La Parashà di questa settimana si apre con il sogno della scala e con gli eventi che lo accompagnano. Già in passato ci siamo occupati di questi versi e ricorderemo il celebre Midrash che riflette sulla differenza di due versi.
“S’imbatté nel Luogo e pernottò lì poiché era tramontato il Sole. Prese dalle pietre del Luogo e le mise sotto alla sua testa e si distese in quel Luogo.”
Genesi XXVIII, 11
“…e prese la pietra che aveva messo sotto la sua testa…”
Genesi XXVIII, 18
Dal plurale al singolare, ed allora il Midrash racconta che per sedare una lite che era sorta tra le pietre per decidere quale di loro sarebbe stata la più vicina alla testa dello zaddik, del giusto, D-o fece di tutte una sola pietra.
Le pietre però compaiono anche in un altro punto della Parashà.
“E disse Jacov ai suoi fratelli: ‘Raccogliete delle pietre’. E presero delle pietre e fecero un cumulo. E mangiarono lì sul cumulo. E lo chiamò Lavan ‘Jegar Saadutà’, e Jacov lo chiamò Galed.”
Genesi XXXI, 46-47
Siamo alla fine della Parashà, Jacov sta tornando in Eretz Israel, Lavan rincorre Jacov, Iddio ammonisce Lavan e alla fine c’è una tregua. La tregua viene stipulata attorno a delle pietre.
Curioso il fatto che la Torà ci parli di “fratelli”. Chi sono i “suoi fratelli”? Rashì, citando il Midrash, dice che questi sono i “suoi figli, che erano per lui fratelli prossimi a lui nella disgrazia e nella guerra”. Il Midrash proietta questa fratellanza nel livello spirituale dei figli paragonabile a quello di Jacov. I bambini sono cresciuti, dice insomma Rashì, sono soci a pieno titolo delle attività del padre e Jacov lo riconosce trattandoli da partner e non da sottoposti.
Molti altri, tra cui il Ramban e Rabbenu Bechajè sostengono invece che si tratti dei fratelli o comunque dei parenti di Lavan, e l’espressione “i suoi fratelli” indicherebbe i fratelli dell’altra persona di cui si sta parlando, come da identica espressione del Faraone.
Radak propone una via di mezzo:
“Nonostante che Jacov lo disse ai suoi fratelli, anche Lavan ed i suoi uomini raccolsero pietre e fecero tutti un cumulo di pietre e mangiarono lì assieme, Jacov con i suoi e Lavan con i suoi mangiarono assieme presso il cumulo...”
Proprio quest’ultimo commento del Radak tiene conto della dualità dell’evento. Si sta facendo un accordo, si sta tracciando un confine definendolo con un cumulo di pietre e questo è un dato oggettivo. Eppure la percezione delle due parti non è identica. C’è una soggettività degli eventi.
Shadal è straordinario in tal senso.
“…e forse erano soliti gli ebrei erigere delle steli ed erano soliti gli aramei erigere dei cumuli. Jacov eresse una stele e disse ai fratelli di Lavan che facessero un cumulo. E Lavan, nonostante abbia ricordato più volte tanto il cumulo che la stele, ecco che quando giunse al nocciolo del giuramento non ricordò altro che il cumulo... e forse gli aramei erano soliti erigere un cumulo di molte pietre a segnalare le molte divinità che adoravano, e gli ebrei si allontanarono dal loro uso ed eressero una stele che è una solo pietra a segnalare il D. unico che adoravano.”
Anche Rabbenu Bechajè dice qualcosa di molto simile ed aggiunge che il termine gal è la radice di galgal, della sfera del sole, radice del politeismo arameo. Lavan ci tiene a sottolineare proprio il pantheon nel quale non ha difficoltà poi ad inserire il D. di Abramo.
In effetti Jacov propone loro di prendere delle pietre e basta e quindi implicitamente di fare delle steli di una sola pietra. Sono loro che fanno un cumulo. Jacov accetta l’idea che questo confine sia anche uno spartiacque culturale. Accetta cioè pragmaticamente che loro si definiscano come meglio credono, ma sottolinea la propria specifica identità culturale.
Lavan si sbriga a proporre la sua toponomastica dando al luogo un nome aramaico, ma Jacov non ci sta e lo chiama Galed, in ebraico, come sottolinea Rabbì Saadià Gaon. E così anche Sforno in loco ricorda il merito di Jacov “che non ha cambiato la sua lingua”, ed aggiunge poi che anche Lavan si piega alla lingua di Jacov quando dice che questo gal (cumulo) è ed (testimone).
La lingua è allora la vera discriminante della dicotomica lettura degli stessi eventi da parte di Jacov e Lavan.
Per lo Sfat Emet, lo abbiamo visto in passato, le pietre del sogno che si cementano poi in un’unica pietra, sono le lettere della Torà. Jacov, con il suo amore per Erez Israel compone attraverso le pietre-lettere la preghiera di Arvit. La fusione delle pietre indica allora la composizione del Testo della sua univoca radice sacra.
Il rapporto tra molteplicità e unicità segue allora lo schema delle lettere della Torà che compongono parole, concetti, leggi, ma che riflettono in ogni loro sfumatura la totale ed assoluta unicità del Signore. Lettere della Torà che come noto sono corrispettive al numero dei figli d’Israele. Anche noi troviamo la dignità della nostra individualità nel rapporto collettivo di comunità che si basa sulla assoluta unità d’Israele.
Così anche allora quando Jacov si appresta finalmente a tornare in Erez Israel e dice ai figli di raccogliere delle pietre, sta ricordando loro che la presa di possesso di Erez Israel passa per le pietre intese come lettera della Torà. Jacov sta dando loro una lezione fondamentale spiegandogli la differenza che c’è tra la stele ed il cumulo, tra la parcellizzazione intesa come declinazione della assoluta unicità di D. e di Israele e la confusione del cumulo.
Ed è chiaro allora come, anche figurativamente, questo cumulo che è inteso in maniera così diversa rappresenti il confine tra Israele e le genti.
Lo Zohar, nella Parashà di Pekudè, propone che le dodici pietre preziose del choshen, il pettorale del Sommo Sacerdote, non siano altro che le dodici pietre che Jacov mise sotto la testa quando fece il sogno della scala. Il problema è che Jacov, è chiaro dal testo, prese delle pietre qualsiasi, e qui abbiamo delle pietre preziose.
Il Rabbi di Gur spiega: le pietre preziose sono sempre nascoste dentro pietre normali. Ovvero Jacov raccoglie delle pietre qualsiasi, normali, nelle quali a sua insaputa sono contenute le pietre preziose. Nel momento in cui le pietre vengono fuse, nelle pietre preziose che contengono si risveglia vitalità, iniziano ad essere.
È sul pettorale del Coen Gadol che si cementa l’unità d’Israele proprio nelle differenze tra le tribù.
La fusione delle pietre di Jacov nell’episodio del sogno è la manifestazione tangibile di questo processo ed infatti quello diviene il luogo del Santuario.
Ma forse lo stesso avviene anche a Galed. Ibn Ezrà in un criptico e sintetico ma assai significativo commento dice che gal è perché iglù, “rotolarono lì delle pietre fino a che non si unirono”.
Forse ci vuol dire che la fusione delle pietre è legata alla nostra impostazione. Forse Jacov e figli/fratelli riescono a fondere quelle pietre trasformando il gal idolatra di Lavan nel Galed, nel cumulo che non ha altro ruolo che quello strumentale di essere testimone.
È l’ebraico, con le sue lettere/pietre e la sua radice sacra di unicità, che fonde le pietre.
Secondo il Midrash Bilam non è altri che Lavan ed il muro contro il quale l’asina lo spinge è proprio il cumulo di Galed. Bilam/Lavan viene punito proprio per aver rotto il patto ed aver attraversato il confine che aveva giurato di rispettare.
Forse però il senso profondo del Midrash è proprio nello stravolgimento lessicale di Bilam/Lavan. Bilam prova ad utilizzare la parola di Jacov per maledire Israele. Suo malgrado benedice trasformando le pietre del muro contro il quale cozza in parole della Torà.
È una pagina assolutamente affascinante perché ripropone in tutta la sua forza il tema della differente percezione della realtà.
C’è poco da fare: se si guarda al mondo con gli occhi della Torà non si può vedere il mondo in maniera simile ad un idolatra. È lì che va eretto un confine ed è proprio quel confine che, paradossalmente, porterà poi l’idolatra ad accettare il lessico d’Israele.