Non a caso, secondo i nostri antichi maestri, la grande adunanza convocata per ordinare i lavori del Tabernacolo (Esodo XXXV) si apre con l'ordine di osservare il sabato e si comminano gravissime sanzioni contro i trasgressori del riposo festivo.

Iddio avrebbe detto a Moshé:

«Convoca assemblee di popolo e spiega loro le norme relative al sabato, affinché le generazioni future imparino a radunarsi ogni sabato ed a raccogliersi nelle case di studio per insegnare ai figli d'Israele le parole della Torà intorno a ciò che è lecito e a ciò che è proibito, affinché il Mio Nome grande sia lodato fra le genti.» (Jalqùt)

Da questa contiguità tra la legge sabbatica e la costruzione del Tabernacolo, la tradizione deduce che i lavori proibiti di sabato sono appunto quelli che si resero allora necessari per la erezione del Tabernacolo stesso.

Questi lavori vengono elencati nella Mishnà di Shabbat (7, 17) in numero di trentanove e vanno dalla rimozione del terreno al trasporto di qualsiasi oggetto o materiale.

Essi si chiamano «lavori principali» (Avòt melakhòt), a cui vanno aggiunti quelli che ne sono la conseguenza e la derivazione (Toladot), cioè lavori analoghi o simili.

Per disposizione rabbinica è inoltre proibito rimuovere oggetti che servono a compiere azioni vietate di sabato, ad esempio il denaro (Mukzeh).

Di questi divieti trattano espressamente la Mishnà di Shabbat con i suoi ventiquattro capitoli (che i nostri antichi avevano l'uso di recitare ogni sabato insieme al Cantico dei Cantici) ed i ritualisti posteriori, sì che l'osservanza del sabato è regolata da norme molto complesse che non ci è consentito esporre nel breve spazio di questa nota.

A questi divieti si fanno due importanti eccezioni: quelle del malato in pericolo di vita e della cerimonia della Circoncisione, per i quali è lecito prevaricare le norme del riposo sabbatico.

Qualche moderno studioso ha preteso trovare qualche cosa di simile al sabato ebraico presso i babilonesi, ma i giorni sette, quattordici, ventuno e ventotto del mese, che presso quel popolo erano giorni di riposo, rappresentavano in sostanza giorni nefasti nei quali essi si astenevano dal mangiare carne arrostita, dal cambiarsi gli abiti e dall'andare in carrozza; erano, in una parola, giorni di tristezza ben diversi dal sabato ebraico che il profeta chiama giorno di spirituale letizia (Isaia 58, 13).

Il Sabato è una creazione originale dell'ebraismo offerta da esso in dono, come tante altre sue cose, agli altri popoli, cristiani e musulmani, i quali non hanno fatto altro che spostare il loro giorno di riposo o alla domenica o al venerdì, attenuandone più o meno il severo carattere.

Alcune sette cristiane, sia fra i protestanti che fra i cristiani orientali (etiopi), riconoscono ancora il sabato come loro giorno festivo.

Però solo l'ebreo, col suo modo caratteristico di osservarlo, si è formato un animo sabbatico; anzi ha acquistato in quel giorno, secondo una concezione altamente poetica, una seconda anima, cioè un supplemento di spiritualità.

Per gli ebrei il sabato ha avuto sempre un valore fondamentale.

Per Jehudà ha-Levì (Kuzari III, 10) esso è un dono prezioso che Iddio ha fatto ad Israele e che ha contribuito a mantenerlo in vita ed a perpetuare negli ebrei la loro unità nazionale.

L'osservanza di questo giorno di riposo e di gioia ha fatto sì che nessun ebreo si sia inteso solo o straniero nel mondo, ma abbia sempre inteso di essere parte di un popolo vivente.

I numerosi viaggiatori ebrei, che negli oscuri secoli del Medioevo hanno visitato le più remote contrade, sono tutti concordi nel descrivere la commovente accoglienza e il sentimento fraterno con cui furono accolti nelle Comunità da loro incontrate.

Più che le persecuzioni è stato questo senso che ha permesso di conservare fino ad oggi l'unità di Israele.