Vorrei dedicare questi pochi minuti a una delle idee che considero più profonde del pensiero di Rav Jonathan Sacks. Un'idea che sviluppa in un libro pubblicato nel 2009, intitolato Future Tense. Il tempo futuro.

Siamo abituati a pensare all'ebraismo come alla religione della memoria. E certamente lo è. Ricordiamo l'uscita dall'Egitto, il Sinai, la distruzione del Bet HaMikdash. Il verbo zakhor, ricorda, attraversa tutta la nostra tradizione.

Ma Rav Sacks ci propone una prospettiva sorprendente: l'ebraismo è una religione della memoria, ma non è una religione del passato.

Per comprenderlo, ci invita a tornare a uno dei momenti fondativi della Torà.

Moshè incontra Dio nel roveto ardente e gli domanda quale sia il Suo Nome. Dio risponde:

אהיה אשר אהיה

Siamo abituati a tradurre queste parole con «Io sono colui che sono». Ma Rav Sacks ci fa notare un particolare fondamentale: ehyeh è un verbo al futuro.

Non «Io sono», ma «Io sarò».

Dio si presenta a Moshè al tempo futuro.

E non è un particolare grammaticale. È una dichiarazione rivoluzionaria sulla natura della storia e della libertà umana.

Il mondo non è immutabile. La storia non è un destino già scritto. Il futuro non è semplicemente qualcosa che ci accade. È qualcosa che siamo chiamati a costruire.

Rav Sacks riassume questa intuizione in una frase bellissima:

«Jewish faith is written in the future tense.»
La fede ebraica è scritta al tempo futuro.

Pensiamoci. Le civiltà antiche tendevano a collocare la loro età dell'oro nel passato, in un tempo mitico di perfezione perduta.

L'ebraismo compie il movimento opposto. La nostra età dell'oro è davanti a noi. È l'epoca messianica, un mondo che non abbiamo ancora conosciuto.

E questo ci porta a un'altra distinzione fondamentale nel pensiero di Rav Sacks: quella tra ottimismo e speranza.

L'ottimismo è credere che le cose andranno meglio. La speranza è credere che noi possiamo fare qualcosa per renderle migliori.

L'ottimismo è passivo. La speranza richiede coraggio, responsabilità, azione.

E gli ebrei, osserva Rav Sacks, conoscendo la propria storia, non possono permettersi il lusso di essere semplicemente ottimisti. Ma non hanno mai rinunciato alla speranza.

Questa distinzione mi sembra particolarmente importante oggi.

Viviamo anni nei quali la nostra identità ebraica rischia di essere definita soprattutto dalle minacce che ci circondano. Dall'antisemitismo, dalla guerra, dall'ostilità verso Israele, dalla paura per il futuro.

Naturalmente queste minacce sono reali. Non possiamo ignorarle.

Ma Rav Sacks ci mette in guardia da un rischio: quello di lasciare che siano i nostri nemici a definire la nostra identità.

Non siamo ebrei perché qualcuno ci odia. Siamo ebrei perché abbiamo qualcosa in cui credere, qualcosa da trasmettere e qualcosa da costruire.

Questo è uno dei grandi messaggi di Future Tense: dobbiamo smettere di pensare alla nostra esistenza soltanto in termini di sopravvivenza e tornare a pensarla in termini di missione.

E qui, a Gerusalemme, questo messaggio assume un significato particolare.

Per quasi duemila anni i nostri antenati hanno pregato per tornare a questa città. Hanno trasmesso ai propri figli una speranza che sapevano di non poter vedere realizzata durante la loro vita.

Noi siamo la generazione che vive dentro quel futuro.

Ma proprio per questo abbiamo una responsabilità ancora maggiore.

Non basta aver realizzato il sogno del ritorno. Dobbiamo chiederci quale società vogliamo costruire, quali valori vogliamo trasmettere, quale ebraismo lasceremo ai nostri figli.

Rav Sacks scrive:

«To be a Jew is to be an agent of hope.»
Essere ebrei significa essere agenti di speranza.

Non spettatori. Non semplici custodi di una memoria. Persone chiamate ad agire.

E forse questa è l'eredità più importante che Rav Sacks ci ha lasciato.

Ci ha insegnato che essere fedeli al nostro passato non significa vivere rivolti all'indietro. Significa assumersi la responsabilità del futuro.

Perché il passato ci dice chi siamo stati. Ma il futuro ci chiede chi vogliamo diventare.

Shabbat Shalom.