“Il servo gli disse: Forse la donna non acconsentirà di seguirmi in questo paese: potrò io far tornare tuo figlio al paese dal quale sei uscito? Ed Abramo gli disse: Bada bene di non far che mio figlio torni lì. Il Signore, Iddio del cielo, il quale mi prese dalla casa di mio padre e dalla mia terra natia, ed il quale mi promise e mi giurò, con dire: Alla tua discendenza darò questo paese; egli manderà innanzi a te il suo angelo, e prenderai moglie a mio figlio di là. E se la donna non acconsentirà di seguirti, sarai sciolto da questo giuramento che tu mi fai. Però mio figlio non far che ritorni lì. Il servo pose la mano sotto la coscia d’Abramo suo padrone, e gli giurò intorno a questa cosa.” (Genesi XXIV, 5-9).

La Torà è ‘Erez-Israel-centrica’. Dal momento stesso nel quale Avraham riceve l’ordine lech lechà egli e la sua discendenza si legano in maniera indissolubile con la Terra d’Israele. È un rapporto molto strano in prima battuta. Avraham viene dichiarato dal Signore proprietario della Terra eppure per seppellire Sarà deve acquistare a caro prezzo una fazzoletto di Terra.

Avraham è precursore di ciò che sarà di Erez Israel ma vive la sua alià immerso in una popolazione distante anni luce dal suo mandato. Questa distanza viene evidenziata più volte dal senso immediato del testo così come dal midrash. Tant’è che dovendo cercare la continuità della sua missione nel matrimonio di Itzchak, Avraham ripudia ipso facto l’ipotesi di un matrimonio con una canaanea. Avraham manda il servo nella sua patria originaria.

Si sorvola spesso, certo presi dagli altri grandi temi di questa missione, su questo basilare elemento. Avraham che ha lavorato ormai per anni per il servizio Divino di Eretz Israel, deve optare per la Diaspora. Non è banale. Eppure, spiega il Midrash, Avraham conosce bene la differenza morale che c’è tra le due popolazioni e sa ancor più che quelle caratteristiche sulle quali andrà edificata la Casa di Israele non sono al momento reperibili se non nella città di suo fratello Nachor.

I nostri Saggi hanno detto che i nostri Padri hanno spianato per noi la strada del servizio Divino e c’è pertanto sempre nel loro comportamento un’anticipazione di ciò che sarà il futuro per i loro figli. Ebbene, così leggiamo l’alià di Avraham come archetipo di tutte le successive aliot.

Mi piace pensare che c’è allora in questo ritorno a Charan, seppur per interposta persona, un grande messaggio. Avraham non butta tutto di ciò che è stato Charan per lui e per il servizio Divino. In Mesopotamia Avraham ha conosciuto il Signore. Non è poca cosa. Ad Ur prima e Charan poi Avraham ha trovato quei valori basilari sui quali ha costruito tutta la sua esperienza. La grandezza di Avraham sta forse anche nel riconoscere proprio questo. Il fatto che il Signore abbia scelto per lui Erez Israel non significa che tutto ciò che è Charan sia negatività. Anche Charan ha il suo spazio nel servizio del Signore ed arriva un momento nel quale da lì si deve attingere per migliorare la costruzione di Erez Israel.

Eliezer è parte in causa ci dice il Midrash, che legge ulai come elai trovando nel condizionale un inconscio desiderio di sposare la propria figlia con Itzchak. Ma forse c’è in questo elai qualcosa di più. Forse Eliezer, capo della accademia di Avraham, è per un taglio totale con il passato. Forse Eliezer non capisce fino in fondo perché si debba tornare a Charan. Se Erez Israel deve essere, che Erez Israel sia!

Avraham ha delle radici. Una tradizione, un minagh. È vero, Avraham è la fonte di se stesso, come dice il Midrash ha imparato la Torà dai propri reni. Ma cionondimeno Avraham ha un forte rapporto con Charan.

In passato, nella derashà di Lech Lechà del 5769 abbiamo visto come secondo una delle opinioni, basata sul Midrash Seder Olam, Avraham fa una prima alià e poi torna a Charan e solo dopo riceve l’ordine lech lechà.

In quell’occasione abbiamo proposto che Avraham fosse andato a trovare il padre Terach. Dopo essere venuto in Erez Israel ed avervi ricevuto la rivelazione Divina cosa c’è di più naturale che Avraham cercasse di renderne partecipe suo padre, e forse cercasse di convincerlo a fare la alià? Quella stessa alià che proprio Terach aveva intuito ma che non era riuscito ad eseguire? Forse questa visita (che può essere durata anche cinque anni!) ha veramente influito su Terach e ciò che Avraham ha seminato in quegli anni ha portato, dopo la sua partenza, alla teshuvà completa di Terach. Non lo sappiamo.

Personalmente trovo questa lettura di un Avraham lacerato tra Erez Israel ed il progetto Divino e gli affetti e la famiglia che ha lasciato a Charan, di una straordinaria modernità. L’alià è un processo complesso. E quanto più ti rafforzi nella grandiosità di Erez Israel, della sua Torà e della sua Kedushà, tanto più vorresti che anche chi ancora non è qui con te ne beneficiasse e prendesse parte al progetto Divino. Tanto più capisci Erez Israel tanto più vorresti innestare in essa tutto ciò di buono che c’è nel luogo dal quale vieni, a cominciare dalla Torà di quel luogo. Terach fa teshuvà ma non la alià. Ma non per questo Avraham desiste e riuscirà a portare in Israel almeno sua nipote Rivkà, e così farà Jacov con Rachel e Leà.

Se seguiamo la lezione del Seder Olam c’è un’altra grande lezione che si impara allora dall’ordine di Lech Lechà: il voler coinvolgere Terach ed il resto della famiglia non può e non deve impedire il tuo personale sviluppo. Arriva anche un momento nel quale si deve saper andare ed è forse anche quella partenza che lascia agli altri lo spazio necessario per crescere e fare la propria teshuvà.

E così anche è proprio Avraham che mette il limite ad Eliezer. Itzchak non torna indietro. Punto. Le radici sono importanti, la tradizione ed il minagh fondamentali, tanto da far ripetere la storia di una famosissima espressione di Rabbì Achà ben tre volte nel Midrash (Bereshit Rabbà 60, 1): ‘È più bella [gradita] la conversazione dei servi dei Patriarchi rispetto alla Torà dei (loro) figli.’ Ma fino al punto di rinunciare ad Erez Israel. Se la scelta è tra recuperare a Charan tutto quanto si deve o riportare lì Itzchak, che si lasci pure Charan.

Trovo sia una gran lezione contro il rischio di trasformare Erez Israel nella cancellazione di ogni radice, di ogni tradizione, di ogni prima…

Avraham, quello che è dall’altra parte del mondo, lo è forse anche perché sa cosa c’è da una parte e dall’altra, pur recependo ed insegnando il lech lechà.