“E giunse Jacov integro alla città di Shechem che è nella Terra di Kenaan nel suo venire da Padan Aram e si accampò dinanzi alla Città. Ed acquistò la parte del campo nella quale aveva piantato lì la sua tenda dalla mano dei figli di Chamor, padre di Shechem per cento monete. E piantò lì un altare e chiamò: ‘Iddio è D-o di Israele!’”
Genesi XXXIV, 18-19
Questi brevi versi descrivono il ritorno di Jacov nella Terra d’Israele. Sono versi importantissimi dei quali ci siamo spesso occupati. Sono infatti un’importante fonte circa le norme dello Shabbat e circa la necessità di occuparsi di questioni pratiche soprattutto nella sfera pubblica, nel bene comune.
Nelle derashot degli scorsi anni, in un modo o nell’altro siamo sempre partiti da un importante passo talmudico che si trova in TB Shabbat 33b. È una pagina conosciutissima dalla quale i Maestri e soprattutto i commentatori biblici ricavano molte fonti con le quali spiegano i nostri versi. Leggendo però la Parashà attraverso questi commenti noi seguiamo evidentemente l’ordine cronologico della Parashà stessa. Vorrei provare quest’anno invece a rovesciare le cose cercando di seguire la logica del Talmud e vedere se possiamo imparare qualcosa di nuovo.
Siamo nel secondo capitolo del trattato di Shabbat che si intitola ‘Bamè Madlikin’, con che cosa si accende, perché si occupa del lume dello Shabbat e degli oli permessi e proibiti per la sua accensione. (Per inciso è anche il capitolo nel quale c’è il principale riferimento talmudico alla festa di Chanukà per associazione).
La Mishnà insegna che per tre motivi le donne muoiono di parto: per la mancata attenzione verso le regole della niddà, della challà e dell’accensione del lume dello Shabbat. La Ghemarà ragiona su questo insegnamento spiegandone il criterio. Esistono dei momenti di pericolo oggettivo, può essere il parto per le donne o per esempio l’attraversare un ponte. In quei momenti la tendenza è che vengono al pettine i nodi. Se si ha qualcosa da scontare viene fuori nel momento di criticità. Questo non vuol dire fai A succede B. Vuol dire però che i Saggi cercano di capire la radice profonda del malessere. Così mentre i ragionamenti procedono, secondo la migliore tradizione rabbinica viene fuori una lista di presunte cause spirituali per malanni materiali.
Si arriva a parlare di una delle malattie più diffuse all’epoca, la difterite.
Secondo i Maestri la trasgressione che è la radice spirituale della difterite è il mancato prelievo della decima. Secondo TB Sanhedrin 83a, la punizione per colui che si ciba di prodotto di Eretz Israel che è tevel, dal quale cioè non è stata tolta la decima, è la morte bidè Shamaim, per mano del Cielo. Nello specifico sarebbe attraverso la difterite.
Rabbì Elazar beRabbì Josè dice invece che questa è causata dalla lashon harà, dalla maldicenza e ciò si imparerebbe da un verso specifico.
La Ghemarà allora cerca di capire se l’opinione di Rabbì Elazar beRabbì Josè è in opposizione a quella dei Saggi o se è in aggiunta. Ovvero: egli ritiene che il solo motivo sia la lashon harà, oppure che anche la lashon harà sia un motivo?
Per rispondere a ciò si porta a sostegno una baraita, una fonte cioè che pur non facendo parte del canone mishnico ha pari dignità ed autorevolezza.
La baraita in questione ci porta a Kerem BeYavne, il luogo di esilio del Sinedrio dopo la presa di Gerusalemme. A Kerem BeYavne la domanda fu posta davanti a Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì, Rabbì Elazar beRabbì Josè e Rabbì Shimon bar Jochai, ma con una piccola variante. Si chiede cioè come mai questa malattia cominci dall’intestino e finisca per colpire la bocca.
Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì risponde per primo e la baraita sottolinea che egli è ‘il primo che parla in ogni occasione’. Ovvero esiste un ordine di precedenza per gli oratori a seconda delle occasioni: se è il Maestro più anziano o il Capo della Yeshivà e via dicendo. Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì è in deroga ad ogni criterio e parla sempre per primo, poi vedremo perché.
Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì in ogni modo dice che nonostante le idee partano dai reni e dal cuore e passino per la lingua è la bocca che completa e pertanto viene punita. Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì spiega quindi in funzione della lashon harà, come Rabbì Elazar beRabbì Josè poco fa.
Rabbì Elazar beRabbì Josè qui invece dice che colpisce la bocca ‘perché vi si mangiano cose impure’, la Ghemarà spiega che qui si intende cose non permesse in quanto non sono state prelevate trumot e maaserot.
Rabbì Shimon bar Jochai porta una terza opinione: ‘perché si trascura lo studio della Torà’. Egli risponde anche a tutte le obiezioni che vertono su coloro che non hanno il precetto diretto dello studio e che vengono ugualmente colpiti dalla malattia (donne e bambini) riconducendo sempre tutto allo studio della Torà.
Da questa baraita emerge che Rabbì Elazar beRabbì Josè sostiene una volta la tesi della lashon harà ed una volta quella delle decime ed allora dobbiamo necessariamente dire che sostiene che la lashon harà sia una motivazione aggiuntiva e non esclusiva. Fin qui un classico ragionamento logico del Talmud.
A questo punto però la Ghemarà chiede come mai Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì abbia diritto di parlare sempre per primo. Per rispondere ci racconta una storia, molto nota, sull’origine di questo diritto.
Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì, Rabbì Josè e Rabbì Shimon bar Jochai discutevano tra di loro in presenza di un tale Jeudà ben Gherim (figlio di proseliti, perché tanto il padre che la madre erano convertiti). Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì loda i romani per i loro mercati, per i loro bagni e per i loro ponti. Rabbì Josè sta zitto. Per Rabbì Shimon invece, tutto quello che hanno fatto è negativo: i mercati sono per metterci delle prostitute, i bagni per narcisismo ed i ponti per farsi pagare il pedaggio e la dogana.
Siamo sotto occupazione romana e Judà ben Gherim spiffera tutta la discussione alle autorità. I romani, che come noto non andavano per il sottile, premiano Rabbì Yehudà beRabbì Ilaì, e da qui che diventa importante sì da parlare sempre per primo, esiliano Rabbì Josè a Zippori e condannano a morte Rabbì Shimon bar Jochai, il quale fugge assieme al figlio nella famosa grotta. Ci stanno dodici anni studiando Torà alimentandosi con il carrubo e la fonte miracolosi e poi, tramite l’annuncio del Profeta Elia, capiscono che il pericolo è passato ed escono.
Il contatto con il mondo circostante però è devastante: vedono gente che ara e semina e si indignano per il fatto che questi invece di studiare Torà si occupano di cose futili. Il risultato è che tutto ciò che guardano si brucia. Il Signore li rimprovera e li ricaccia nella grotta dalla quale escono dopo altri dodici mesi. Rabbì Elazar, figlio di Rabbì Shimon, continua a bruciare le cose con lo sguardo ma Rabbì Shimon ‘guarisce’ ogni luogo dove si posava il suo sguardo. Rabbì Shimon allora dice a Rabbì Elazar: ‘figlio mio, al mondo bastiamo io e te’. Come a dire che non si può pretendere che tutti arrivino al nostro livello e che il mondo ha bisogno anche di chi si occupi delle cose materiali.
Poteva finire così, ma invece la storia prosegue. Alla vigilia dello Shabbat incontrano un vecchietto che corre verso casa con due manipoli di rami di mirto e quando questi lo interrogano sul significato lui risponde loro che uno è rispetto al ricordo dello Shabbat ed uno è rispetto all’osservanza. Rabbì Shimon dice al figlio ‘guarda quanto sono care le mizvot ad Israele’ e così entrambi si calmano. Ma non finisce ancora così, perché a questo punto Rabbì Shimon ragiona: visto che mi è stato fatto un miracolo, Azil Atkin Milta, andrò ad aggiustare qualcosa per la collettività ed in effetti il brano si conclude con l’opera di Rabbì Shimon per dichiarare pure delle strade ed aiutare così il pubblico.
È qui che la Ghemarà porta la fonte per quest’idea del fare qualcosa per il pubblico e porta i versi della nostra Parashà.
“E giunse Jacov integro alla città di Shechem” è commentato da Rav come: ‘integro nel corpo, integro nelle sue proprietà ed integro nella sua Torà’.
“‘Vajchan et penè hair’, e si accampò dinanzi alla città. Ha detto Rav: stabilì per loro una moneta. Shemuel ha detto: stabilì per loro dei mercati. E Rabbì Jochannan ha detto: stabilì per loro dei bagni.”
Tutta questa storia segna un percorso straordinario di Rabbì Shimon bar Jochai che è in qualche modo parallelo al percorso di Jacov.
Rabbì Shimon è ‘ossessionato’ dallo studio della Torà. Vede sempre e solo lo studio della Torà. Questo è chiaramente positivo ed in effetti diviene uno dei più grandi e profondi Maestri della Torà. Eppure Rabbì Shimon deve capire i limiti dello studio, o meglio deve capire che lo studio deve rimanere con i piedi per terra.
Già in passato abbiamo visto come l’opinione di Rabbì Shimon sia molto ferma.
In TB Berachot 35b troviamo:
“Hanno insegnato i Maestri [in una Baraità]: ‘Che cosa vuole insegnare [il verso dello Shemà che dice]: ‘E raccoglierai il tuo frumento’? Dal momento che è scritto (in Jeoshua I, 8): ‘Non si staccherà questo Libro della Torà dalla bocca [e mediterai su esso giorno e notte]’, [sarebbe stato] possibile [pensare che] queste parole [vadano intese] alla lettera. [La Torà] ci vuole insegnare [con il verso] ‘E raccoglierai il tuo frumento’: ‘Comportati circa queste cose con un comportamento di Derech Erez.’ Queste sono le parole di Rabbì Jshmael...
Rabbì Shimon ben Jochai dice: ‘È mai possibile che l’uomo ari nel tempo dell’aratura, semini nel tempo della semina, mieta nel tempo della mietitura, trebbi nel tempo della trebbiatura e separi il seme dalla paglia col vento nell’ora...? Che ne sarà della Torà? Allora [devi intendere il verso] che quando Israel fanno la volontà del Luogo, il loro lavoro viene da altri e quando non fanno la volontà del Luogo, il loro lavoro viene fatto da loro stessi come è scritto ‘E raccoglierai il tuo frumento’. E non solo, ma anche il lavoro degli altri viene fatto da loro come è detto (Deuteronomio XXVIII, 48): ‘E servirai il tuo nemico’. Ha detto Abbajè: ‘Molti hanno fatto come [dice] Rabbì Jshmael e sono riusciti e [molti altri] hanno fatto come [dice] Rabbì Shimon ben Jochai e non sono riusciti.’”
L’opinione di Rabbì Shimon è che si deve studiare e basta. Il resto si sistema da solo. Rabbì Jshmael dissente, ed Abbajè molto dopo dice che il sistema di Rabbì Shimon giusto o sbagliato che sia non funziona.
Rabbì Shimon quando gli altri parlano di lashon harà e decime, parla dello studio della Torà. È tutto studio della Torà. Non riesce a vedere niente di positivo nella materialità e quando vede le opere dei romani, opere oggettivamente di qualità ingegneristica, le attacca senza tregua tanto da diventare un ricercato.
Il percorso di Rabbì Shimon, all’uscita dalla grotta, è in qualche modo un parziale ripensamento di queste posizioni. In primo luogo Rabbì Shimon accetta l’idea che la sua visione di una Torà totale che non lasci spazio ad altro, non è che per pochissimi eletti: ‘figlio mio, al mondo bastiamo io e te’.
Poi però fa un passo ancora successivo e capisce che anche lui non è esente dal relazionarsi con quella materialità che fuggiva. Lo impara proprio da Jacov che fa bagni, monete e mercati, quegli stessi che lui così criticava presso i romani.
Ecco allora Rabbì Shimon che prende la strada, la più materiale delle situazioni e la trasforma in un caso halachico a cielo aperto. Vediamo se è pura. Rendiamola pura. Prendiamo la materialità e tiriamola in su.
Questo è esattamente quello che fa Jacov quando arriva dalla materialità di Charan ed arrivato in Eretz Israele vuole innalzare la materia, i mercati, le terme ed il denaro stesso.
Ed allora capiamo come mai la Ghemarà non si limiti a commentare la fine del verso con la fonte delle opere di Jacov ma ci dice anche:
“E giunse Jacov integro alla città di Shechem” è commentato da Rav come: ‘integro nel corpo, integro nelle sue proprietà ed integro nella sua Torà’.
Apparentemente ciò non ha nulla a che vedere con il discorso ed invece è la chiave stessa. Non si può essere integri nella Torà se non si è integri nel corpo e nelle proprietà. La shlemut, la completezza, è totale ed avvolgente per definizione. Perché la nostra Torà sia completa noi dobbiamo far sì che anche la nostra vita professionale lo sia, così come quella individuale e familiare. Tutto deve essere Torà non nel senso di Rabbì Shimon all’inizio che vede solo Torà ed il resto non conta. Tutto deve essere Torà nel senso che tutto deve essere innalzato al livello di Torà. Anche il commercio. Anche le terme.
Vuoi un mercato che non sia ritrovo di prostitute come è per gli altri popoli? Pavimenta delle strade pure, fai qualcosa, occupati della cosa pubblica. L’alternativa ebraica al modello romano non la si costruisce nella grotta ma anzi uscendo e facendo le stesse terme e gli stessi mercati con l’obiettivo di mizvà.
Questa è la grande lezione di Jacov nostro padre che torna in Eretz Israel per modificarne il rapporto tra materia e spirito.