Nei libri di Chassidut compare l’idea che ciò che è nascosto a Rosh Hashanà e Yom Kippur si riveli a Sukkot.

Passiamo dai Yamim Noraim alla festa di Sukkot. Questo passaggio è un movimento da ciò che è limitato e definito verso l’uscita dai confini e dai limiti. I Yamim Noraim, sia dal punto di vista del giudizio e della giustizia sia da quello del perdono e dell’espiazione, appartengono alla dimensione dei confini e delle misure. A Sukkot, invece, i confini si aprono.

Sukkot è chiamata Zeman Simchatenu, il tempo della nostra gioia. La gioia, per sua natura, non ha confini: è un’irruzione, un’uscita dai limiti e dalle definizioni.

Un’allusione a questo concetto viene individuata nei libri nel versetto:

שְׂמֹאלוֹ תַּחַת רֹאשִׁי וִימִינוֹ תְּחַבְּקֵנִי
«La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia».

«La sua sinistra è sotto il mio capo» — sono i Yamim Noraim, Rosh Hashanà e Yom Kippur.

«La sua destra mi abbraccia» — è Sukkot.

Un’allusione è stata trovata persino nelle halachot della Sukkà. Le pareti necessarie perché una Sukkà sia valida sono due pareti complete e una terza anche soltanto di un tefach. Questa forma, due pareti e un tefach, ricorda anche la forma di un braccio che abbraccia: si piega al gomito e si chiude con la mano.

In altre parole, la Sukkà stessa è come un abbraccio dall’Alto.

Se la «sinistra» esprime il timore del giudizio — la sinistra corrisponde al din — la «destra» esprime invece l’abbraccio: la destra del chessed, che avvicina, accarezza e avvolge durante la festa di Sukkot.

Il movimento della qualità del chessed consiste nell’espandersi dal centro verso l’esterno. Anche nella gioia ritroviamo lo stesso movimento: uscire e irrompere fuori dallo spazio chiuso, espandersi e aprirsi verso uno spazio più ampio.

Per questo durante tutti i giorni di Sukkot recitiamo l’Hallel completo, nel quale diciamo:

מִן הַמֵּצַר קָרָאתִי יָּהּ עָנָנִי בַמֶּרְחָב יָהּ
«Dallo spazio angusto ho invocato Dio; Dio mi ha risposto nello spazio aperto».

Il metzar, lo spazio angusto, appartiene alla dimensione del din: è il mondo dei confini definiti e limitanti. Il merchav, lo spazio aperto, è invece la sensazione della gioia che nasce proprio dall’uscita dal metzar.

Il ciclo di Rosh Hashanà, Yom Kippur e Sukkot è quindi un processo di uscita.

Rosh Hashanà è il giudizio severo nel quale il mondo deve essere misurato e nel quale deve prepararsi. Yom Kippur è la leva del cambiamento: la sua essenza è la purificazione, il perdono del peccato, l’inizio di un tempo nuovo.

Ma Yom Kippur stesso è un giorno pesante, un giorno carico di tensione.

A Sukkot arriva invece la gioia della liberazione, dell’uscita dal metzar verso il merchav. Sukkot è il compimento del processo: l’uscita dallo spazio angusto verso quello aperto, dal limite del din allo spazio della misericordia e del chessed.

Shabbat è un tempo di serenità e quiete, beahavà uveratzon. La gioia va ancora oltre: supera la semplice sensazione di quiete per diventare la percezione di qualcosa di preciso e definito per cui siamo felici.

La gioia di Sukkot arriva fino a:

וּשְׁאַבְתֶּם מַיִם בְּשָׂשׂוֹן
«Attingerete acqua con gioia».

Sasson è la gioia interiore, più profonda, quando irrompe verso l’esterno. Quando non rimane soltanto nel pensiero, come una prima scintilla, ma esce e si manifesta: questo è she’ivat hamayim besasson.

Per questo Sukkot è anche Sukkat Shlomecha, la «Sukkà della Tua pace»: esprime l’unione generale della realtà, di Israel e di tutti i popoli che vengono al Bet HaMikdash; delle acque inferiori, che anch’esse salgono come offerta sull’altare; della gioia e del sasson dell’intera realtà che giunge alla liberazione.