“Se non fosse per il mio Dio paterno, il Dio d’Abramo, ed il terrore di Isacco, che fu con me, a quest’ora mi avresti licenziato a mani vuote. Iddio vide la mia miseria, e la fatica delle mie mani, e (ti) riprese ieri sera.”

Genesi XXXI, 42

Alla fine della nostra Parashà, Jacov ha un duro confronto con il suocero Lavan. Lavan lamenta la fuga improvvisa di Jacov e questi ribatte le proprie ragioni. La protesta di Jacov è articolata. Egli sente la necessità di ribadire soprattutto la propria onestà professionale e la grande dedizione con la quale si è adoperato al servizio di Lavan.

La chiusura del suo discorso è durissima: se non ci fosse stato il Signore dalla mia parte, mi avresti mandato via a mani vuote. Avresti trovato un modo per derubarmi.

Shadal in loco propone che si tratti di un’esagerazione: mi avresti dato poco. Oppure, concede Shadal con grandissimo acume, avresti vincolato presso di te i beni. Sono tuoi, ma restano qua. Ovvero mi avresti impedito di disporre delle mie proprietà.

Shadal fa purtroppo riferimento ad una storia vissuta nei secoli di peregrinazioni e dei relativi soprusi di cui gli ebrei sono stati oggetto.

Il Midrash Bereshit Rabbà in loco ragiona sul fatto che il termine lulè, “se non fosse per”, indica sempre un riferimento al merito dei padri. Lo zkut avot, il merito dei patriarchi ed il loro esempio, è infatti sempre un’importante voce nel bilancio d’Israele.

Nel nostro caso poi la costruzione del verso è chiarissima. Eppure, continua il Midrash a nome di Rabbì Yrmià, nella classifica dei meriti il lavoro è superiore al merito dei patriarchi: lo zkut avot salva il patrimonio di Jacov.

“Se non fosse per il mio Dio paterno, il Dio d’Abramo, ed il terrore di Isacco, che fu con me, a quest’ora mi avresti licenziato a mani vuote…”

Il merito della fatica del lavoro salva la vita di Jacov.

“Iddio vide la mia miseria, e la fatica delle mie mani, e (ti) riprese ieri sera.”

Lavan aveva intenzioni bellicose e viene fermato da D. stesso che gli si presenta in sogno. Il merito dei padri salva il patrimonio, il lavoro la vita stessa di Jacov.

Così anche commenta in loco il Midrash Tanchumà, ed il Midrash Lekach Tov lega il nostro verso ad un famoso verso dei Salmi:

“Quando mangerai della fatica delle tue mani, beato a te e bene a te.”

Salmi CXXVIII, 2

Nel trattato di Berachot questo stesso verso dei Salmi è utilizzato proprio per stabilire che il lavoro è più importante del timore di D. stesso:

“Ed ha detto Rabbì Chjà bar Amì a nome di Ullà: È più grande colui che gode della sua fatica di colui che Teme il Cielo. Dal momento che di colui che Teme il Cielo è scritto: ‘Beato l’uomo che teme il Signore’ mentre di colui che gode della sua fatica è scritto: ‘Quando mangerai della fatica delle tue mani, beato a te e bene a te’. Beato te in questo mondo e bene a te nel mondo futuro.”

TB Berachot 8

Dunque, colui che teme il Signore è premiato in questo mondo mentre colui che gode della propria fatica è premiato in questo mondo e nel mondo futuro.

L’Alshich HaKadosh commenta:

“E secondo l’argomento è doveroso associare il passo o ad un uomo che si occupa per una parte del giorno della Torà e per una parte al suo lavoro o di due uomini: uno legge tutto il giorno ed uno metà giornata e dice non pensare che non ha un grande premio altri che colui che studia tutto il giorno e che l’altro che studia mezza giornata non è il suo premio così ed anche non pensare che l’uomo che studia mezza giornata e l’altra mezza è occupato dal lavoro, che non è il premio della mezza giornata di lavoro come il premio della mezza giornata di studio; perciò viene a dirti che colui che legge un’ora al giorno e che gode della sua fatica è superiore a colui che legge tutto il giorno e non fa alcun lavoro al fine di mantenere la Torà. ‘Giacché ogni Torà che non è accompagnata dal lavoro alla fine si annulla...’. E bisogna dare una parte al corpo ed una all’anima ed ha portato una prova ‘Quando mangerai dalla fatica della tua mano, cioè a dire che porterai su di te un godimento per te stesso con la tua fatica e non lo lascerai agli altri. Ed ha detto ‘ed odia il potere’, che anche nel suo lavoro non si occupi del potere, e se vuoi odiare il potere non avvicinarti al governo, giacché essendo vicino al re, farà la sua volontà e perderà la sua Torà.”

Il senso dell’Alshich è che si può studiare una sola ora al giorno e dare un significato ad un’intera giornata di lavoro.

Quest’idea del lavoro come antitetico ad una posizione di governo viene dalla Mishnà nel trattato di Avot:

“Shemaià ed Avtalion ricevettero [la Torà] dai precedenti. Shemaià dice: Ama il lavoro e odia il potere, e non essere vicino al governo.”

Rabbì Ovadià da Bertinoro ci spiega che l’amore per il lavoro va inteso come:

“Persino se ha di che alimentarsi, deve occuparsi di un lavoro. Giacché la nullafacenza porta alla noia.”

Ed odia il potere:

“E non dire io sono una persona grande e mi è vergognoso occuparmi di un lavoro…”

Nel mondo antico, ma per certi versi anche oggi, l’importanza di una persona derivava dalla sua discendenza. Dal grado di nobiltà o di prossimità al potere al quale generalmente erano legati privilegi e benefici economici.

Nella tradizione ebraica quest’idea è completamente rovesciata.

Quando Josef presenta i fratelli al Faraone dice loro:

“E sarà, quando vi chiamerà il Faraone e dirà: ‘Qual’è il vostro operare?’ E direte: ‘Uomini di gregge sono stati i tuoi servi dalla nostra gioventù fino ad adesso, sia noi sia i nostri padri.’, affinché risediate nella terra di Goshen, poiché è abominio per l’Egitto ogni pastore di gregge.”

Genesi XLVI, 33-34

Rabbì Izchak Aramà spiega nel suo Akedat Izchak:

“Ha scelto per loro la cosa buona e retta e gli ha reso odioso il potere, giacché non c’è dubbio che se avesse voluto li avrebbe nominati capi di migliaia e capi di centinaia sul regno, ma ha voluto che dicessero che essi sono pastori di gregge dalla loro infanzia, sia essi che i loro padri, tanto che il lavoro è loro retaggio da prima e non possono muoversi da esso, e questo è perché li allontanasse dal risiedere lì in Egitto, giacché è un abominio per l’Egitto ogni pastore di gregge. Ed il seguito di ciò è che risiedano nella Terra di Goshen...”

In passato abbiamo visto come Josef manovri per allontanare i fratelli dal centro del potere egiziano principalmente per evitarne l’assimilazione. Rileggendo però il commento dell’Akedat Izchak alla luce di quanto detto fin qui capiamo un altro aspetto fondamentale.

Il retaggio dei nostri padri, prima ancora del loro straordinario carico spirituale, è una solida tradizione di etica professionale.

I nostri padri lavoravano e lavoravano duro.

In maniera onesta, irreprensibile con incredibile dedizione e pieni di fiducia nell’aiuto di D., ma si rimboccavano le maniche e non attendevano che dal Cielo (o dal Governo) arrivasse loro qualche sovvenzione.

La tradizione dei nostri padri, tutta l’impalcatura sulla quale la Torà si basa, è legata a portare la presenza di D. in questo mondo con la sua materialità.

Jacov porta la presenza di D. in casa di Lavan attraverso il suo lavoro. Lo stesso farà Josef prima a casa di Putifar e poi alla corte del Faraone. E lo stesso fecero Avraham ed Izchak a Grar.

È sempre stato così in tutta la storia d’Israele con i più grandi Maestri della nostra tradizione che allo studio della Torà hanno sempre affiancato una professione attraverso la quale hanno portato Torà e Santità in questo mondo materiale.

Un monito importante in una generazione nella quale c’è chi pensa che il lavoro non sia una cosa da ebrei tementi del Signore.