Una parte della parashà di Acharé-Mot è dedicata alle disposizioni riguardanti il giorno di Kippùr e alle cerimonie che si dovevano compiere in quel giorno dal Sommo Sacerdote. Il testo biblico ce ne dà un cenno piuttosto sommario; una trattazione più particolareggiata si trova nella Mishnà (trattato di Jomà) e quindi nel trattato talmudico corrispondente. È questo un esempio fra gli altri dell’ufficio che ha la tradizione orale quale necessario complemento della legge scritta.

La Torà (Levitico, XVI, 29 e segg.) dà le prescrizioni che seguono per il giorno di Kippùr:

«Quale norma eterna, Voi affliggerete nel decimo giorno del settimo mese le vostre persone e non farete alcun lavoro ... perché in quel giorno si compierà per voi l’espiazione, per purificarvi da tutte le vostre colpe; in quel giorno tornerete ad essere puri dinanzi al Signore. Sarà per voi giorno del più assoluto riposo, in cui affliggerete le vostre persone, come norma perpetua».

Non è detto in che cosa debba consistere l’afflizione che è qui ordinata. La tradizione orale (Jomà 8, 1) spiega che l’afflizione implica cinque astensioni, cioè:

1° l’astensione dal cibo e dalla bevanda;

2° dal lavarsi nei modi abituali;

3° dall’ungersi;

4° dal portare scarpe di cuoio;

5° dai rapporti coniugali.

Queste astensioni sono dedotte nel Talmud di Jomà (74b e segg.) da vari passi delle Scritture.

Per l’astensione dal lavoro valgono le stesse norme vigenti per il sabato cioè, a differenza degli altri giorni festivi, non è permessa nel giorno di Kippùr neppure la preparazione del cibo. È esonerato dal digiuno l’ammalato grave, in pericolo di vita.

Il giorno di Kippùr deve indurre al fermo proponimento di emendarsi; chi pecchi facendo assegnamento sul perdono che gli sarà accordato in quel giorno, non lo otterrà. Chi, pur digiunando, persevera nel mal fare, è paragonato dagli antichi maestri (Ta’anìt 16a) a colui che mentre fa un bagno di purificazione, tenga in mano un rettile impuro; se anche si immerge in tutte le acque del mondo il suo bagno non serve a nulla; perché esso valga, è necessario che lo getti via. Solo

«a chi confessa le sue colpe e abbandona (la mala via) sarà usata misericordia»

(Proverbi, 28, 13).

Il giorno di Kippùr può valere ad espiare le colpe che noi commettiamo verso Dio, non però quelle che abbiamo commesso verso il prossimo se non abbiamo ottenuto perdono dalla persona offesa (Jomà, 8, 9). È un’idea che gli antichi Rabbini hanno dedotto dal verso del Levitico XVIII, 30:

«Sarete purificati da tutti i vostri peccati davanti al Signore»,

cioè nei confronti di Dio, ma non nei confronti degli uomini a cui abbiate recato danno od offesa. Perciò nei giorni che precedono il Kippùr si deve chiedere scusa a chiunque fosse stato da noi offeso; allo stesso modo che dobbiamo accordare generosamente il perdono a chi ci abbia offeso, prima di presentarci nel giorno sacro all’espiazione davanti al Signore.

L’Ebreo versa il suo pentimento ed esprime i suoi buoni propositi, senza intercessori o intermediari, nel paterno seno di Dio:

«Voi beati, o Israele; davanti a chi implorate il ritorno alla purità e chi è che vi purifica?»

diceva R. ’Akibà, il grande Maestro del II secolo dopo l’E.V.

«Il Padre vostro che è nei Cieli»

come avvertiva Ezechiele (XXXVII, 25).

«Io verserò sopra di voi acque pure e vi purificherò delle vostre impurità e delle vostre immonde passioni».

Dio aiuta l’uomo a riscattarsi dal peccato e a riconquistare la purezza smarrita. L’uomo — dice un commentatore del Talmud nelle sue chiose all’apostrofe di R. ’Akibà — l’uomo deve cercare da sé stesso di essere santo e puro (cioè di tornare dopo le momentanee cadute sulla via del bene); chi tenta di purificarsi viene aiutato dal Cielo; però accade purtroppo qualche volta che l’uomo non riesca con le sue sole forze a domare le sue cattive inclinazioni e allora Colui che volentieri perdona lo aiuta e lo sostiene nella sua buona volontà e nei suoi tentativi. Chi si rifugia sotto le ali della Divinità viene benignamente accolto ed aiutato a risollevarsi. La misericordia Divina soccorre senza intermediari il penitente, perché possa elevarsi spiritualmente e ritrovare le vie dell’onestà.

Sulle cerimonie che si compivano in quel giorno nel Tempio di Gerusalemme i nostri poeti medioevali (Paitanìm) hanno composto veri poemi liturgici. Ricordiamo fra gli altri José ben José, Jochanàn ha-Cohèn ed altri. Tali composizioni poetiche sono entrate a far parte della liturgia del giorno solenne (nel Séder ha-avodà della preghiera di Musàf) perpetuando così nei secoli il ricordo delle caratteristiche cerimonie compiute in quell’occasione dal Sommo Sacerdote, dopo sette giorni di segregazione e di preparazione (Jomà, 1, 1). Dopo aver compiuto felicemente il complesso cerimoniale, il Sommo Sacerdote appariva, secondo la descrizione fattane da un ignoto poeta medioevale,

«come la limpida volta del Cielo; come una rosa spuntata in un magnifico giardino, come un diadema posto sul capo del Re, come una lucente stella sorta ad oriente, come l’angelo che sta al bivio delle strade».

La descrizione del poeta medioevale riproduce quanto è narrato nel libro apocrifo dell’Ecclesiastico (Cap. 50) intorno al Sommo Sacerdote Shim’on ha-Zaddik, Simeone il giusto, allorché esisteva ancora il Tempio e il Sommo Sacerdote esercitava le sue funzioni e le folle ebraiche erano presenti a Gerusalemme.

I grandi poeti spagnoli Jehudà ha-Levì, Shelomò ben Ghebiròl, Avrahàm ibn Ezra rievocano nelle loro poesie quel grandioso solenne cerimoniale con un senso di accorata nostalgia.

«Beato l’occhio che vide quelle cose e quale dolore per noi non averne altro che l’eco!».

Secondo R. Chaninà ben-Dosà (Zevahim, 88b) perfino i paramenti indossati dal Sommo Sacerdote erano mezzi di espiazione. Anche la descrizione dei sacri paramenti con la loro funzione espiatoria è divenuta tema per la poesia liturgica. Citiamo fra gli altri un inno di Moshé ben Binjamìn da Roma che si recita nell’ufficiatura di rito italiano della mattina di Kippùr [all’inizio della ripetizione della ’Amidà, N.d.R.] e che comincia con le parole:

«Motnài achazù chalchalà».

Terminate le funzioni e uscendo felicemente dal luogo santo, il Sommo Sacerdote pronunziava una breve preghiera in cui chiedeva fra l’altro un anno di pace e di tranquillità, un anno in cui gli Ebrei non avessero bisogno per la loro vita dell’aiuto dei loro fratelli o di persone di altro popolo, ma ricevessero quanto era loro necessario direttamente dalla Provvidenza.