«E si completarono i giorni della sua gravidanza ed ecco gemelli nel suo ventre» (Genesi XXV, 24).

La Parashà di questa settimana ruota attorno alla nascita di due gemelli: Esav e Jacov. Le ripercussioni della storia di questi gemelli sono notoriamente fondamentali per la nascita del popolo ebraico e il suo rapporto con le genti.

Il rapporto conflittuale tra questi gemelli non è però una novità. C’è, almeno secondo la tradizione, un precedente forse ancora più conflittuale: Kain ed Evel sono due gemelli tra i quali le cose vanno anche peggio.

Eppure il termine di paragone che i nostri Saggi prediligono è con un altro parto gemellare: quello di Peretz e Zarach che Tamar partorisce a Jeudà.

Ci sono alcuni elementi simili tra queste due gravidanze ma anche molte differenze. Tamar e Rivkà si coprono entrambe il volto negli eventi che precedono la gravidanza, ma la storia è completamente differente. Da una parte c’è un amore perfetto tra due scapoli, l’unica volta in cui la Torà usa la parola amore per descrivere il rapporto di coppia. Dall’altra c’è una storia un bel po’ complicata di matrimoni leviratici, di presunta prostituzione e di non conoscenza di ciò che realmente avviene.

I tempi della gravidanza sono diversi. Il testo specifica che Rivkà completò i nove mesi, Tamar invece partorisce prima del tempo. Sappiamo che i risultati sono ben diversi: la gravidanza incompleta, complicata e fuori dagli schemi di Tamar genera due teomim, gemelli con la alef (con scrittura completa), due giusti. La gravidanza cristallina e completa di Rivkà genera due tomim, gemelli, senza alef, incompleti in quanto uno giusto e uno malvagio.

La Torà traccia un parallelismo molto affascinante anche nella descrizione del parto stesso. Per Rivkà: esce prima Esav (rosso e peloso) e poi esce Jacov che afferra con la mano il calcagno di Esav. Per Tamar: Zarach fa uscire la mano per primo e la levatrice gli attacca un filo rosso alla mano per segnalarne la primogenitura. Poi però Peretz riesce a uscire per primo.

Da Peretz discenderà David e il Messia, quindi la regalità. Nello schema dei rapporti tra materia e spirito (Esav e Jacov di cui ci siamo occupati in passato) diremmo che Peretz è la componente simile ad Esav e infatti primogenito come lui. Jacov e Zarach hanno un ruolo centrato sulla «mano» di contestazione di questa primogenitura.

Esav e Peretz sono destinati al regno. Il re d’Israele poretz gader, rompe il recinto, ovvero ha la prerogativa di esproprio della proprietà privata per le necessità dello Stato.

La caratteristica della pritzà, del dirompere, è, come abbiamo visto in passato, una caratteristica di Jacov, ufaratztà, che è però tanto centripeta quanto centrifuga, come dal commento in loco dello Sforno.

Jacov dirompe sia interiormente che verso fuori. Così anche il re d’Israele deve essere sì risoluto verso l’esterno ma anche verso se stesso dominando il proprio io, e ricorderemo solo il suo doppio precetto della scrittura della Torà, che lo vincola doppiamente rispetto agli altri ebrei.

Una sorta di gemellarità della Torà. Ma la Torà, come noto, è una. Ce ne possono essere più copie, ma è sempre una. Così, ad esempio, il Coen Gadol legge a memoria il secondo Sefer del giorno di Kippur perché nessuno possa pensare che ci siano più Torot.

Se da una parte si innesca un meccanismo terribile di baratro tra i due fratelli gemelli, tra Peretz e Zarach tutto ciò non avviene, anzi diventano il simbolo della possibilità di coesistenza tra i due fratelli gemelli nella loro differenza.

Nello stesso rituale di Kippur due capri identici, come gemelli, rappresentano questo baratro tra bene e male. La loro radice profonda è anche contenuta nella nostra Parashà.

«Vai per favore al gregge e prendi per me di là due capretti buoni» (Genesi XXVII, 9).
«Buoni per te e buoni per i tuoi figli. Buoni per te perché per mezzo loro ti prendi le benedizioni, e buoni per i tuoi figli perché per mezzo loro espiano nel giorno di Kippur, uno per il Signore e uno ad ‘Azazel’» (Midrash Rabbà).

Su uno di quei capri veniva legato un filo scarlatto, come alla mano di Zarach.

Un altro aspetto affascinante è la consapevolezza delle mamme. Rivkà sa della gravidanza gemellare, glielo ha detto il Signore stesso. Radak spiega che invece Tamar non si rende conto di avere due gemelli fino al parto, quando le levatrici si accorgono di ciò. Radak spiega che nel caso di Rivkà usciranno due regni (Israele ed Esav) mentre nel caso di Tamar il regno è uno solo, quello d’Israele.

Questo aspetto è forse proprio la chiave di lettura.

Nella gravidanza di Rivkà emerge la inconciliabilità di Jacov ed Esav. Sono due mondi che non possono andare assieme. Sono due regni separati, nelle parole dei Saggi Gerusalemme e Cesarea si escludono a vicenda. Se una è costruita l’altra è distrutta.

Peretz e Zarach invece rappresentano l’armonia e l’unità. Tamar non capisce che c’è più di un figlio nel suo ventre, percepisce l’unità. Questo implica anche che uno sarà re e l’altro no, ma proprio per questo ciò significa che ognuno avrà il suo ruolo nel seno dell’unità di Israele e non ci sarà contesa.

La gravidanza gemellare diviene allora il paradigma della sfida continua d’Israele, l’unità nella diversità. L’essere assieme perché diversi nel rispetto della diversità.

La non conoscenza di Tamar è quasi una noncuranza. Rivkà è giustamente preoccupata. Tamar no. Tamar non si pone proprio il problema pur partorendo prima.

Questa tranquillità, quasi noncuranza, persiste nei parti gemellari che la Torà tace. Il Midrash insiste sul fatto che in Egitto, quando i figli d’Israele prolificarono, i parti erano di «sei in un solo ventre». Ma la Torà non ne fa una gran questione. È una benedizione, chiaro, ma non è una cosa che stravolge i rapporti familiari. Non è un Jacov ed Esav.

C’è un approccio di unicità per il quale si può essere in sei in un solo ventre e dividersi lo spazio in fratellanza e serenità.

Jacov ed Esav sono l’ultima dolorosa separazione. Dopo di questa si sta tutti assieme.

Così i Maestri intendono la benedizione nella casa di Oved Edom per via della presenza dell’Arca dopo l’episodio di Uzà. Le donne partorirono sei figli per gravidanza. Di nuovo grande berachà, ma in sordina, il testo non ne parla. Però ci propone un’interessante idea.

Questa benedizione è la benedizione della prossimità alla Torà. Ha un senso quando si è vicini alla Torà, così come per Jeudà padre, che è colui che si farà promotore dell’edificazione della Torà in Egitto.

È proprio attraverso la Torà che ognuno trova il suo ruolo, il suo posto. È nella Torà che si può essere gemelli, anche in sei, e trovare l’armonia.

Ed andare anche oltre. Come auguriamo ad ogni nuovo nato nella tradizione italiana:

«Sia fratello di sette, ed anche di otto».