Ci troviamo in un momento molto particolare del calendario ebraico.

Abbiamo appena attraversato Rosh Hashanà. Abbiamo attraversato i Dieci Giorni di Teshuvà. Abbiamo vissuto Yom Kippur, il giorno in cui ci siamo fermati, abbiamo fatto il nostro cheshbon hanefesh, il nostro esame interiore, abbiamo chiesto selichà, perdono, e soprattutto abbiamo cercato di capire dove siamo e dove vogliamo andare.

E adesso, quasi senza lasciarci il tempo di fermarci, la Torà ci dice:

בַּסֻּכֹּת תֵּשְׁבוּ שִׁבְעַת יָמִים

«Nelle sukkot dimorerete per sette giorni.»
(Vayikrà 23,42)

È straordinario.

Dopo i giorni più solenni dell’anno, dopo la confessione, il digiuno, la preghiera, il giudizio, non ci viene detto semplicemente: «Avete fatto Teshuvà, adesso siete perdonati.»

Ci viene detto: costruite una casa e venite ad abitarci.

E forse proprio qui si trova uno dei messaggi più profondi di Succot.

La Teshuvà non è soltanto pentirsi: è cambiare direzione

La parola Teshuvà, תשובה, viene dalla radice שוב,«tornare».

Ma tornare non significa necessariamente tornare indietro.

A volte tornare significa ritrovare la direzione.

La Torà dice:

וְשַׁבְתָּ עַד ה׳ אֱלֹהֶיךָ

«E ritornerai verso il Signore, il tuo D-o.»
(Devarim 30,2)

E il profeta Hoshea ci dice:

שׁוּבָה יִשְׂרָאֵל עַד ה׳ אֱלֹהֶיךָ כִּי כָשַׁלְתָּ בַּעֲוֹנֶךָ

«Ritorna, Israele, verso il Signore tuo D-o, perché sei inciampato nella tua colpa.»
(Hoshea 14,2)

Notiamo una cosa importante: il profeta non dice «sei perduto». Dice: hai inciampato.

Inciampare significa che sei caduto dalla tua direzione, ma significa anche che puoi rialzarti e riprendere a camminare.

La Teshuvà, quindi, non è soltanto il rimorso per ciò che abbiamo fatto. È la decisione di dire:

da questo momento voglio camminare diversamente.

E forse per questo la Teshuvà non è soltanto una delle grandi idee dell’ebraismo: è una delle grandi speranze dell’ebraismo.

Il Talmud, in Yoma 86b, mette in bocca a Rabbì Shimon ben Lakish una frase straordinaria:

גדולה תשובה

«Grande è la Teshuvà.»

E spiega che attraverso la Teshuvà persino le colpe possono essere trasformate: secondo il livello della Teshuvà, possono essere considerate come errori, e addirittura, nella Teshuvà meahavà, fatta per amore, possono trasformarsi in zechuyot, in meriti.

(Yoma 86b)

È un’idea quasi rivoluzionaria.

Il passato non deve necessariamente essere una prigione.

Una persona può guardare ciò che è stato e dire:

non posso cambiare ciò che ho fatto, ma posso cambiare ciò che quel passato farà di me.

Posso trasformare un errore in consapevolezza. Una caduta in umiltà. Una ferita in sensibilità verso gli altri. Un fallimento in una nuova direzione.

Questo è il senso profondo della Teshuvà.

E non a caso i Maestri dicono:

במקום שבעלי תשובה עומדין, צדיקים גמורים אינם עומדין

«Nel luogo in cui stanno coloro che hanno fatto Teshuvà, neppure i giusti perfetti possono stare.»
(Berakhot 34b, Talmud)

Perché chi ha fatto Teshuvà conosce una cosa che chi non è mai caduto forse non può conoscere nello stesso modo:

conosce la possibilità di ricominciare.

Molti di noi conoscono il verbo LEITBARBER che si usa durante i Nivutim (le marce a tappe che si fanno per esercitarsi ad arrivare in un luogo preciso e ben definito).

Spesso ci si sbaglia strada, non si identificano bene i segnali che la natura ci offre per orientarci: un monte che di notte «sparisce» inghiottito da un monte più alto sullo sfondo, un torrente in secca che avevamo preso come punto di riferimento ed il cui ghiaino non «suona» abbastanza rumorosamente sotto gli stivali, un wadi che non è quello che ci deve portare alla meta e che, pur non avendo l’esatta inclinazione che avevamo studiato sulla mappa, ci sembra quello giusto e seguendolo ci perdiamo.

Tutto questo in slang militare si chiama LEITBARBER.

Per i molti che non lo sanno, l’etimologia della parola viene da BARBUR, cigno. E noi, stanchi e preoccupati, giriamo in tondo, al buio e con il tempo che sta per scadere, proprio come cigni che girano in tondo nel laghetto, senza arrivare da nessuna parte.

In questo caso l’unica soluzione possibile è TORNARE ALL’ULTIMO PUNTO SICURAMENTE CONOSCIUTO E RICONOSCIBILE e da lì ripartire.

Costa tempo, costa fatica, è un duro colpo alla nostra dignità e sicumera di sayarim (esploratori) provetti, ma è l’unica cosa giusta e sensata da fare.

Questa è Teshuvà, tornare alle radici e da lì ripartire secondo le vie che abbiamo studiato... La Torà.

E poi arriva Succot

Ed è proprio qui che Succot diventa la continuazione naturale dei giorni che abbiamo appena vissuto.

Il Midrash, in Vayikrà Rabbà 30,7, racconta una bellissima parabola.

Un re arriva in una città per riscuotere un debito.

Prima che arrivi, escono i grandi della città e lo salutano. Il re condona loro una parte del debito.

Poi escono le persone comuni: un’altra parte viene condonata.

Quando finalmente il re entra nella città, escono tutti: uomini, donne e bambini. E allora il re dice:

מה דאזל אזל, מן הכא נחיל חושבנא

«Quello che è passato, è passato; da qui in avanti cominciamo il conto.»

Il Midrash applica questa parabola al periodo che va da Rosh Hashanà a Yom Kippur e poi dice una cosa bellissima:

ומיום הכפורים עד החג כל ישראל עסוקין במצות, זה עוסק בסוכתו וזה בלולבו

«Da Yom Kippur fino alla festa, tutto Israele è occupato nelle mizvot: uno nella sua Sukkà, l’altro nel suo lulav.»

E il primo giorno di Succot diventa così ראשון לחשבון עונות, il primo giorno di un nuovo conto.

(Vayikrà Rabbà 30,7)

È una bellissima immagine.

Yom Kippur chiude una porta.

Succot ne apre un’altra.

Ma soprattutto: non basta aver chiuso la porta del passato. Bisogna sapere dove entrare.

E la Torà ci dice: entra nella Sukkà.

La Sukkà: una mizvà nella quale entriamo con tutto il corpo

Ci sono mizvot che facciamo con una parte del nostro corpo.

Con la bocca recitiamo una berachà. Intorno al braccio avvolgiamo i Tefillin. Con gli occhi leggiamo la Torà. Con le mani diamo la tzedakà.

Ma Succot ha qualcosa di completamente diverso.

La mizvà è abitare dentro una mizvà.

Non prendiamo la Sukkà in mano. Non la osserviamo soltanto.

Ci entriamo.

La Torà dice:

בַּסֻּכֹּת תֵּשְׁבוּ

«Nelle sukkot dimorerete.»

E i nostri Maestri insegnano:

תשבו כעין תדורו

«Dimorate nella Sukkà come dimorate nella vostra casa.»
(Sukkà 26b-28b)

Per sette giorni portiamo nella Sukkà ciò che normalmente appartiene alla nostra casa: mangiamo, beviamo, studiamo, conversiamo, riposiamo.

La Sukkà diventa così una casa fissa, mentre la nostra casa abituale diventa, per qualche giorno, quasi secondaria.

E qui c’è una grande lezione sulla Teshuvà.

Durante Yom Kippur abbiamo parlato di cambiamento.

A Succot il cambiamento diventa fisico.

Non ci limitiamo a dire che vogliamo vivere diversamente.

Per sette giorni viviamo diversamente.

Cambiamo casa. Cambiamo ambiente. Cambiamo prospettiva.

Entriamo sotto un tetto che non è davvero un tetto.

Ci sediamo in una struttura che sappiamo essere temporanea.

E proprio attraverso questa precarietà impariamo qualcosa sulla nostra vita.

La Sukkà ci ricorda che ciò che chiamiamo «casa», «sicurezza», «possesso», «stabilità» è molto meno assoluto di quanto immaginiamo.

Il vero senso di sicurezza non può dipendere soltanto dai muri che abbiamo costruito.

La Sukkà ha pareti, ma ha anche un’apertura verso il cielo.

E forse è questo che ci insegna: una casa ebraica non è soltanto un luogo che ci protegge dal mondo; è anche un luogo dal quale possiamo guardare verso l’alto.

La Sukkà è temporanea, ma non è fragile

C’è una contraddizione apparente.

La Sukkà è una struttura provvisoria.

Eppure la Torà ci chiede di considerarla la nostra casa per sette giorni.

Il Talmud, in Sukkà 28a, dice che durante quei sette giorni bisogna fare della Sukkà la propria dimora stabile e della casa la propria dimora provvisoria.

È una delle grandi inversioni di prospettiva di Succot.

Quello che pensavamo stabile diventa provvisorio.

Quello che pensavamo provvisorio diventa casa.

E forse questo vale anche per la Teshuvà.

Noi spesso pensiamo che per cambiare dobbiamo prima essere diventati persone perfette.

La tradizione ebraica ci dice quasi il contrario:

comincia a vivere diversamente e, vivendo diversamente, diventerai diverso.

Non aspettare di essere perfetto per entrare nella Sukkà.

Entra nella Sukkà e lascia che la Sukkà ti trasformi.

כל ישראל ראויים לישב בסוכה אחת

E qui arriviamo a un altro elemento straordinario.

La Sukkà non è soltanto il luogo nel quale entra l’individuo.

È anche il luogo nel quale entra la comunità.

Il Talmud, in Sukkà 27a, interpreta il versetto:

כָּל הָאֶזְרָח בְּיִשְׂרָאֵל יֵשְׁבוּ בַּסֻּכֹּת

«Tutti i cittadini d’Israele dimoreranno nelle sukkot.»

E i Maestri dicono:

מלמד שכל ישראל ראויים לישב בסוכה אחת

«Questo insegna che tutto Israele è degno di sedere in una sola Sukkà.»
(Sukkà 27a)

Che immagine straordinaria.

Non dice che tutti gli ebrei sono uguali.

Non dice che tutti pensano allo stesso modo.

Non dice che tutti hanno lo stesso livello di conoscenza, di osservanza, di sensibilità o di carattere.

Dice qualcosa di più profondo:

possono stare nella stessa Sukkà.

E forse proprio questo è il significato della comunità.

Una comunità non è un gruppo di persone che si assomigliano.

È un gruppo di persone diverse che accettano di condividere uno spazio, una responsabilità e un destino.

Ed è qui che i quattro minim entrano nel nostro discorso.

I quattro minim: quattro modi di essere ebrei

La Torà ci dice:

וּלְקַחְתֶּם לָכֶם בַּיּוֹם הָרִאשׁוֹן פְּרִי עֵץ הָדָר כַּפֹּת תְּמָרִים וַעֲנַף עֵץ עָבֹת וְעַרְבֵי נָחַל

«Prenderete per voi, nel primo giorno, il frutto dell’albero hadar, i rami della palma, il ramo dell’albero intrecciato e i salici del fiume.»
(Vayikrà 23,40)

Abbiamo quattro specie completamente diverse.

L’etrog, il frutto. Il lulav, la palma. L’hadas, il mirto. La aravà, il salice.

Diversi per forma. Diversi per colore. Diversi per habitat. Diversi per profumo. Diversi per sapore. E anche diversi per il loro uso naturale.

L’etrog è un frutto che si mangia, la palma ci offre i datteri, il mirto è soprattutto una pianta aromatica. Il salice non ha né odore né sapore ma ci può indicare da lontano dove si trova l’acqua.

La tradizione rabbinica vede in questa diversità una straordinaria metafora del popolo ebraico.

Il Midrash, in Vayikrà Rabbà 30,12, dice:

L’etrog possiede sapore e profumo.

Il lulav, attraverso il frutto della palma, possiede sapore ma non profumo.

L’hadas possiede profumo ma non sapore.

La aravà non possiede né sapore né profumo.

E il Midrash li paragona a quattro tipi di persone in Israele:

chi possiede Torà e buone azioni;
chi possiede Torà ma non buone azioni;
chi possiede buone azioni ma non Torà;
e chi non possiede né l’una né l’altra.

(Vayikrà Rabbà 30,12)

Ma ciò che conta veramente non è la classificazione.

È ciò che viene dopo.

Il Santo Benedetto dice:

יוקשרו כולם אגודה אחת

«Che siano tutti legati insieme in un’unica unione.»

E il Midrash conclude:

והן מכפרין אלו על אלו

«E gli uni espiano per gli altri.»
(Vayikrà Rabbà 30,12)

Questa è una delle immagini più potenti che abbiamo della comunità ebraica.

L’etrog non può dire al salice: «Tu non sei come me, quindi non appartieni.»

Il lulav non può dire all’hadas: «Io ho ciò che tu non hai.»

Perché nel momento in cui separiamo uno dei quattro, non abbiamo più i quattro minim.

La mizvà non chiede di scegliere quello che ci piace di più.

Chiede di prenderli insieme.

Non siamo tutti uguali, e proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri.

Forse questo è un messaggio particolarmente importante per una comunità.

Ognuno di noi possiede qualcosa. E ognuno di noi manca di qualcosa.

C’è chi ha molta Torà. C’è chi ha una straordinaria capacità di fare chesed. C’è chi sa ascoltare. C’è chi sa insegnare. C’è chi sa pregare. C’è chi sa organizzare. C’è chi entra in una stanza e porta calore. C’è chi non parla molto, ma quando parla dice qualcosa che rimane. C’è chi ha una grande conoscenza e chi possiede una grande sensibilità. E c’è anche chi, forse, oggi sente di essere lontano.

Il messaggio dei quattro minim non è: «Diventate tutti etrogim.»

È: «State insieme.»

Perché il popolo ebraico non è costruito sulla perfezione dei singoli.

È costruito sulla connessione tra i singoli.

E forse c’è un’altra lettura

Possiamo anche leggere i quattro minim non come quattro tipi di ebrei, ma come quattro dimensioni presenti dentro ciascuno di noi.

A volte siamo etrog. A volte siamo lulav. A volte siamo hadas.

E a volte siamo aravà.

Abbiamo giorni in cui la Torà e le nostre azioni sono in armonia.

Altri giorni in cui sappiamo molto ma facciamo poco.

Altri ancora in cui facciamo del bene senza avere ancora trovato le parole, la conoscenza o la profondità che vorremmo.

E ci sono momenti in cui ci sentiamo vuoti.

Anche allora, però, apparteniamo all’insieme.

Forse è proprio questa la ragione per cui il Midrash non dice che bisogna scegliere tre dei quattro.

Dice:

יוקשרו כולם אגודה אחת

Legateli tutti insieme.

È il passaggio dal “me” al “noi”

Ed ecco allora che il percorso di questi giorni diventa completo.

A Rosh Hashanà abbiamo guardato dentro noi stessi.

A Yom Kippur abbiamo fatto Teshuvà.

A Succot usciamo da noi stessi ed entriamo nella Sukkà.

E dentro la Sukkà scopriamo che non siamo soli.

Poi prendiamo i quattro minim e li teniamo insieme.

Prima ancora di parlare di una comunità ideale, la Torà ci mette in mano una realtà concreta:

quattro cose diverse che devono stare insieme.

E questo forse è il passaggio più importante:

la Teshuvà comincia con la domanda:

«Che cosa devo cambiare io?»

Succot aggiunge una seconda domanda:

«Con chi voglio condividere il mio cambiamento?»

Perché non basta diventare una persona migliore.

Dobbiamo diventare anche una comunità migliore.

Non basta chiedere selichà a D-o. Dobbiamo anche imparare a chiedere selichà alle persone.

Non basta correggere il rapporto tra l’uomo e D-o.

Dobbiamo correggere anche il rapporto tra adam lachaverò.

E non basta dire «l’anno prossimo sarò diverso».

Dobbiamo costruire una Sukkà nella quale il nostro modo diverso di vivere possa realmente cominciare.

La Sukkà è una promessa

La Sukkà è fragile. Il vento può muoverla. La pioggia può farci uscire. Il tetto non è completamente chiuso. Eppure ci sediamo dentro con gioia.

Perché Succot ci insegna che non dobbiamo aspettare che il mondo sia perfetto per essere felici.

La Torà dice:

וּשְׂמַחְתֶּם לִפְנֵי ה׳ אֱלֹהֵיכֶם שִׁבְעַת יָמִים

«Gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni.»
(Vayikrà 23,40)

E nel libro di Devarim leggiamo:

וְשָׂמַחְתָּ בְּחַגֶּךָ... וְהָיִיתָ אַךְ שָׂמֵחַ

«Gioirai nella tua festa... e sarai soltanto gioioso.»
(Devarim 16,14-15)

Non perché tutto nella nostra vita sia perfetto.

Ma perché abbiamo imparato qualcosa nei giorni precedenti:

la possibilità di ricominciare è già una ragione per essere felici.

Forse questo è ciò che Succot ci chiede

Dopo aver chiesto a D-o di perdonarci, chiediamoci se sappiamo perdonarci anche noi.

Dopo aver promesso di cambiare, troviamo il coraggio di fare un primo passo.

Dopo aver guardato dentro di noi, guardiamo anche chi ci sta accanto.

E quando prendiamo il lulav e l’etrog, ricordiamoci che non stiamo semplicemente prendendo quattro specie.

Stiamo prendendo un’immagine di noi stessi.

L’etrog. Il lulav. L’hadas. La aravà.

Diversi per forma, profumo, sapore, colore e funzione.

Ma destinati, proprio nella loro diversità, a diventare una sola אגודה, un solo insieme.

E forse questa è la grande risposta di Succot alla domanda della Teshuvà.

La Teshuvà ci insegna: puoi ricominciare.

La Sukkà ci insegna: puoi vivere diversamente.

I quattro minim ci insegnano: non devi farlo da solo.

E allora possiamo entrare nella Sukkà con una preghiera semplice:

che il nuovo anno ci dia la forza di cambiare ciò che possiamo cambiare,

la saggezza di accettare ciò che non possiamo cambiare,

e soprattutto la capacità di non dimenticare mai che, per quanto diversi possiamo essere,

siamo parte della stessa Sukkà, della stessa comunità e dello stesso Popolo.

Che possiamo entrare nella Sukkà non soltanto con il nostro corpo, ma con tutto ciò che siamo.

E che quando usciremo da essa, tra sette giorni, possiamo essere un po’ diversi da come siamo entrati.