«Terra di grano, d'orzo, di vite, di fico e di melograno; terra di olio d'oliva e di miele.»
(Devarim 8,8)

La Torah descrive Eretz Israel attraverso sette frutti. Non si limita a parlarne come di una terra fertile: sceglie sette specie precise, ciascuna delle quali diventerà, nella tradizione rabbinica, il simbolo di una particolare dimensione della vita ebraica.

Fra tutte, forse la più sorprendente è la vite.

Il Ben Yehoyadà, commentando un passo della Ghemarà identifica infatti la vite con la Torah stessa. La sua spiegazione è semplice ma ricca di significato. La vite offre due forme di nutrimento: l'uva, che si mangia, e il vino, che si beve. Così è anche la Torah. Da un lato è paragonata al pane: «Venite, mangiate del mio pane» (Mishlè 9,5); dall'altro al vino: «Bevete il vino che ho preparato».

Vi sono insegnamenti che sostengono l'uomo come il pane quotidiano, e altri che assomigliano al vino: non si esauriscono nell'istante in cui vengono assaporati, ma continuano a maturare dentro chi li studia.

Il paragone è affascinante, ma lascia aperta una domanda.

Perché proprio la vite?

Perché i Chachamim hanno scelto questo frutto come simbolo della Torah?

Un versetto che sembra secondario

Per trovare una risposta dobbiamo spostarci molto lontano dalla nostra Parashà.

Nel libro di Bereshit il coppiere del Faraone racconta a Yosef il sogno che lo ha profondamente colpito.

«Nella vite c'erano tre tralci; essa stava fiorendo, spuntò il suo germoglio e maturarono i suoi grappoli.»
(Bereshit 40,10)

Nel racconto della Torah il versetto sembra avere un ruolo puramente narrativo. Serve soltanto a permettere a Yosef di interpretare il sogno.

Eppure la Ghemarà, nel trattato di Chullin, proprio nel Daf Yomì di oggi (92a), dedica a queste poche parole una lunga serie di interpretazioni, una dopo l'altra, quasi senza fine.

È un passo sorprendente.

Normalmente, quando la Ghemarà riporta diverse opinioni, esse cercano di risolvere uno stesso problema. Qui, invece, sembra accadere il contrario. Ogni Maestro prende la stessa vite e la identifica con una realtà completamente diversa.

A prima vista il brano appare quasi disordinato.

In realtà, forse, è uno dei passi più profondi dell'Aggadà.

La vite è il mondo

Rabbi Eliezer apre la discussione identificando la vite con il mondo.

I tre tralci sono Avraham, Yitzchak e Yaakov.

Il fiore rappresenta le Matriarche.

I grappoli maturi sono le dodici tribù.

La vite descrive quindi la nascita del popolo d'Israele.

Tutto cresce a partire da un unico tronco. Dai Patriarchi si sviluppa la famiglia, dalla famiglia nasce il popolo.

L'immagine è quella di una crescita naturale, quasi biologica.

La vite è la Torah

Rabbi Yehoshua, però, non è convinto.

La sua obiezione è estremamente interessante.

«È forse possibile» domanda «che in un sogno venga mostrato ciò che appartiene al passato? I sogni parlano del futuro, non di ciò che è già avvenuto.»

È un'osservazione metodologica prima ancora che esegetica.

Se il sogno guarda al futuro, non può limitarsi a rappresentare Avraham, Yitzchak e Yaakov.

Per questo Rabbi Yehoshua propone una lettura completamente diversa.

La vite è la Torah.

I tre tralci sono Moshe, Aharon e Miriam.

Il fiore rappresenta il Sanhedrin.

I grappoli maturi sono i giusti di ogni generazione.

È una trasformazione radicale.

Rabbi Eliezer vedeva la crescita del popolo.

Rabbi Yehoshua vede la crescita della Torah.

La rivelazione non termina con Moshe. Essa continua attraverso il Sanhedrin e attraverso i Chachamim di ogni generazione.

La vite continua a dare frutto.

La vite è Gerusalemme

Fino a quel momento la Ghemarà sembra un susseguirsi di interpretazioni indipendenti. Poi interviene Rabban Gamliel e dice:

"עדיין צריכין אנו למודעי, דמוקי ליה כוליה בחד מקום."
"Abbiamo ancora bisogno del Moda'ì, perché egli interpreta l'intero versetto in un unico ambito."

Questa non è una nuova interpretazione della vite. È una nota redazionale della Ghemarà.

Rabban Gamliel sta dicendo al lettore: fermatevi un momento. Le derashot che avete letto finora sono preziose, ma c'è un criterio interpretativo più forte. La vera completezza si raggiunge quando ogni elemento del versetto appartiene allo stesso universo simbolico.

Rabbi Elazar ha-Moda'i offre una terza interpretazione.

La vite è Gerusalemme.

I tre tralci sono il Bet ha-Mikdash, il re e il Kohen Gadol.

Il fiore sono i giovani sacerdoti.

I grappoli maturi sono le libagioni che vengono offerte sull'altare.

Anche qui la struttura è identica.

La santità non appare improvvisamente.

Esiste un centro dal quale tutto prende forma.

La vite è il cammino d'Israele

Rabbi Yehoshua ben Levi identifica i tre tralci con il pozzo di Miriam, le nubi della Gloria e la manna: i tre grandi doni che hanno accompagnato Israele nel deserto.

Rabbi Yirmiyà bar Abbà propone forse la lettura più ampia.

La vite è il popolo d'Israele stesso.

I tre tralci sono i tre Regalim.

La fioritura rappresenta la crescita del popolo.

Il germoglio annuncia l'avvicinarsi della redenzione.

I grappoli maturi coincidono con il momento in cui l'Egitto berrà definitivamente il calice del giudizio.

L'intera storia ebraica viene descritta come il lento sviluppo di una vite.

Fra tutte le interpretazioni della Ghemarà, quella di Rabbi Yirmiyà bar Abbà sembra aprire una prospettiva ancora diversa. La vite non rappresenta più la Torah, né Gerusalemme, ma il popolo d'Israele stesso, come è detto: «Hai sradicato una vite dall'Egitto» (Tehillim 80,9). Anche i tre tralci acquistano un significato storico: sono i tre Regalim, il ritmo attraverso il quale Israele rinnova ogni anno il proprio incontro con HaQadosh Barukh Hu. Ma soprattutto, Rabbi Yirmiyà legge l'intero versetto come una successione di tappe nella storia della redenzione. «Essa stava fiorendo» indica il momento in cui Israele cresce e si moltiplica; «spuntò il suo germoglio» allude all'inizio della Gheullà; «maturarono i suoi grappoli» segna il compimento del giudizio sui nemici di Israele e il pieno dispiegarsi del disegno divino. La vite diventa così l'immagine della storia ebraica: una crescita lenta e ordinata, nella quale ogni fase prepara la successiva e nessun frutto può maturare prima del suo tempo.

Tante interpretazioni o un'unica idea?

A questo punto la domanda diventa inevitabile.

Che cosa sta facendo la Ghemarà?

Perché menzionare tutte queste spiegazioni?

Se una è corretta, perché riportare anche le altre?

Forse proprio questa è la lezione del passo.

Nessuno dei Maestri discute davvero sull'identità della vite.

Ciò che tutti descrivono è il medesimo processo.

Per Rabbi Eliezer cresce il popolo.

Per Rabbi Yehoshua cresce la Torah.

Per Rabbi Elazar ha-Moda'i cresce la santità di Gerusalemme.

Per Rabbi Yirmiyà cresce la redenzione.

Cambiano i soggetti.

Non cambia il movimento.

La santità, nella prospettiva della Torah, non nasce mai già compiuta.

Essa attraversa delle tappe.

Prima il tralcio.

Poi il fiore.

Poi il germoglio.

Infine il grappolo.

È forse questo il motivo per cui il Ben Yehoyadà sceglie proprio la vite come simbolo della Torah.

Non soltanto perché produce vino.

Ma perché la vite è l'immagine della crescita.

La Torah non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. È qualcosa che matura. Chiunque abbia studiato un passo di Ghemarà lo sa per esperienza.

Ci sono pagine che sembrano oscure il primo giorno, più chiare dopo una settimana e completamente diverse dopo molti anni.

Lo stesso testo continua a produrre frutto.

Il culmine della Ghemarà

La conclusione del brano è affidata a Reish Lakish, ed è forse la più sorprendente.

«Questa nazione è paragonata a una vite.»

Ma ora ogni elemento della pianta rappresenta una componente diversa del popolo.

I tralci sono i ba'alè battim.

I grappoli sono i talmidè chachamim.

Le foglie sono gli ammei ha-aretz.

Perfino i viticci rappresentano coloro che sembrano non avere alcun valore.

E subito dopo la Ghemarà riporta un'affermazione che merita di essere meditata.

«I grappoli devono pregare per le foglie, perché senza le foglie i grappoli non possono esistere.»

È un'affermazione controintuitiva. Avremmo immaginato il contrario.

Pensiamo spontaneamente che siano le foglie ad aver bisogno dei grappoli.

La Ghemarà insegna invece che anche il frutto più prezioso vive grazie a ciò che, apparentemente, è soltanto una parte accessoria della pianta.

Dal punto di vista della botanica la cosa è quasi ovvia.

Le foglie raccolgono la luce. Nutrono la vite. Permettono ai grappoli di maturare.

Ma proprio per questo l'immagine diventa ancora più potente. Nessuna parte del popolo può considerarsi autosufficiente.

Il talmid chacham ha bisogno del ba'al habayit.

Il maestro ha bisogno della comunità.

Chi insegna ha bisogno di chi costruisce, sostiene e rende possibile la vita della Torah.

La vite vive soltanto quando ogni sua parte svolge il proprio compito.

«Non sono ancora maturati i suoi grappoli»

C'è un ultimo dettaglio che sembra gettare una luce nuova su tutto il passo.

Fra poche settimane, entrando in Rosh Hashanà, canteremo il piyyut Achot Ketanah.

L'autore riprende volutamente il linguaggio del sogno del coppiere.

«Sta fiorendo, è salito il suo germoglio…»

Ma poi aggiunge una frase che nella Torah non compare.

«I suoi grappoli non sono ancora maturati.»

È un'aggiunta straordinaria.

Il poeta guarda la storia del popolo ebraico e vede una vite che ha già iniziato a vivere.

Il fiore è comparso.

Il germoglio è spuntato.

Eppure il grappolo non è ancora maturo.

La redenzione non è completa.

Il mondo non è ancora arrivato alla sua pienezza.

Questa immagine permette forse di rileggere anche tutta la Ghemarà.

Ogni Maestro individua un punto diverso del grande processo della storia sacra.

C'è chi guarda i Patriarchi.

Chi la Torah.

Chi Gerusalemme.

Chi il Mikdash.

Chi il popolo.

Tutti, però, stanno contemplando la stessa vite.

E tutti sanno che la sua maturazione richiede tempo.

Forse è questa la ragione per cui la Torah ha scelto proprio la vite per rappresentare se stessa.

La vite insegna che il valore non si misura soltanto dal frutto che oggi vediamo, ma dalla vita che continua a scorrere al suo interno.

Quando compare il primo fiore, il grappolo ancora non esiste.

Eppure è già presente, in potenza.

Così è anche per la Torah.

Ogni generazione riceve la vite da quella precedente, la coltiva, la custodisce e la trasmette alla successiva, nella consapevolezza che nessuno vedrà da solo tutta la vendemmia.

È questa continuità, più ancora del frutto finale, il vero miracolo della vite della Torah.