“Iddio benedisse il settimo giorno e lo santificò; poiché in esso cessò da tutta l’opera sua, che Dio avea creata per fare.” (Genesi II,3)
Lo Shabbat, che corona l’opera della creazione dalla quale ripartiamo questa settimana, è da sempre stato distinto con preghiere speciali, in larga parte differenti da quelle dei giorni feriali. Solo nel XVI secolo dell’era volgare però si diffonde da Safed, pressoché in tutte le comunità, l’uso di accogliere lo Shabbat con i brani oggi conosciuti come kabalat shabbat. Nella tradizione mantenuta nella Comunità di Roma compare una piccola “variante” sulla quale vorrei ragionare.
Immediatamente dopo il Lechà Dodì e prima del Salmo Mizmor Shir leYom HaShabbat compare l’espressione:
בָּרוּךְ יְהוָה אֲשֶׁר נָתַן מְנוּחָה לְעַמּוֹ יִשְׂרָאֵל ביום שבת קודש.
“Benedetto il Signore che ha dato riposo al Suo popolo Israele nel sacro giorno dello Shabbat”
La stessa frase compare al termine del Kiddush che si fa nella Sinagoga e per estensione anche nelle case per quanto secondo i più essa rappresenta una interruzione e bisogna fare attenzione a bere dopo mekadesh haShabbat e quindi prima di dirla.
In maniera assai curiosa questa frase non compare nelle versioni antiche del Machazor di rito romano e sembrerebbe essere una influenza del rito spagnolo che in alcune sue varianti la adotta. Essa compare infatti (nella sola tefillà e non per il Kiddush) in alcune comunità spagnole, nelle comunità dei balcani e nel rito di Romania (che con il nostro ha numerosi punti di contatto).
La fonte per questa espressione è chiaramente il verso:
בָּרוּךְ יְהוָה אֲשֶׁר נָתַן מְנוּחָה לְעַמּוֹ יִשְׂרָאֵל כְּכֹל אֲשֶׁר דִּבֵּר לֹא־נָפַל דָּבָר אֶחָד מִכֹּל דְּבָרוֹ הַטּוֹב אֲשֶׁר דִּבֶּר בְּיַד מֹשֶׁה עַבְדּוֹ׃
“Benedetto il Signore che ha dato riposo al Suo popolo Israele secondo tutto quanto ha parlato; non è caduta una parola di tutta la sua buona parola che ha parlato per mano di Moshè suo servo.” (Re I VIII, 56)
Si tratta di un verso tratto dalla preghiera del re Salomone nell’inaugurazione del Santuario. Il verso per esteso compare invece proprio nel nostro Mahazor (fin dalla primissima edizione di Soncino del 1485 - nella foto - e nei manoscritti precedenti) alla fine della preghiera di Arvit, uscendo dalla Sinagoga. Così anche nell’antico rito di Ertz Israel e nel minagh di Aleppo.

Rashì in loco commenta:
כְּכֹל אֲשֶׁר דִּבֵּר. וְהֵיכָן דִּבֵּר: וְהֵנִיחַ לָכֶם מִכָּל אוֹיְבֵיכֶם.
“Secondo tutto quanto ha parlato: e dov’è che ha parlato? E vi darà tregua da tutti i vostri nemici.” (Deuteronomio XII,10)
Si tratta quindi evidentemente di un riferimento a una forma di riposo geopolitico. Salomone fa riferimento al fatto che il Signore ha mantenuto la promessa di dare tregua al popolo una volta stanziato in Terra d’Israele.
Lo stesso si evince dal verso precedente in effetti:
כִּי לֹא־בָאתֶם עַד־עָתָּה אֶל־הַמְּנוּחָה וְאֶל־הַנַּחֲלָה אֲשֶׁר־יְהוָה אֱלֹהֶיךָ נֹתֵן לָךְ׃
“Poichè non siete giunti fino ad ora al riposo ed al retaggio che il Signore vostro D. vi da.” (Deuteronomio XII,9)
Anche qui Rashì (sulla base del Midrash e del Talmud in TB Zevachim 119) intende il riposo come un riferimento al Santuario di Shilò e il retaggio come a quello di Gerusalemme. Fin qui nessun riferimento quindi allo Shabbat.
Il rapporto tra il riposo “territoriale” e quello sabbatico è invece sancito in un notissimo passo talmudico che compare a pagina 118 del trattato di Shabbat.
אמר רבי יוחנן משום רבי יוסי כל המענג את השבת נותנין לו נחלה בלי מצרים שנאמר אז תתענג על ה׳ והרכבתיך על במתי ארץ והאכלתיך
“Ha detto Rabbì Jochannan a nome di Rabbì Josì: ‘Chiunque si delizi nello Shabbat, gli viene dato un retaggio senza limiti come è detto ‘allora ti delizierai del Signore e ti farà salire sulle alture della terra e mangerai (il retaggio di Jacov tuo padre)’”
Il riferimento è all’oneg Shabbat, la delizia del Sabato, una delle mizvot della giornata (istituita dai Profeti) che impone di rendere deliziosa la giornata con cibi prelibati e tutti i piaceri fisici permessi. La ricompensa per questa mizvà sembrerebbe essere un retaggio senza limiti della Terra d’Israele.
Così intende la questione anche il Mahazor di Vitri che infatti usa il nostro verso Benedetto il Signore che ha dato riposo al Suo popolo Israele, come un riferimento al riposo dello Shabbat.
Il Piskè Teshuvot fa un ulteriore passo logico e riporta una domanda del libro Torat Shabbat che si chiede come mai non si recita una berachà sulla mizvà dell’oneg shabbat. A ciò si risponde dicendo che in primo luogo non c’è una misura specifica per la mizvà il che rende impossibile recitarvi una berachà anche se c’è chi dice che la berachà è inclusa in quella del lume o nello stesso kiddush. Il Piskè Teshuvot aggiunge che c’è chi, cantando la strofa Benedetto il Signore che ha dato riposo al Suo popolo Israele che compare nel canto dello Shabbat “Kol Mekadesh”, hanno l’intenzione di dire la benedizione sul precetto dell’oneg shabbat. Si tratta di un canto composto dal Rabbino italiano Rabbì Moshè ben Kalonimos e diffuso in molte comunità. Secondo questa lettura quindi il nostro verso sarebbe una sorta di benedizione sull’oneg Shabbat.
Il Ben Jeojadà in loco propone un'interessante lettura della ghemarà. L’oneg Shabbat è la tosefet Shabbat, il tempo feriale che si aggiunge prima e dopo lo Shabbat trasformandolo in Shabbat stesso. Il ragionamento è questo: Shabbat ha dei limiti temporali chiarissimi, noi li stravolgiamo così come da precetto aggiungendo prima e dopo da chol a kodesh. Il premio per ciò e che riceviamo un retaggio senza limiti, così come abbiamo tolto i limiti dello Shabbat.
Stando così si capirebbe anche perché questa benedizione sull’oneg la recitiamo appena prima di Mizmor Shir leYom HaShabbat, perché quello è il momento nel quale il pubblico prende su di sé lo Shabbat (Orach Chajm 261).
Resta da capire come è finita poi da qui alla fine del Kiddush. La mia modesta opinione è che ciò è da ricercare proprio nella frase per esteso che compare nel rito italiano alla fine della tefillà. Abbiamo cioè detto che in sostanza
בָּרוּךְ יְהוָה אֲשֶׁר נָתַן מְנוּחָה לְעַמּוֹ יִשְׂרָאֵל ביום שבת קודש
è la spiegazione del verso intero:
בָּרוּךְ יְהוָה אֲשֶׁר נָתַן מְנוּחָה לְעַמּוֹ יִשְׂרָאֵל כְּכֹל אֲשֶׁר דִּבֵּר לֹא־נָפַל דָּבָר אֶחָד מִכֹּל דְּבָרוֹ הַטּוֹב אֲשֶׁר דִּבֶּר בְּיַד מֹשֶׁה עַבְדּוֹ׃
Viene a dirci che il riposo territoriale è anche il riposo dello Shabbat, è la stessa radice. Quindi le due frasi sono intercambiabili.
Al termine della tefillà al Tempio è stato poi inserito il Kiddush dopo il quale compare immediatamente, come previsto nel Machazor romano, proprio il verso per esteso che in qualche modo, nella sua forma contratta esplicativa, è stato accorpato al Kiddush stesso.
In ogni modo mi sembra sia una piccola perla della nostra tradizione da conservare gelosamente, soprattutto oggi che la misericordia del Signore ci ha concesso di mettere assieme la menuchà dello Shabbt con la menuchà di Eretz Israel.