Nota della Redazione

La seguente derashà fu pronunciata da Rav Riccardo Pacifici, Rabbino Capo di Genova, il primo giorno di Rosh HaShanà 5704 (1 ottobre 1943). Poco più di un mese dopo, il 3 novembre 1943, Rav Pacifici venne arrestato insieme a una parte significativa della Comunità ebraica di Genova, deportato ad Auschwitz e assassinato all'arrivo, l'11 dicembre 1943. La consapevolezza di questi eventi conferisce oggi alle sue parole un'intensità e un valore storico straordinari.


Mai, forse, in nessun Rosh ha-Shanà, il nostro Tempio è stato così deserto e abbandonato e non ho visto, come di consueto, l'afflusso dei fratelli alla Casa del Signore; per contro, mai come in questo Rosh ha-Shanà noi vi siamo entrati con l'animo così appassionato e fervente di ardore religioso, col desiderio intenso di trovarci vicino a Dio e di trovare in Lui pace e conforto.

Possiamo ben dire di essere noi, qui riuniti, gli autentici rappresentanti di quella comunità d'Israele che mai dimentica se stessa, anche nelle più gravi e dolorose vicende della vita.

Perché è certamente vero che questo resterà forse il più grave, il più triste Rosh ha-Shanà di questo periodo di guerra e forse di tutta la nostra vita; ma appunto per ciò noi abbiamo oggi l'occasione di valutare tutta la profondità e la pienezza del sentimento religioso che pervade le Tefillot di queste giornate, perché anche per noi è giunta un'ora seria e difficile della vita e di solito mai come nei più tristi frangenti l'animo umano si sente vicino a Dio e anche ad incontrarsi con Lui.

Gravi avvenimenti si sono determinati nel corso di questo anno ebraico; gravi per l'umanità e per Israele. Dinanzi al succedersi rapido ed incalzante di questi avvenimenti, il nostro animo è rimasto sconvolto, turbato, oppresso; spesso noi abbiamo perso il controllo di noi stessi.

Sfiducia e smarrimento sono i due termini in cui si può riassumere la vita degli uomini in questi duri tempi: il fallimento di tutti gli ideali, le aspirazioni, le mete che gli uomini si erano tracciati nei loro deboli e vacui programmi terreni; la catastrofica esperienza di una guerra che tutte le altre ha superato per vastità di estensione e per le proporzioni dei suoi effetti micidiali; tutto ciò ha ingenerato negli animi un senso di profondo disagio spirituale e come una rinuncia a quella specifica funzione che l'uomo ha sulla terra; per contro nessun contenuto di vita profondamente spirituale ha potuto occupare gli animi e perciò un senso di sbigottimento si è ingenerato e diffuso e, purtroppo dobbiamo dire che anche noi, figli d'Israele, non abbiamo fatto eccezione e ci siamo anche noi abbandonati in preda all'angoscia e al tormento.

E questo è ancora, anzi proprio ora, lo stato d'animo in cui versano gran parte dei nostri fratelli; ma dove è allora quella forza dell'anima ebraica, quella capacità di resistenza che lo spirito ebraico aveva da secoli ereditato dai padri e che si era temprata alle più dure prove?

Ma dove è quello spirito di sacrificio e di rinuncia, di fede e di abnegazione all'idea che pure noi abbiamo imparato a conoscere, ad ammirare nelle pagine meravigliose della storia d'Israele?

È forse questa la riprova del forte decadimento della nostra religiosità?

Un fatto è certo: che molti, forse troppi di noi, sono stati inferiori a loro stessi, dimenticando le più grandi verità della vita d'Israele e le più grandi esperienze della nostra storia: la vita e la storia d'Israele ci hanno sempre insegnato l'alternarsi della dura e della fausta sorte, ci hanno sempre fatto conoscere la precarietà e la caducità di queste terrene vicende a cui invece noi diamo straordinaria importanza; esse ci hanno insegnato invece l'eternità dello spirito e la sopravvivenza dell'idea di Israele.

Se noi uomini siamo soggetti ed esposti al bene e al male, alla fortuna e alla sfortuna, alla vita e alla morte, sono verità che mai dovremmo dimenticare, anche se siamo così disperatamente attaccati alla vita nel suo significato più materiale e terreno; sono verità che ci vengono rilevate in modo eloquente da queste solenni giornate, anzi da queste tremende giornate, Yamim Noraim, che stiamo attraversando e celebrando, della cui severa denominazione ora possiamo misurare tutto il significato.

Severe e tremende giornate perché in esse si pesano i destini degli uomini e dei popoli, perché in esse si decide la sorte degli individui, la sorte delle collettività; e noi in questi ultimi anni abbiamo avuto la riprova che proprio nel giro di questo periodo si sono verificati grandi eventi e grandi decisioni.

Ebbene, dopo un anno di travaglio, eccoci di nuovo al traguardo, eccoci di nuovo dinanzi al Tribunale celeste e dinanzi a quel Padre che noi ardentemente invochiamo, ma della cui grande giustizia e verità mai dovremmo dubitare.

Ora proprio in questi giorni in cui noi dovremmo astrarci dal mondo e chiuderci nel nostro io più vero, proprio in questi giorni di preghiera e di ravvedimento, noi dovremmo ricordare che in mezzo a tanta rovina, a tante distruzioni e a tante delusioni, una cosa è rimasta intatta e inviolata, una cosa sacra, alta e pura: la nostra coscienza.

In mezzo alle sparizioni di tanti beni, noi dovremmo ricordare questo, che è il nostro bene più prezioso e più caro, veramente eterno, di fronte alla vanità di tutto.

Noi possediamo questo bene, ma spesso non sappiamo valorizzarlo: invece proprio ora dovremmo custodirlo, potenziarlo, farne uno scudo e una difesa per le tristi avversità della vita.

La nostra coscienza, la nostra fede, la nostra sicurezza in Dio dovrebbero sempre sostenerci, proprio in queste ore gravi della vita: chi si abbatte, chi prega, chi non resiste, ha perduto la sua coscienza e la sua fiducia nel suo Dio.

"Lo khellè chelèq Ya'aqov" (Geremia 10,16): non così dovrebbe essere la sorte d'Israele.

La coscienza di sé, il valore assoluto ed eterno della vita ha sempre sostenuto Israele nelle sue ore più gravi e così deve essere anche oggi per noi; e ci risuona l'eco del grido appassionato del poeta ebreo che, di fronte alle tragiche esperienze della sua esistenza, esclamava nel duro esilio per sé e per i suoi fratelli di sventura:

"Ma tishtochachì nafshì umà tehemì 'alay; hochìlì le-Elohim"
(Perché sei così triste, anima mia? Perché gemi per me? Spera in Dio). (Salmi 42,12)
"Spera nel Signore"

questo è il grido dell'anima ebraica che non vuole piegare sotto il peso della sventura.

Sperate nel Signore, fratelli vicini e lontani, rivolgetevi a Lui in questi giorni di Tefillàh, implorate la Sua clemenza e il Suo perdono; immergetevi nella profondità di queste nostre sublimi preghiere, di queste accorate invocazioni di cui difficilmente si potrebbe superare la potenza e la sincerità, ritrovate nei loro accenti tutto il pathos dell'anima secolare di Israele, tempratasi a tutte le avversità della vita.

Unitevi a noi nella preghiera e pregate con intensità e commozione nelle vostre case, ovunque vi troviate.

Un'onda di conforto scenderà sui vostri animi e su quelli dei tanti nostri fratelli, infinitamente più di noi provati da questa dura procella della vita.

È vero, purtroppo, che molti dei nostri fratelli hanno dovuto soccombere; è vero che le comunità sono disperse e frazionate; che alcuni dei nostri Templi sono distrutti; è vero che le famiglie sono smembrate e che molte madri sospirano e pregano per i figli lontani; che la desolazione e l'ansia dell'immediato domani amareggiano la nostra esistenza.

Ma è altresì vero che anche le grandi calamità hanno il benefico influsso di temprare e purificare e rafforzare gli animi, riportandoli a Dio; è vero soprattutto che grande e misericordioso è il Padre che è nei cieli, che infinitamente provvidenti e salutari sono le Sue vie e che Egli, anche attraverso la sventura e il dolore, può far nascere e spuntare i germi del conforto e della speranza della vita.

E questa speranza della vita Israele non ha mai perduto, non ha mai dimenticato, anche quando la vita sembrava allontanarsi da lui.

Questa speranza di vita noi ricordiamo nel grido appassionato:

"Zokhrènu le-chayyim, Mèlekh chafètz ba-chayyim"
(Ricordaci per la vita, o Re che ami la vita.)

Con questa verità nel cuore, fatevi forti, fratelli, ed io sono certo che il Dio d'Israele, dei nostri Padri, che ci ha guidati e sorretti fino ad oggi, che ci ha preservati in vita da tanti pericoli e insidie, Egli, Padre clemente e misericordioso, ricorderà ancora noi tutti per la vita in questo fatidico giorno di Rosh ha-Shanà e vorrà benedire noi, le nostre famiglie e i nostri cari e vorrà ancora, come dice il poeta, consolarci un giorno in proporzione di quanto ci ha addolorati, e farà sì che se nel pianto abbiamo seminato, possiamo raccogliere nel giubilo e vedere spuntare presto quell'epoca di shalom, di pace e di salvezza, di conforto e di speranza, di guarigione e di risollevamento, che noi imploriamo nel nostro Qaddish per Israele e per l'umanità:

"Ba'agalà u-vizmàn qarìv."
Presto e ai nostri giorni. Amen