccoli”.
Aleggia sopra di loro.
Non li schiaccia. Non elimina la loro libertà. Rimane vicina, ma lascia che siano loro a rispondere.
E infine:
יפרוש כנפיו יקחהו, ישאהו על אברתו — “dispiega le sue ali, lo prende, lo porta sulle sue penne”.
Apre le ali, li prende, li porta.
C’è quasi una sequenza completa della Teshuva.
Prima ימצאהו, “lo trovò”: scopriamo di poter essere trovati anche nel deserto.
Poi יעיר קנו, “risveglia il suo nido”: veniamo svegliati.
Poi ירחף, “aleggia”: sentiamo una Presenza che rimane vicina senza togliere la nostra responsabilità.
Poi יקחהו, “lo prende”.
Infine ישאהו, “lo porta”.
Ci porta.
Forse per questo Shabbat Teshuva non è soltanto lo Shabbat nel quale dobbiamo domandarci quanto siamo lontani.
È anche lo Shabbat nel quale dobbiamo ricordarci a Chi appartiene la terra sulla quale ci siamo allontanati.
Un antico proprietario apriva il proprio libro, scriveva il proprio nome, e prima del proprio nome aggiungeva:
לה׳ הארץ ומלואה — “Di HaShem è la terra e tutto ciò che contiene”.
Questo libro è mio. Ma prima ancora è Suo.
La Ghemarà prende la stessa frase e la porta fino alle sue conseguenze più radicali.
L’animale è fuggito. È lontano. Non è più dove avrebbe dovuto essere.
E tuttavia:
בי גזא דרחמנא איתיה — “è ancora nel tesoro del Misericordioso”.
È ancora nel Suo tesoro.
Forse è questa una delle grandi consolazioni — e una delle grandi responsabilità — di Shabbat Teshuva.
La Teshuva non consiste nell’attraversare una distanza infinita per raggiungere un Dio che abbiamo lasciato altrove.
Consiste nel risvegliarci.
Nel guardarci attorno, forse nel mezzo del nostro ארץ מדבר, la nostra terra deserta, e capire che anche lì vale ancora:
לה׳ הארץ ומלואה — “Di HaShem è la terra e tutto ciò che contiene”.
Non siamo mai usciti dalla Sua terra. Non siamo mai usciti dal Suo sguardo. Non siamo mai usciti dal Suo tesoro.
Siamo soltanto chiamati, ancora una volta, a svegliarci nel nido.