וַיַּרְא יַעֲקֹב כִּי יֶשׁ־שֶׁבֶר בְּמִצְרָיִם וַיֹּאמֶר יַעֲקֹב לְבָנָיו לָמָּה תִּתְרָאוּ׃
«E vide Jacov che ci sono viveri in Egitto, e disse Jacov ai suoi figli: “Perché vi guardate l’un l’altro?”» (Genesi XLII, 1)
Il verso da cui vorrei partire questa settimana è il verso che mette in moto la discesa dei figli di Israele in Egitto. Tutti gli eventi che seguiranno, la schiavitù e la redenzione partono, si potrebbe dire, da questo punto e dalla decisione di Jacov di mandare i figli in Egitto. Jacov vede che c’è shever in Egitto. Shever è una parola straordinaria perché contiene due radici solo apparentemente dicotomiche: significa infatti tanto rottura che viveri. È la crisi che può diventare opportunità.
In passato ci siamo occupati di questo verso ed abbiamo scelto per la parola תִּתְרָאוּ, titrau, la traduzione di Shadal: vi guardate l’un l’altro. Potrebbe significare: non perdete tempo. Sforno in loco dice che il guardarsi l’un l’altro è segno che ognuno aspettava che se ne occupasse il fratello. Rashì, basandosi sul Talmud Bavlì (Taanit 10b), dice invece che il senso è che in quel momento in casa di Jacov c’era ancora da mangiare. Jacov invita i figli a non comportarsi come persone sazie ed il vedere si riferisce agli altri: non vi fate vedere come persone sazie dai figli di Ishmael e dai figli di Esav, che non si ingelosiscano.
Il criterio generale è quello espresso in TB Taanit 11a da Resh Lakish quando dice che è proibito avere rapporti sessuali durante la carestia. Non sta bene che mentre tutti hanno problemi qualcuno faccia come se nulla fosse. Mentre il pubblico è in disgrazia
«non dica l’uomo: “me ne andrò a casa, mangerò e berrò e pace a te anima mia”».
Il Talmud in effetti porta questo verso a sostegno del fatto che una persona che ha dimenticato che è digiuno e poi se ne ricorda, non può fare come se nulla fosse dicendo «tanto ormai non ho digiunato», ma deve partecipare alla disgrazia del pubblico.
A questo punto la Ghemarà, per associazione, interpreta un altro verso, quello con il quale nella prossima parashà di Vajgash Josef invia i fratelli da Jacov dopo essersi rivelato.
וַיְשַׁלַּח אֶת־אֶחָיו וַיֵּלֵכוּ וַיֹּאמֶר אֲלֵהֶם אַל־תִּרְגְּזוּ בַּדָּרֶךְ׃
«Ed inviò i suoi fratelli ed andarono. E disse loro: “Non litigate per strada”» (Genesi XLV, 24).
Il pshat sembrerebbe evidente. אַל־תִּרְגְּזוּ è letto da molti commentatori come «Non litigate», «non arrabbiatevi». La rivelazione di Josef potrebbe dare adito a riaprire la discussione sulle responsabilità della vendita. Josef gli dice: non litigate. Rashì stesso porta questa lettura, non prima però di aver ricordato la nostra Ghemarà che invece prende una piega completamente differente.
אמר רבי אלעזר אמר להם יוסף לאחיו אל תתעסקו בדבר הלכה שמא תרגזו עליכם הדרך
«Ha detto Rabbì Elazar: “Josef ha detto ai fratelli: ‘Non vi occupate di halakhà, che non vi si arrabbi la strada’”».
Rashì in loco spiega: che non sbagliate strada. L’idea è che la discussione halakhica fa infervorare. Il rischio per Rashì è che nell’enfasi della discussione sbagliate strada. Altri intendono che l’enfasi della discussione provoca uno scontro acceso. Un litigio. Rabbì Ovadià da Bertinoro proietta esternamente il discorso. La gente che incontrate per strada e vi vede discutere in maniera accesa di halakhà penserà che state litigando ed alla fine litigherete anche con loro. È molto bello che Bertinoro prosegua la linea interpretativa del verso precedente: quello che pensano vedendovi i figli di Ishmael e i figli di Esav.
La Ghemarà obietta subito che ci sono altre fonti che lodano il parlare di Torà per strada e risponde: un conto è parlare di Torà o persino di halakhà pesukà, di halakhà evidente, un altro conto è una seria discussione halakhica. L’halakhà non si stabilisce su due piedi, necessita stabilità, yeshivà, ci si deve sedere. Si devono approfondire tutte le possibili ripercussioni, valutare tutti gli aspetti. E si deve anche tener conto della visibilità non solo della decisione finale ma anche della discussione stessa. Chi ci vede discutere cosa pensa? C’è modo e modo di affrontare certe discussioni. Forse potremmo sovrapporre pshat e derash del verso. La discussione di halakhà sulla ferita aperta della vendita non è una discussione che potete fare per strada, sbrigativamente, davanti a tutti. Non è il momento.
I due versi che porta la Ghemarà sono due versi che danno indicazioni per il viaggio verso l’Egitto e ritorno. Uno lo dice Jacov ed uno lo dice Josef. La domanda che si pongono molti Maestri è come mai Jacov non dice nulla riguardo alla questione della halakhà per strada. Se è un problema per Josef, perché non lo è per Jacov?
Vorrei portare due risposte, un po’ tecniche, ma molto interessanti.
La prima è di Rabbì Levì Izchak di Berditchev in Kedushat Levì.
Questi parte da un altro problema nelle istruzioni di Josef. C’è un insegnamento in TB Kiddushin 30a per il quale ognuno è tenuto a dividere per tre il proprio studio: un terzo Bibbia, un terzo Mishnà ed un terzo Ghemarà (halakhà). Viene subito specificato che l’insegnamento va inteso su base giornaliera perché nessuno sa quando morirà sì da poter programmare il proprio programma di studi in maniera bilanciata. Da qui che ogni giorno si deve studiare almeno una halakhà. Come fa Josef a dire ai fratelli di trasgredire questa regola?
Il Kedushat Levì dice che ci sono da fare due premesse: Jacov aveva due assicurazioni divine. La prima è che se non gli fossero morti figli in vita non avrebbe visto il Gheinnom. La seconda, sulla base dello Jerushalmi (Berakhot V, 1), che la vita totale dei patriarchi sarebbe stata di 500 anni. E quindi Jacov sapeva quanto sarebbe vissuto e poteva organizzarsi lo studio. Jacov pensa che Josef sia morto e che le due assicurazioni fossero collegate. Quindi, ragiona Jacov, non so quanto vivrò e lo studio pertanto deve essere diviso su base giornaliera ed ogni giorno si deve studiare halakhà. Josef invece sa di essere vivo e sa che le due assicurazioni sono valide, pertanto, si sa quanto vivrà Jacov e si può pianificare lo studio. Si può non studiare halakhà oggi compensando domani.
Quello che non si capisce nella spiegazione del Kedushat Levì è come mai il metro per lo studio dei figli sia la durata della vita del padre!? Forse potremmo dire che lo studio della Torà senza il rapporto generazionale padre-figlio è svuotato. Nel prendere in considerazione la durata della vita di Jacov per capire se possono o non possono saltare la halakhà quotidiana i figli di Israele stanno studiando con Jacov anche se Jacov non c’è. Vorrei azzardare che forse potrebbe essere una lettura per la prima domanda che fa loro Josef quando si rivela: «Mio padre è ancora vivo?». In caso di risposta negativa Josef non avrebbe potuto dirgli di non studiare halakhà secondo la lettura del Kedushat Levì.
La seconda possibile spiegazione la fornisce il Chanukat HaTorà, Rabbì Avraham Yehoshua Heschel di Cracovia (1595–1663).
Nel trattato di Meghillà (16b–17a) si impara che lo studio della Torà è superiore al rispetto che si deve ai genitori. Lo si evince dal fatto che Jacov viene punito per i 22 anni di lontananza dai genitori a casa di Lavan con 22 anni di assenza di Josef, ma non viene punito per i 14 anni in cui ha studiato Torà nell'Accademia di Ever. (Interessante che qui il metro per stabilire le date è la durata della vita di Ishmael).
Questo però si può stabilire solo dopo che Jacov e Josef vengono separati per 22 anni. Non lo potevano sapere i figli e quindi pensavano che il rispetto verso i genitori avesse la precedenza sullo studio. Per questo Jacov non ha motivo di dirgli di non studiare halakhà, lo sanno da soli, e danno la precedenza alle istruzioni del padre rispetto allo studio. Quando però diventa chiaro che la separazione è durata esattamente 22 anni i figli capiscono che Jacov non è stato punito per i 14 anni di studio e che perciò lo studio è superiore all’onore dei genitori. È per questo che Josef deve ammonirli che nonostante ciò si sbrighino ad arrivare da Jacov senza studiare.
Il tema della strada, e dello studio per strada (halakhà viene dalla radice di cammino), è un tema ricorrente nella storia di Josef. È molto interessante che nello stesso momento in cui dice ai fratelli di non occuparsi di halakhà per strada, Josef li mandi via con dei carri che sono secondo i Maestri un codice per ricordare a Jacov l’ultima halakhà studiata assieme, la regola della eglà arufà, la giovenca che viene accoppata per espiare, nel caso di un omicidio irrisolto che avviene fuori porta, la responsabilità indiretta della leadership del villaggio più vicino.
Jacov accompagna Josef per strada quando lo manda dai fratelli e Josef protesta che non c’è bisogno. Jacov allora gli spiega l’importanza dell'accompagnamento che si impara in TB Sotà 45b ragionando sulle regole della eglà arufà. Gli anziani sono considerati responsabili per non aver accompagnato il viandante. Da qui si impara poi a pagina 46b che quando uno viene accompagnato non gli accade nessun danno. Josef, secondo il Maharal di Praga in Gur Ariè, starebbe dicendo al padre: non posso essere stato danneggiato in nessun modo perché tu mi hai accompagnato.
La partita che si sta giocando sottotraccia in queste parashot è la razionalizzazione, se possibile, degli eventi della vendita. Quale senso si può dare a una tragedia familiare di tali proporzioni. Josef ha la sua lettura degli eventi ed è una lettura di grande speranza. C’è un senso per tutto, era tutto programmato, la mano del Signore ha guidato tutta la storia ed ora il shever-crisi diventa uno shever-opportunità.
Eppure, Josef ci insegna che quando si parla di halakhà ed in particolare di dinè nefashot, quando ne va della vita, non lo si può fare durante il percorso. Non lo si può fare per strada, davanti a tutti. È pericoloso dire «questo è successo perché» ed anche quando si ha un’intuizione o si pensa di averla lo si dice in codice, con delicatezza.
La discussione halakhica deve avvenire in condizioni di laboratorio. Nel Bet HaMidrash. Nel luogo nel quale ci si può infervorare e sostenere, anche con vigore, le proprie posizioni senza dimenticare dove ci si trova e soprattutto senza dimenticare che, per quanto l’halakhà alla fine seguirà una sola opinione, «tanto queste che queste sono parole del D. vivente». Quando la halakhà diventa strumento di guerriglia urbana, per strada, senza riguardo per come la discussione appare agli altri, siamo tutti perdenti e sbaglieremo strada (Rashì) litigando con tutti (Bertinoro).
Mi sembra sia un grande monito per tempi di crisi nei quali troppo spesso rischiamo di parlare a vanvera di halakhà per strada.